FRANCISCO GOLDMAN.
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CHIAMALA PER NOME.
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Parte 2.
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Titolo originale: Say Her Name. 2011.
Traduzione di: Lucia Fochi e Isabella Zani.
2015. Edizioni Il Saggiatore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 16.
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In novembre, la prima volta che indossai il giaccone di piumino entrando
nel mio secondo inverno senza Aura, trovai nella tasca esterna sul petto,
quella con la cerniera, la confezione vuota di un preservativo, e per un
attimo non mi riusc di ricordare come quella stagnola rosa fosse finita l.
Guardai a lungo la scritta che c'era sopra, Extra Feucht, Zartrosa, come un
codice che un tempo avrei capito ma ora avevo dimenticato. Era dell'inverno
precedente, di quelle poche settimane a Berlino: una sera ero stato in
un locale con una ragazza, anzi una ragazzina, una messicana che studiava
arte ed era ospite di Pancho Morales, scrittore che avevo conosciuto a Citt
del Messico e si trovava ora a Berlino cori una borsa di studio del Daad
tedesco. Lei studiava a Londra ma conosceva Berlino come le sue tasche,
e stavamo per andare in un altro bar quando si era resa conto di aver perso
il cappello, una specie di simbolica opera d'arte di sua creazione - un'altra messicana amante dei cappelli -, e voleva tornare a casa di Pancho per
vedere se era l, e infatti c'era, appeso a un gancio nell'ingresso. Quell'ingresso
ospitava anche un albero di Natale: completamente privo di aghi e
corteccia, i rami chiari decorati in apparenza da fiocchi di neve e ghiaccioli
che poi si rivelavano striscioline di garza sterile annodate con cura e schegge
di specchio appese con il filo bianco. Quest'albero  splendido, le dissi,
perch era vero, e salt fuori che l'aveva fatto lei per Pancho e sua moglie.
Le tue opere saranno fantastiche, dissi, e lei disse che se volevo poteva farmi
vedere qualcosa sul computer. Andammo nella camera che occupava,
ci togliemmo le scarpe, ci sedemmo per terra sul futon e lei
apr il portatile e cominci a mostrarmi i suoi lavori, e in
breve le stavo baciando il collo,
poi lei si chin e le si sollev la camicetta a svelare la pelle all'altezza della
vita e delle reni, e io la baciai anche l, e poi lei mi chiese, Ti va di leccarmela?,
cos di botto, con una franchezza sconcertante; e tutto era come un'eco
della mia prima sera con Aura, quando mi aveva letto il racconto aeroportuale
e mi aveva fatto vedere il disegno delle scarpe robotizzate. Io e Aura
non avevamo scopato quella prima sera, invece io e la ragazza a Berlino s,
dopo che gliel'avevo leccata come mi aveva chiesto, con voracit disperata,
molto a lungo. E avevamo usato un profilattico che lei aveva in borsa e che
aveva la confezione rosa.
Aveva solo venticinque anni, la stessa et di Aura quando ci eravamo
conosciuti, ma a quel punto erano passati cinque anni e Aura ne avrebbe
avuti, ne aveva, trenta. Dormimmo insieme, poi rimanemmo a letto fino al
tardo pomeriggio; era una di quelle giornate berlinesi senza luce, che passano
su ali silenziose come una civetta colore della fuliggine, e in casa c'era
silenzio. Pancho era fuori, preso in una delle sue famose bisbocce che duravano
tre giorni, e non cerano segni di vita da parte della moglie. Scopammo
un altro po', andammo a vedere un film al Sony Center, mangiammo
salsicce accompagnate da Gluhwein a un mercatino di Natale, e poi alle tre
del mattino caricai lei e le sue molte valigie su un taxi diretto all'aeroporto
e tornai all'appartamento dove stavo, che era di un amico guatemalteco
e della moglie tedesca. Al risveglio in tarda mattinata era come se quella
notte e mezza di sesso e piacevole compagnia femminile non ci fosse mai
stata, anche se ovviamente c'era stata, solo che non faceva la minima differenza.
La sensazione era la stessa di ogni mattina, stesso buio e tristezza,
stessi ricordi, immagini (Aura morta...). Il sesso e l'intimit con una bellissima
ragazza non facevano differenza, potevo scopare quanto mi pareva
o non scopare affatto e nulla sarebbe cambiato: pi tardi, quando ritrovai
la stagnola rosa del preservativo nella tasca dei pantaloni decisi di conservarla
a memento di quella lezione, e la rimisi nella tasca del piumino. Nelle
poche settimane successive, mentre ero ancora a Berlino e quando tornai
a Brooklyn, ci scambiammo qualche e-mail, poi non ebbi pi notizie della
ragazza, anche se ogni tanto davo un'occhiata al suo profilo Facebook. Faceva
snowboard sulle Alpi. Aveva deciso di cambiare vita e smettere con la
droga. Faceva sculture con specchi infranti.
Era venuta a trovarmi Valentina, insieme a Jim, e le chiesi di aiutarmi a impostare
il salvaschermo perch mostrasse a rotazione foto di Aura - ora che
lei non c'era pi, avevo bisogno d'aiuto anche per i rompicapi informatici
pi elementari - e Valentina not che avevo salvato sul computer almeno
cinquecento fotografie di Aura.
Perch ne hai cos tante?, mi chiese.
Perch l'amavo, risposi, e non smettevo mai di fotografarla.
Allora Valentina si rivolse a Jim e gli chiese, Tu perch non hai fotografie
mie sul computer, come Frank con Aura?
La signorile inespressivit di Jim diceva, Quindi le foto sul computer sono
una prova d'amore, mentre la villa a Gramercy Park dove abitiamo no?
Certe sere mi vedevo con Valentina e qualche altra amica newyorkese di
Aura, tipo Wendy oppure Juliana, una cilena che studiava anche lei alla Columbia,
in un bar dalle mie parti, oppure in un altro quartiere o qualche
volta anche a Manhattan. Anche loro sentivano la sua mancanza, e cercavano
un contatto con lei tramite le nostre conversazioni e tramite me, proprio
come io cercavo Aura in loro ed ero sempre l a spronarle, torturarle o supplicarle
perch mi descrivessero qualsiasi particolare ricordassero, anche
dei momenti pi banali che avevano passato con lei. Ma la sempre maggiore
intimit che ci concedevamo in quei mesi, nel primo inverno e primavera
senza Aura, prima del mio viaggio a Berlino e soprattutto al ritorno,
port con s complicazioni e pericoli.
Valentina era una nortena, con le lunghe gambe snelle e la postura
diritta di chi  andato a cavallo tutta la vita, e una disinvoltura arrogante
e boriosa da figlia viziata di allevatori benestanti. Solo che i suoi genitori
erano insegnanti di musica, titolari di un negozietto di strumenti musicali
in un centro commerciale di Monterrey, e lei aveva passato molto pi
tempo a pogare ai concerti che non nei maneggi. Prima di Jim aveva
frequentato sempre e soltanto musicisti rock tossici e autolesionisti e gente
simile. Ora si vestiva da ricca ragazza emo, con pettinature fantastiche che
la facevano sempre sembrare appena uscita dal parrucchiere pi in di
Tokyo. Con Aura aveva in comune una certa volubilit infantile, e insieme
si provocavano reciproci attacchi di ridarella da scolarette. Valentina la
chiamava Raua, Aura chiamava lei Navilenta, e le due adoravano parlarsi
e scriversi e-mail in una lingua quasi inventata. Si volevano molto bene,
per cerano degli spigoli acuti nella loro amicizia, e Aura temeva la lingua
talvolta sorprendentemente tagliente di Valentina. All'inizio ne aveva
soggezione, poi col passare degli anni si era resa conto che non era il caso:
Valentina era intelligente e spiritosa, ma come per molti newyorkesi di
ambiente danaroso-artistico-modaiolo - suo marito era uno di quei tipi
dell'alta finanza che bazzicano le gallerie d'arte di Chelsea e Williamsburg
e i locali di musica rock e sperimentale, si vestiva come un
maturo punk-rocker pur bevendo solo vini costosissimi, e io lo chiamavo Il Vecchio
Sex Pistol - molte delle sue chiacchiere erano solo pose intellettuali; non
per questo erano vuote o non andavano mai in profondit, ma di norma si
attenevano, per quanto liberamente, a un copione riconoscibile. Valentina
era infelicemente sposata; il suo matrimonio attraversava una lunga crisi
su cui lei stava sempre lavorando. Voleva disperatamente un bambino
ma Jim, che aveva gi due figli grandi dal primo matrimonio, no. E per
una mexicana piccoloborghese, ormai pi vicina ai quaranta che ai trenta
e con la tesi di dottorato ancora faticosamente da finire, era difficile anche
solo pensare di abbandonare una villa cittadina da dodici milioni di dollari
a Gramercy Park con tutti gli annessi e connessi, tipo la massaggiatrice
privata e gli istruttori di yoga e pilates a domicilio. Io mi ritrovai attratto da
lei, a cercarla spesso, a bramare addirittura la sua attenzione. Le stavo pi
vicino che potevo e la guardavo dritta negli occhi, tentando di accendere
in lei un po' dello sciocco e giocoso botta e risposta che aveva condiviso
con Aura, e ogni volta che ci riuscivo ero sorpreso dall'intensit del
desiderio che questo stimolava in me, un innalzamento degli zuccheri che
poi, quando sbiadiva o si consumava, mi faceva precipitare in un vacuo
stordimento.
Ma Valentina riusciva anche a essere cos cinica che mi ero addirittura
chiesto se non soffrisse di una qualche forma di autismo. Perch non torni
a essere quello che eri prima di conoscere Aura, e basta?, mi disse una
di quelle sere che ci eravamo visti in un'enoteca. La sua mancanza di tatto
pareva suggerire altre disinibizioni, e io mi sorprendevo a fantasticare e
domandarmi sempre pi spesso se potevo scoparmela o no: la trovavo eccitante,
ma in un modo che mi disorientava. Era come se preferissi venire
frainteso o ignorato che commiserato; avevo scoperto che in realt non apprezzavo
i tentativi del prossimo di usarmi dei riguardi.
Di Valentina poi mi dava fastidio la convinzione di sapere determinate
cose, su Aura e me, che forse non erano proprio lusinghiere... Non sapevo
di cosa si trattasse, ma avevo ragione di credere che non fosse vero per forza.
Avrei voluto sapere, ma anche no, che cosa fosse convinta di sapere lei.
Una volta Aura era tornata a casa da una serata fuori con lei e ritta di
fronte a me con aria contrita - un po' per davvero e un po' per finta, esagerata
e comica nel suo disagio - mi aveva premuto la fronte contro il petto,
scuotendo il capo piena di rimorso, ed era sbottata: ho detto a Valentina
delle brutte cose sul nostro matrimonio che non sono vere, ma le ho dette
solo perch lei  troppo infelice con Jim e volevo farla sentire meglio. Non
lo faccio pi, te lo prometto! Frank, sono una persona orribile?
Pensavo ci fosse quello, dietro all'atteggiamento beffardo che Valentina
ostentava di tanto in tanto. Le piaceva ricordarmi che lei conosceva lati di
Aura a me invece ignoti, ma anche che nessuno ha comunque il diritto di
rivendicare autorevolmente la conoscenza di nessun altro - questo per lei
era un tema fortissimo - e che anzi una presunzione del genere era pure un
po' fascista. Quando io e le amiche di Aura ci impelagavamo in una conversazione
del genere si formavano subito effimere alleanze: Wendy che guardava
truce e fredda le improvvisazioni di Valentina e poi mi assecondava
con le pi antiquate coccole per vedovi, lo sguardo acceso colmo di affetto
e douceur, carezzandomi la mano mentre io ostentavo una rabbia placida/
esagerata, sgranavo gli occhi e ribattevo, Ma certo che conoscevo Aura, tu
non puoi dirmi che non la conoscevo. (La douceur - la rivoluzionaria idea
ottocentesca di trattare i matti con delicatezza - l'avevo imparata facendo
ricerche suYhistoire de la psychanalyse per il romanzo di Aura.)
Quando raccontai a Valentina che Aura si era inventata delle cose solo per farla sentire meglio nel corso di una loro conversazione sui guai del
matrimonio, lei se ne and dal locale, sdegnata e umiliata. Da parte mia fu
una crudelt. Quella sera con noi c'era anche Juliana e io mi aspettavo che
le corresse dietro, ma Juliana non lo fece, rimase al suo posto al bar. Poi si
scol il bicchiere di vino in pochi sorsi e ne chiese un altro. Su di noi cal
una muta e nervosa malinconia: non ci eravamo mai trovati da soli prima
d'allora. Io bevevo bourbon. Oh, Francisco, a Valentina Aura manca tantissimo,
disse di colpo Juliana con un gemito basso. So che nessuno sente la
sua mancanza quanto te, credimi, per questa non  una gara, Aura ci manca,
a tutte quante, ma a Valentina pi di tutte. Non ero io la sua migliore
amica, era Aura, e alle volte ho questa sensazione, che vorrebbe che io fossi
come lei, ma io non ci riesco. Juliana aveva due occhi castani da volpe con
lunghe ciglia ricurve e capelli fulvi che le ricadevano tutto intorno al viso
scarno e grazioso, al collo e alle spalle come viticci, e che a me piacevano
moltissimo. Di rientro, sul taxi sopra al ponte di Brooklyn ripensai ad Aura
che osservava estatica fuori dal finestrino il ponte e la vista, spesso prorompendo
in esclamazioni. In particolare mi torn in mente una notte che
si era tutta rigirata sul sedile per guardare fuori, la gamba incastrata sotto
il corpo, l'abito che si era un po' alzato a rivelare una coscia soda da ballerina,
il tallone nudo sgusciato dalla scarpa, le luci del ponte e della citt che
la illuminavano come folgori, e il modo in cui tutto ci mi aveva praticamente
fatto impazzire di gioiosa lussuria. Un istante dopo stavo baciando
Juliana sul sedile posteriore del taxi. Tornammo da lei a Park Slope e scopammo
fino a notte alta, poi ancora la mattina, come se dovesse significare
qualcosa. Le vere nuziali sulla catenina che portavo al collo le ballavano
tintinnando davanti alla faccia, e per questo l'avevo vista trasalire. Lei non
aveva l'odore di Aura, n la pelle, le labbra, la saliva; neanche la ragazza di
Berlino, ma con lei la cosa non mi aveva smontato. Sapevo gi prima che ci
alzassimo dal letto quella mattina che non lo avremmo rifatto mai pi. Perch
 successo?, mi chiese Juliana appena prima che me ne andassi, e io risposi,
debolmente, Perch ci sentiamo soli e ci manca Aura.
Quello stesso giorno andai ad aspettare Valentina in un giardinetto del
West Village, di fronte al palazzo dove sapevo che andava due volte la settimana
a lezione di arpa, dalle tre e mezza alle cinque del pomeriggio. Non
appena la vidi uscire, con gli occhiali scuri, il cappottino arancione a mezza
coscia col cappuccio orlato di pelliccia, fuseaux neri e stivaletti alla caviglia,
la chiamai ad alta voce. Lei attravers, e non pareva troppo meravigliata;
mi scusai per quello che avevo detto in enoteca. Poi le presi le lunghe e curatissime
dita che stavano imparando a suonare l'arpa e le baciai, una per
una, poi le labbra. Cominciammo a dirci cose, come se ognuno dei due
avesse tenuto in serbo tutto solo in attesa di quel momento. Una roba assurda.
Decidemmo di scappare in Messico per vivere insieme, ma non subito,
di l a qualche mese, a un anno dalla morte di Aura, quando sarebbe
sembrato meno brutto. S, quando sembrer meno brutto. Ci separammo,
baciandoci come pazzi e mugolando esclamazioni tra un fiato e l'altro, ma
sta succedendo davvero? Poi lei si avvi da una parte, come una spia dopo
un rendez-vous. Qualche isolato pi in l c'era una fermata della linea A
e io me ne tornai a Brooklyn, e continuavo a immaginarmela sdraiata sul
suo letto da un milione di dollari, le belle cosce divaricate, che si masturbava
lenta con quelle duttili dita laccate da arpista mentre io la guardavo. Il
giorno dopo le mandai un'e-mail per dirle che, a parte scusarmi, per il resto
non facevo assolutamente sul serio. In seguito ci fu una lite su chi dei
due avesse avuto l'idea della fuga in Messico e su chi avesse effettivamente
detto per primo le parole dopo che sar passato un anno, quando sembrer
meno brutto. Perch erano successe tutte queste cose?
Ognuno di noi cercava Aura negli altri, direi, anche se non credo ce ne
rendessimo conto. Eravamo soli, ancora sotto choc, spaventati, e davvero
per ognuna di quelle giovani donne era una cosa spaventosa aver perso una
cara amica in modo tanto improvviso e orrendo. Eravamo tutti fuori di testa.
Ovviamente cercavano l'abbraccio di uno che capiva, ed era spaventato
a sua volta. Quanto a me, forse cercavo di ritrovare il mio ex ruolo ancora
fresco, quello di marito, usando le donne e il loro corpo per stabilire un
legame, come attraverso una medium, con l'innamorata adusa a dare e ricevere
amore ogni giorno. Adesso, a quindici mesi dalla morte di Aura, di
quel gruppetto nessuno si vedeva e si sentiva pi; ma Valentina aspettava
finalmente il bambino del Vecchio Sex Pistol e il matrimonio era salvo. Nel
secondo anno di morte mi sarei sentito pi solo che nel primo.
Un pomeriggio poco dopo che ero tornato dal Messico quella seconda estate,
al minimarket dietro l'angolo rispetto a casa nostra, la
cassiera ecuadoregna grassoccia e occhialuta mi disse, Uh
senor, com' abbronzato,  stato
al mare?
No, risposi.
E sua moglie come sta, senor?
Ah, sta bene, dissi. Tu sabes,  tornata a scuola, studia,  molto presa.
Ma lei mi scrutava in volto come farebbe un medico preoccupato mentre
gli dici bugie sui sintomi che hai, e poi disse, Per  tantissimo che non
la vedo.
Sono pi di quindici mesi che non la vedi, pensai. Era solo una mia idea,
che mi guardasse come se avesse capito benissimo che non dicevo la verit?
Su Smith Street cera un altro supermercato, di fronte al Caf le Roy, dieci
minuti a piedi. Ora comincio a fare la spesa l, mi dissi.
I messicani che lavoravano nei ristoranti newyorkesi erano
sempre molto attratti da Aura, e spesso interrompevano quel
che stavano facendo per
scambiare due parole con lei, che sembrava la classica ragazza messicana
della porta accanto, il sole nei cordiali occhi neri e i capelli legati in due codini
sotto le orecchie - sebbene si pettinasse a quel modo solo di rado, e
quando lo faceva era un incanto. In pratica era la fidanzata messicana che
va a trovare i soldatini al fronte nell'equivalente contemporaneo di un film
sulla Seconda guerra mondiale. Spesso, anche nei ristoranti pi pretenziosi,
non solo gli aiuti cameriere ma addirittura gli sguatteri con la candida
divisa di cucina tutta impataccata venivano a mettersi tutto intorno al nostro
tavolo solo per parlare con lei. Aura chiedeva da che parte del Messico
venissero e loro le raccontavano qualcosa di s, e poi le facevano domande.
In quegli incontri c'era un elemento cos autentico che non ho mai visto un
direttore di sala innervosirsi con i sottoposti, o rispedirli di corsa in cucina.
Certe volte le chiedevano anche il numero di telefono, ma ovviamente
lei non lo dava. Una volta, proprio all'inizio, in uno stupidissimo slancio
di entusiasmo diedi io il nostro numero a uno di quei tizi, e lui chiam a
intervalli di pochi giorni per delle settimane intere. Quando telefonava rispondevo
quasi sempre io. Aveva un accento campagnolo, chiedeva ogni
volta se poteva parlare con la paisana, io dicevo ogni volta che non era in
casa e, alla fine, che era tornata in Messico.
Il Caf le Roy, il nostro solito posto per il brunch del fine settimana, era
l'unico locale di Smith Street in cui anche quelli che servivano ai tavoli erano
messicani, non solo gli aiuti e gli sguatteri. C'era una cameriera davvero
molto bella che sembrava una giovane Nefertiti, con gli occhi come lunghe
gemme scure e un incavo di raso tra le clavicole delicate da cui mi era molto
difficile staccare gli occhi. Era di Puebla, come la gran parte dei suoi colleghi,
e studiava per diventare insegnante a una delle universit popolari
cittadine. Quando la ragazza, che si chiamava Ana va, confid ad Aura
che rischiava di essere bocciata a un esame di letteratura, e che se cos fosse
stato sarebbe stata espulsa, Aura la incontr due volte nelle vicinanze, in
due distinti weekend, per aiutarla. Ana va doveva scrivere una tesina di fine
corso su un movimento poetico novecentesco a sua scelta, e Aura decise
che l'avrebbe fatta sui poeti messicani noti come Los Contemporneos. La
aiut con le ricerche, le corresse la prima stesura, e alla fine Ana va si prese
un ventotto. Da che Aura era morta non ero pi tornato al Caf le Roy.
Chiss se Ana va ci lavorava ancora.
Poi, un pomeriggio che leggevo qualcosa alla biblioteca pubblica di New
York (il saggio di Freud Lutto e melanconia; al lutto spetta il compito...
di staccare dai morti i ricordi e le aspettative dei superstiti(*). In teoria devi
accettarlo e lavorarci su, e secondo Freud il processo dovrebbe durare
al massimo due anni. Ma io non volevo staccarmi n accettare, non volevo
proprio, perch mai avrei dovuto volermi curare?), mi sentii sfiorare
una spalla, mi girai ed era lei, la cameriera del Caf le Roy, che mi diceva
hola, Francisco... In quel momento non ricordavo nemmeno il suo nome,
e il mio sorriso confuso mi trad immediatamente; lei disse, Soy Ana va,
la mesera del le Roy... Quegli occhi egizi, le guance scolpite, l'arco perfetto
delle labbra, il lucidalabbra rosso scuro. Non l'avevo mai vista fuori della
linda uniforme da cameriera, pantaloni neri e camicetta bianca; ora indossava
un morbido maglione grigio quasi da ragazzo, una gonna di cotone blu
con l'orlo ben sotto il ginocchio e un paio di Converse rosse con i calzini
neri che spuntavano fuori sugli stinchi lunghi, magri, lisci, bruni. Proprio
un'universitaria. La cima della testa scura all'altezza del mio mento, forse
cinque centimetri pi bassa di Aura. Brancolai in cerca di qualcosa da dire.
Studi ancora?
Avrei tanto voluto sentirti, Francisco, per dirti quant'ero dispiaciuta e
triste per te e Aura, disse lei. Ma non sapevo dove trovarti.
Uscimmo, andammo a Bryant Park. Presi due caff al baracchino
d'angolo e ci sedemmo a uno dei tavolini verdi di ferro battuto; erano i
primi di novembre, non faceva molto freddo. Lei aveva anche un giubbino
di jeans e una sciarpa di velluto nera. La giornata era coperta, l'erba ancora
verde brillante, le foglie verde pallido chiazzate di marrone; pensai a Parigi
e alle regine francesi in fuga. Ana va mi disse che aveva letto la notizia
in un trafiletto nella rubrica ispanica settimanale del Daily News, la quale
annunciava una lettura commemorativa organizzata dai compagni di studi
di Aura. Lei adesso studiava in un prestigioso college cittadino, il Baruch,
era all'ultimo anno, e lavorava in un ristorante l vicino, ma abitava ancora
a Brooklyn, a Kensington per la precisione. La sua bellezza e delicatezza mi
proiettarono in un intenso stato di coscienza che da tempo non provavo,
come se mi fossi destato da una veglia attenuata che forse era una forma
di sonno. Mi tornarono in mente certi pensieri avuti mentre Ana va si
chinava per rabboccarmi il caff, e ogni tanto qualche rimprovero di Aura
dopo che se n'era andata: Ah, ti piace, eh? Ad Aura ogni tanto piaceva fare
la gelosa. In realt non ce nera mai nessun motivo, ma lei faceva la gelosa
lo stesso: mi punzecchiava dicendomi che ero prontissimo a innamorarmi
di qualunque mexicanita avessi incrociato, e che poi avevo semplicemente
avuto un gran colpo di fortuna perch la prima mexicanita che passava
era stata lei. Io ridevo; ma ora, sorprendendomi a guardare un po' troppo
intensamente in viso la giovane Ana va, risentii Aura che diceva,
Cualquiera mexicanita, jverdad?, e forse mi feci anche una risatina perch
Ana va, con un sorriso perplesso, mi chiese, Qu pas? E io risposi, No,
niente, perdn, stavo solo ripensando a quanto ci piaceva andare al Caf
le Roy per il brunch. E meno male che ci venivate, disse Ana va, perch
diversamente forse ora non sarei al college. Quando mi ha aiutato con la
tesina, Aura mi ha salvato la vita; nessun altro aveva mai fatto nulla di tanto
generoso per me, Francisco. E non sapevo proprio cosa avrei potuto fare
io per lei, o darle in cambio, per farle capire quanto le ero grata e quanto
la ammiravo. Ho sempre pensato che un giorno avrei trovato il modo
di ringraziarla... Ana va alz le spalle strette, per un istante parve sul
punto di scoppiare a piangere, poi sospir e le spalle crollarono. Io pensai
a quant'era giovane, e cominciai a studiarmi un pretesto per andare via.
Ma lei disse, A volte sento Aura dentro di me. Il suo spirito viene a farmi
visita, ne sono certa. Solo pochi giorni fa ho sentito una voce dentro, che mi
chiedeva di prendermi cura di te, Francisco. Ma non sapevo dove trovarti,
n cosa fare. Al ristorante mi hanno detto che non ci vai pi. Poi oggi ti
ritrovo per caso in biblioteca, come se fosse la volont di Aura.
Ovviamente, nell'anno e diversi mesi precedenti, avevo dedicato molto
tempo alla questione di dove potesse trovarsi lo spirito di Aura. Mi chiedevo,
Che cosa vorrebbe che facessi ora?, sempre che fosse in grado di pensare
a me, o addirittura di vedermi (ma questo spero di no). Credevo o che
il suo spirito si fosse mutato in non-essere, in pura energia, al quarantanovesimo
giorno dopo la morte come ritengono i buddhisti, oppure che non
avesse mai lasciato il Messico. Probabilmente bada a sua madre, pensavo.
Cos quando Ana va mi disse che lo spirito di Aura andava a trovarla, credetti
che lei ci credesse, che comunque  con ogni probabilit il nocciolo
della questione perch tanto, chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario?
Magari Aura le aveva davvero parlato in sogno. Mi sa che fu l, l'inizio
della faccenda con Ana va Prez: con la mia decisione di crederle, o di
comportarmi come se le credessi.
In che senso prenderti cura di me?, chiesi.
Lei abbass lo sguardo. Non so, disse, con una risatina imbarazzata.
Facendomi da mangiare, magari? Sai fare il polpettone di tacchino? Aura
me lo faceva in tre modi diversi. E poi qualche domenica mattina faceva
i chilaquiles con salsa verde per colazione, gnam, li adoravo, solo che ci
metteva sempre cos tanto che in pratica erano pronti per cena. Stava in
cucina per delle ore, a meno che avesse comprato la salsa verde gi pronta.
I chilaquiles li so fare, disse Ana va sorridendo. E tu cucini?
Una volta lo facevo, dissi, quand'ero sposato. Forse dovresti lasciar provare
me per primo; poi, se ti piace come cucino, tu puoi farmi i chilaquiles.
Il che era vagamente insensato, ma  quel che dissi, e lei accett. Ci
scambiammo i numeri di telefono. Quando la chiamai, qualche giorno dopo,
provai un fremito nervoso allo stomaco - le farfalle! - e, visto che non
rispondeva, addirittura un senso di panico all'idea di dover lasciare un
messaggio. Poi decisi di lasciarlo, e la mia artificiosa disinvoltura era da
morire d'imbarazzo. Non mi sentivo cos da quando avevo telefonato ad
Aura ancora ai tempi in cui coabitava con la botanica coreana. Era forse il
segno che ero pronto ad azzardare una relazione? In effetti avevo cominciato
a chiedermi quando sarei stato pronto, se mai lo sarei stato; oppure se
sarei riuscito a trovare un'altra donna che mi amasse e che anch'io potessi
amare. La prima volta che ero stato costretto a pensarci era stato al funerale:
quando, davanti a tutti gli altri raggruppati intorno a noi, la madre di
Aura mi aveva detto all'improvviso,
Tu avrai comunque un'altra possibilit, mentre io non avr mai un'altra
figlia.
Io non avevo saputo come reagire. Juanita aveva perso l'unica figlia, la
sua bambina, e non ne avrebbe mai avuta un'altra. Dovevo semplicemente
confermare tutto questo? O c'era nelle sue parole anche un'accusa da respingere?
Guardandola dritta negli occhi avevo detto, S, lo so. Ma dentro di
me giuravo, No, non succeder. La tua perdita non  pi grande della mia.
Invece lo era? C'era modo di misurare? E se davvero fosse stata pi grande?
Che cosa significava relativamente al mio dolore, e a me?
Dovevo far voto di non innamorarmi pi e stringere un patto con Juanita per mostrarle
quanto avessi amato sua figlia? Era quello che voleva? No, non era quello.
Non avevo mai amato nessuno nella vita quanto amavo Aura, neanche
lontanamente, n parenti n fratelli n precedenti fidanzate e neanche la
mia prima moglie; forse prima di Aura non avevo mai amato davvero. Ero
convinto di amare Aura come un marito deve amare la moglie, nel sacro
modo coniugale, e anche di pi.
Ma Juanita aveva ragione.
La letteratura su perdita e lutto e tutti gli studi scientifici sulla vedovanza
che avevo consultato nelle biblioteche e Online su questo punto non erano
chiari. A leggere quegli studi, spesso le vedove e ancor di pi i vedovi si
risposano in fretta perch  una cosa che sanno fare, sanno come si ama
e come ci si assume la responsabilit del matrimonio.
Aggiungere al dolore il ripiegamento su una sterile esistenza
di quotidiana inutilit  troppo,
cos le persone vedove si difendono accompagnandosi a un nuovo partner
il pi presto possibile. Uno psichiatra scriveva addirittura che ogni matrimonio
lampo dopo la perdita di un coniuge amato andava considerato un
omaggio a quello stesso coniuge e allo spessore dell'unione. I medesimi studi
per dimostravano anche che per la gran parte quei nuovi rapidi matrimoni
non funzionavano, e si trasformavano in altrettanto rapidi divorzi. I
coniugi orbati di un matrimonio felice erano molto pi colpiti da quel che
gli specialisti della sofferenza chiamavano lutto patologico - estrema solitudine
emotiva e gravi sintomi depressivi - rispetto a quanti avevano vissuto
matrimoni infelici, e in particolare era cos per i vedovi della mia et.
Vedovi e vedove di matrimoni felici avevano anche pi problemi di salute
rispetto ai superstiti di quelli infelici; se il tuo coniuge rappresentava ci
che la psichiatria definiva una figura di attaccamento - la persona che ritenevi
la fonte della tua felicit, e della tua identit di individuo equilibrato,
responsabile e sereno all'interno del mondo - allora eri veramente fottuto.
Gli studi dimostravano altres che solide reti di sostegno di familiari (che
io non avevo) e amici (che avevo a tratti) non facevano alcuna differenza.
E se infine la morte dell'amato era stata repentina, inattesa oppure violenta
- quella di Aura, tutte e tre - allora eri particolarmente predisposto a
una reazione patologica, compresi i disturbi da stress post traumatico dei
reduci di guerra. Con i traumi dolorosi, avevo letto, aumentava la propensione
a cancro, malattie cardiache, eccessivo consumo di alcol (s, senor!),
all'insonnia, alla dieta sregolata e all'ideazione suicidarla. Tutto considerato,
i vedovi di mogli amate perdevano dieci anni di aspettativa di vita. I
felicemente sposati rimasti vedovi intorno alla cinquantina, in media, entro
i sessantatr anni erano morti, a meno che fossero riusciti a risposarsi felicemente.
E che succedeva se la moglie era giovane da fare male, bellissima,
intelligente, amorevole, buona, sul punto di realizzare le proprie potenzialit
e i sogni pi cari (scrittura, maternit), e la sua famiglia dava la colpa
della morte al marito superstite, il quale era pi che disposto ad accettarla,
bench certamente non nei termini o per i mezzi attraverso i quali loro
la esprimevano? Su coorti vedovili di questo tipo non trovai alcuno studio.
Ma tutto ci mi diceva che per il mio bene dovevo provare a provarci.
Mi mancava l'essere un uomo con delle responsabilit verso un'altra persona,
impegnato a vivere; nel matrimonio ero bravo, se non contiamo lo
scoperto accumulato sulla carta di credito - da me come da milioni di altri
bravi mariti americani - e l'impossibilit di traslocare in una casa pi
grande e pi costosa. La sera delle elezioni presidenziali, con i dati che affluivano
e la vittoria ormai dichiarata, nel corso dell'attacco di euforia che
segu in quasi tutta la nazione, io ero sdraiato sul letto sotto l'angelo a singhiozzare.
Il nostro bambino sarebbe cresciuto in un paese migliore, pi dinamico,
che cambiava... be', insomma, quanto meno cos sembrava quella
sera. Ma a me cosa poteva importare, ormai? Avrei avuto maggiori possibilit
di accesso a una casa di riposo statale da vecchio? O migliori ostelli
per senzatetto, se fossi arrivato a tanto?
S, mi commiseravo. E perch no, cazzo.
Ma potevo contrattaccare. Potevo ancora fare il marito e il padre. Ana
va aveva ventisei anni. Non era un po' troppo giovane per me? Io e Aura
non avevamo gi spinto la differenza d'et al suo limite praticabile? Saremmo
anche potuti diventare una coppia Alfa. Aura, con il dottorato di
un'universit dell'Ivy League e una promettente carriera letteraria bilingue,
l'avrebbero assunta ovunque, a New York, in Messico o altrove. Io mi
sarei tenuto il mio impiego dignitoso, che non pagava male, con il salario
rimpolpato dai contratti editoriali. I miei libri, per male che se ne possa dire,
riflettevano un vigoroso rapporto con il mondo. Ora avrei dovuto ricominciare
da zero. Ana va era un'ammirevole e intelligente giovane donna
e una gran lavoratrice, che voleva fare la maestra elementare o l'insegnante
di scuola media. La letteratura le piaceva. Se ci fossimo sposati, avrebbe
ottenuto la carta di soggiorno. Insisteva che i miei anni non erano un problema;
affermava che tra la sua et e quella di Aura non cera nessuna apprezzabile
differenza. A causa dei suoi impegni di studio e di lavoro non
era facile, per noi, trovare il tempo per stare insieme, ma ben presto lei si
ritrov a passare tutto il suo tempo libero con me. La portavo al ristorante
a Brooklyn, soprattutto nel nostro quartiere, di solito per una pizza o
un piatto di pasta. Ne sapeva un po' di vino perch faceva la cameriera, e
le piaceva sceglierlo. Quando andammo al giapponese di Court Street che
frequentavamo anch'io e Aura e dove poi non ero pi stato, il proprietario
israeliano ci salut sorpreso e lietissimo di rivederci, e io mi resi conto
che aveva scambiato Ana va per Aura. Certe volte lei veniva a studiare
a casa mia, oppure ci vedevamo in qualche internet caf per fare i compiti
insieme. Le compravo dei regali, ma senza esagerare: a lei non comprai
un portatile nuovo per sostituire il suo, lento e obsoleto. Ci baciammo
al primo appuntamento, facemmo l'amore al secondo. Le feci da mangiare
a casa mia, con le pentole, padelle e utensili che nessuno aveva pi toccato
da quando li aveva usati Aura l'ultima volta, sentendomi come se li stessi
riscuotendo dal loro stoico lutto e obbligando ad assoggettarsi a un tradimento.
Zitte, pentole e padelle, la vita continua, per tutti, com' giusto che
sia. Telefonavo agli amici pi intimi, a New York e in Messico, per dir loro
che mi ero innamorato, famelico di parole d'apprezzamento e congratulazioni
come un cane. E se captavo nelle loro voci anche solo una traccia
di scetticismo, mi alteravo immediatamente. Dicevo ad Ana va che l'amavo,
e lei mi diceva che mi amava. A Kensington coabitava con altri due
studenti stranieri del City College, due ragazzi, uno del Turkestan e l'altro
sloveno. Aveva risposto a un annuncio per dividere l'affitto su una bacheca
in universit. I due maschi si dividevano una stanza con due letti gemelli,
e lei aveva l'altra. Io andavo malvolentieri in quel quartiere perch la sera
non c'era molto da fare, e pi ancora in quello strano, incolore appartamento
da scapoli. Perci ci vedevamo da me. Facevamo l'amore sul nostro
letto, sotto l'angelo, accanto al vestito da sposa appeso allo specchio e ad
armadi e cassettoni ancora pieni di abiti, gioielli, cosmetici, borse e scarpe
di Aura. Ma non ti d fastidio, Ana va? Lei diceva di no, che le sembrava
bellissimo, che si sentiva collegata ad Aura, che di certo lei era felice del nostro
incontro. Le promisi che dopo il secondo anniversario avrei tirato gi
il vestito e deciso cosa fare della roba di Aura. Ana va rispose che andava
bene. Cercavo di ricordare di buttarmi la catenina con gli anelli dietro la
spalla quando facevamo l'amore. A lei piaceva esaminare i miei tatuaggi, e
farmi domande in proposito. A parte uno, risalivano tutti a un'impulsiva,
frenetica tre giorni di follia a fine agosto. Me li aveva
fatti una giovane tatuatrice di nome Consuelo che aveva un salone nella Zona Rosa e portava
sempre un comodo gil di pelle nera sopra la bruna carnagione color cannella
e i tatuaggi mirtillo; l'aroma muschiato delle ascelle e dei suoi oli per
il corpo era una piacevole droga quando lei stava chinata su di me, al lavoro,
i lunghi capelli neri a solleticarmi l'epidermide in magnetico contrasto
con la pulsazione bruciante dell'ago. Mi ascoltava come avrebbe fatto uno
strizzacervelli, trasformando le mie vaghissime ipotesi in idee di tatuaggi
dopo avermele cavate fuori col placido, conciso, quasi cinese cicalio della
sua voce. Un tatuaggio ormai sbiadito sul braccio ce l'avevo gi, uno scheletro
di Jos Posada che mi ero fatto fare in Messico negli anni ottanta volendo
marcare la mia rinascita alla fine di una relazione che adesso non
ricordavo praticamente pi. Fra i nuovi, invece, uno sull'avambraccio che
diceva Natalia 17/1/09; se avessimo avuto una figlia Aura voleva chiamarla
Natalia, un maschio invece Bruno, ma io avevo deciso che sarebbe stata
una femminuccia, che sarebbe stata Natalia, e che sarebbe nata il diciassette
di gennaio del 2009 (ora, a letto con Ana va, mancavano pochi mesi);
poi avevo sul cuore l'immagine di un cuore infranto con scritto sopra
25/7/2007 e sotto Hecho en Mexico; sul torace una bella silhouette di Aura
in abito da sposa con una corona di stelle della Guadalupe e la data del nostro
matrimonio, 20/8/05; su una scapola, il clown triste con una lacrima
scura che gli scende da un occhio e la scritta ridi ora, dopo piangerai; e infine
tatuato in corsivo fitto, come una collana sotto le clavicole, questo verso
dall'Ode funebre per la moglie di Henry King, vescovo di Chichester:
ed ogni ora un passo verso te.
Ma tu non vuoi veramente morire, diceva Ana va.
Qualche volta l'ho desiderato davvero, credo, finch non ho incontrato
te.
Portai a letto la mia copia della poesia, e la rileggemmo insieme tutta.
Mi dava modo di parlare con Ana va di quel che era successo: la morte
di Aura, il mio senso di colpa, il biasimo di sua madre, la maniera in
cui l'amore sopravvive alla perdita e ti sfida a proseguire in quell'amore, e
naturalmente la lingua stessa della poesia, l'espressione dei sentimenti apparentemente
ovvi ed eterni legati alla pena che con ogni probabilit non
si possono esprimere con maggiore forza e pregnanza di quanto non lo siano
in quella poesia, bench sia stata scritta oltre trecento anni fa. Per questo
abbiamo bisogno della bellezza, per illuminare anche quel che ci ha spezzato
con pi forza, dissi, un po' nel mio vecchio tono da insegnante. Non
per aiutarci a trascenderlo o trasformarlo in qualcos'altro, ma innanzitutto
per aiutarci a vederlo. Ana va annu solenne, da studentessa rispettosa,
e ripet adagio, S, per aiutarci a vederlo.
E allora prendi questo, brutto Smagol del cazzo, tu e la meravigliosa
stramberia d'amore ispanica che hai usato come spaventapasseri, ficcati nel
culo il tuo trucchetto retorico del cazzo di burattino, pendejo deficiente!
Ana va spalanc gli occhi. Cos'era successo? Perch quell'accesso di
rabbia farneticante pochi secondi dopo che lei si era mostrata tanto comprensiva
riguardo alla poesia?
Si era spaventata, e ritirata in un angolino del letto. Ma che c'? Era colpa
sua? Perch le urlavo in faccia di chiss che Smagol?
Oh, Ana va, no, no, tu non centri, scusami.  per una cosa che aveva
scritto uno Smagol di critico letterario. Ci ha attaccato il malocchio in metropolitana.
Lui ha ammazzato Aura, cazzo, non io.
Oh, Paquito, carino... si mosse lieve sul letto verso di me. Certo che non
hai ucciso Aura, non l'ha uccisa nessuno,  stato un incidente. Ana va prese
a cullarmi il capo tra le mani, mentre io sprofondavo in un rimorso inorridito.
Davanti ad Aura non avevo mai inveito a quel modo: con lei mi ero
sempre, sempre attenuto a un livello di comportamento pi alto, controllato.
Una volta, proprio all'inizio del nostro amore, mi ero messo a litigare
con un tassista arabo che non voleva portarci fino a Brooklyn, e bench poi
quello ci avesse portato dove volevamo, all'interno del taxi la discussione,
un rovente scambio di epiteti, era salita di tono e quindi degenerata finch
ci eravamo ritrovati fuori sotto la pioggia all'uscita del parco di Cadman
Plaza pronti a fare a botte, urlandoci insulti, e poi lui aveva intimato anche
ad Aura e alla sua amica Lola di scendere dal taxi, e sebbene io fossi l a gridargli
di star dentro loro avevano obbedito al tassista ed erano scese sotto la
pioggia e Lola era scappata verso la boscaglia rada vicino all'uscita per nascondersi.
Poi il taxi se nera andato. Io e Aura ci addentrammo nel bosco
per cercare Lola, chiamandola ad alta voce, e alla fine la trovammo tutta
rannicchiata dietro un albero come un gattino fradicio. Era scappata a nascondersi,
ci disse, perch non aveva mai visto di persona un odio violento
come quello fra me e il tassista; disse che l'avevamo terrorizzata. Zuppi fino
alle ossa ci mettemmo poi ad aspettare un altro taxi. Pi tardi Aura mi
aveva detto, Non ci sono cafoni peggiori di quelli che litigano con i tassisti,
con i camerieri e con i commessi dei negozi. Il mio patrigno lo faceva continuamente
e io con un fidanzato che fa lo stesso non ci rimango. Se ti metti
a litigare un'altra volta con un tassista, Francisco, io ti lascio, e dico sul serio!
Non l'ho pi fatto, neanche una volta. Di l in poi sono stato un docile
e garbatissimo passeggero di taxi, che protesta solo nei rari casi di necessit
e in modo assolutamente moderato e rispettoso.  vero che l'amore ti cambia,
che ti costringe ad ambire a un livello pi alto. Cambiare si pu. Eppure
eccomi l a farneticare contro Smagol, a inveire come faceva mio padre.
Ana va mi chiese una volta quale sarebbe stato il nome completo di
Natalia, e io risposi, Be', Natalia Goldman. Per avevamo anche considerato
la possibilit di darle il cognome di Aura, Estrada, o addirittura quello da nubile di mia madre, Molina. Ne avevamo parlato: la piccola sarebbe
stata ebrea solo per un quarto, perch affliggerla con il cognome pi ebraico
del mondo? E costringerla cos a sopportare battutine sarcastiche sulla
Goldman Sachs per tutta la vita!
Secondo me dovresti essere fiero di onorare tuo padre usando il suo cognome,
disse Ana va.
Ah, s, eh, dissi io. Be', io invece dissento abbastanza. Avevo un ricordo
di mio padre pochi anni prima che morisse, ritto sul tappetino azzurro
a pelo lungo in cima alle scale del nostro villino nel Massachusetts, che
inveisce a gran voce: Quella testa di cazzo di mio padre, quel deficiente di
un campagnolo russo, arriva fin qui e poi si lascia appiccicare uno stracazzo
di nome giudeo come Goldman. Faceva il panettiere, porca troia; poteva
dirgli, datemi Baker come cognome. E poi gli piacevano i carciofi in
conserva, anche. Sapete che c'? Mi chiamer Carciofi, cribbio, perch no?
Altrimenti mi tengo il cognome che ho gi e grazie al cazzo. Tutto tranne
Goldman, per piacere. E poi cosa fa, il genio? Va e si fa cambiare il nome,
da Moishe a Morton!
Ci ero rimasto di stucco. Da pi di ottantanni mio padre bruciava di
risentimento per un brutto cognome che non era il suo, che gli
era stato arbitrariamente imposto, e ce lo aveva fatto sapere solo dopo che il
coma gli aveva mandato le rotelle fuori posto. Solo allora scoprii che in
Russia il cognome di mio nonno, il nostro vero cognome di famiglia, era
Malamudovic. Anche a me piaceva molto pi di Goldman. Perch mai non
ce l'eravamo tenuto? Detti ragione a mio padre, ma che aveva in testa quel
deficiente di un campagnolo russo? E Malamudovic Molina mi piaceva
anche di pi. Se potessi tornare al punto di partenza mi chiamerei Francisco
Malamudovic Molina, il mio vero nome.
Ma io non riesco neanche a pronunciarlo, disse Ana va.
Paco M&M, allora.
Io continuo a preferire Goldman. Sembra il nome di un supereroe. L'uomo
tutto d'oro.
Ah, s? Perch, Carcioman non funziona? L'uomo tutto di carciofi.
Quando portai Ana va da Katz's Deli perch non aveva mai mangiato
un sandwich al pastrami, lei accett di prenderne uno in due.  come il dolcetto
di Proust, farfugliai poi io al primo morso. Lei chiese, Chi  Proust?
Come, scusa, un dolcetto al pastrami? E nemmeno termin la sua met
del panino. Avevo iniziato a raffrontare tutto quel che diceva Ana va con
quanto aveva o avrebbe detto Aura. Un giorno Ana va mi disse querula,
Ma io dico mai qualcosa di spiritoso? No, vero? Ah, quanto mi piacerebbe
essere spiritosa.
I tratti di lei che all'inizio avevo pi apprezzato, come ad esempio la
tranquillit, avevano cominciato a irritarmi. Trattava il sesso con quella
franchezza che avevo gi notato in altre donne giovani. Ma i suoi appetiti
quotidiani erano ben pi vasti di quelli di Aura, che aveva sempre un miliardo
di pensieri in testa e un miliardo di cose da fare. Con Aura potevi
farti una pomiciata a met pomeriggio, che era deliziosa, ma poi non doveva
per forza trasformarsi in scopata. Ana va seguiva un metodico approccio
all'esistenza nel quale tutto faceva pazientemente la fila dietro al sesso, e
c'era fila tutti i giorni. Se ti mettevi a pomiciare con lei, ben presto era tutta
un brivido caldo, e se le mettevi una mano su un seno, o su una coscia, iniziava
a dimenarsi come un'educanda e diceva qualcosa tipo, Qu haces?,
in tono rauco da ragazzetta, e poi ti baciava sulla bocca pi forte di prima,
oppure ti allontanava appena e di colpo si sfilava dall'alto la camicia o l'abito
e si portava una mano dietro la schiena per sganciarsi il reggiseno e liberare
i piccoli seni graziosi con i capezzoli ritti, scuri e grossi come bombi:
istante che mi lasciava sempre senza fiato. Aveva gambe lunghe e magre da
cerbiatta, e braccia esili e levigate, e a me sembrava di passare met delle
mie ore di veglia impegolato in quelle membra, nella loro sinuosa vivacit,
nei lunghi scatti e brividi che le percorrevano da cima a fondo. Certe volte
Ana va entrava in casa, s'inginocchiava direttamente e mi slacciava la patta.
Cominciai ad avere la sensazione che la sua voracit sessuale per me fosse
eccessiva, che non reggevo il passo, e ad attribuirla alla differenza di et
pi che a una diversit di carattere, anche se probabilmente
c'entravano tutte
e due le cose. Una sera le dissi che ero troppo stanco e avevo solo voglia di
dormire, e lei si arrabbi. Non si limit a sospirare impaziente, o ad allontanarsi
da me, rigida dalla sua parte del letto: mandava lampi dagli occhi,
vere e proprie sciabolate, pretendeva una spiegazione. Non l'avevo mai vista
cos esigente. Sono stanco e basta, ripetei. Non  che possa scopare proprio
tutte le sere, e magari non voglio neanche. E allora perch volevo che
dormisse da me? Che senso aveva, mi chiese, se poi non facevamo l'amore?
Da quella sera iniziai a formulare pensieri e provare sentimenti rancorosi
nei confronti di Ana va. Ero brusco con lei, e lei cominci sicuramente
a capire che spesso mi annoiavo. Sentivo la depressione che mi aveva pi
o meno sempre accompagnato da quando Aura era morta calarmi nuovamente
addosso, ma ora sembrava pi pesante, pi oscura, con tutta un'atmosfera
elettrica che mi trapassava la pelle e mi corrodeva le terminazioni
nervose. Una sera stavamo chiacchierando in cucina, e mi accorsi che qualcuno
aveva lasciato sul piano di lavoro una bottiglia di veleno, una bottiglia
con dentro qualcosa che sembrava mescal ma in realt era veleno, e comunque
non poteva essere contrassegnata meglio, con la parola veneno e teschi
neri dappertutto, perci dissi, Questa roba non va lasciata qui fuori cos,
e presi la bottiglia e la riposi in un pensile. Ana va mi chiese, perch stai
mettendo il succo di pompelmo nel pensile? Io l'avevo sentita, e mi ero reso
conto che quello era un cartone di succo di pompeimo non appena lei aveva
aperto bocca e che in effetti lo stavo mettendo in un pensile anzich nel frigorifero,
ma quando la guardai era come se fosse lontanissima, in un'altra
stanza, dietro a un muro di vetro fum, e dissi, con la sensazione di sospingere
fuori inutilmente le parole in un'atmosfera troppo gelatinosa, Perch
 veleno, Ana va. Credo siano cominciate l, le mie diffuse allucinazioni
diurne: gli occhi erano aperti e in grado di cogliere chi e cosa fosse intorno
a me, le orecchie sentivano quel che la gente diceva, ma chiss come al
tempo stesso io stavo anche sognando, e le immagini del sogno si spandevano
dentro il giorno come greggio da una petroliera incagliata. Una sera
andammo a vedere un film: una storia di innamorati adolescenti in fuga.
Alla fine la ragazza muore, ed  colpa del ragazzo; la ragazza  in ambulanza,
l'abito bianco tutto insanguinato, le guance tonde e morbide, la vita che
lentamente le svanisce dagli occhi, e io cominciai a tremare tutto, e prima
borbottavo e poi quasi urlavo No, no! Non morire, no! Mi alzai e presi a
barcollare lungo il corridoio mordendomi una mano, in lacrime, con Ana
va alle calcagna, aggrappata a me anche se io avanzavo trascinandomela
dietro e non mi fermai, non dissi una parola fino a che mi ritrovai infine seduto
da solo nel bar al pianterreno del Rexo con davanti cinque bicchierini
di mescal gi scolati, a guardare fuori dalla vetrina l'avenida Nuevo Leon
vuota di traffico e tinta di verde dai lampioni, quattro strade che confluivano
da diverse angolazioni, uno degli incroci pi micidiali di tutta Citt
del Messico in serata di libert, l'incrocio maledetto. Qualche anno prima
il mio amico Yunior, in visita da New York, si era fermato dall'altra parte
della strada a guardare l'angolo dove c' il Rexo Bar e il cordolo sudicio l
davanti, e aveva detto, L c' morto qualcuno, e io avevo immediatamente
capito che aveva ragione. Il panico e l'adrenalina scatenati in me dalla conclusione
del film se n'erano finalmente andati, sostituiti dal vuoto lenimento
dall'alcol e da una solitudine che sentivo senza fine. Guardai fuori dalla
vetrina del bar il marciapiede lucente del viale per lo pi deserto e pensai,
Non finisce pi, mai pi. Solo che il bar era su Houston Street, non in Messico,
e i bicchierini erano di tequila e seduta accanto a me in silenzio su uno
sgabello c'era Ana va, mezza addormentata.
Qualche sera dopo lei si svegli d'improvviso come da un incubo, tenendosi
la testa fra le braccia magre e brune che sembravano graffette triangolari.
Respirava a strida basse, e poi si mise a dire, Mi dispiace, non ce la
faccio pi, non riesco pi a dormire accanto al suo abito da sposa, a sentirmela
attorno dappertutto, non ce la faccio, non posso, lo intent pero ya no
puedo, ayyy, Aura, perdoname!
Quando ci lasciammo, la settimana dopo dissi ad Ana va che lei non
centrava niente, che era meravigliosa ma io proprio non ero pronto per una
relazione stabile. Ma non credi che Aura vorrebbe vederti felice?, implorava
lei. Mi meravigli che la prendesse cos male; a quel punto pensavo non
volesse altro che scappare. Quando poi s'inginocchi di fronte all'altarino
di Aura e all'abito da sposa per dire addio mi torn in mente Fior, la nostra
ex domestica. L davanti Ana va prese a parlare del nostro povero piccoloamore morto, in tono da bimba perduta, e supplic Aura di perdonarla,
disse che aveva fatto del suo meglio per prendersi cura di me, ma io non
gliel avevo permesso. Le spalle scosse, a lungo. La nostra relazione era durata
quasi un mese dall'inizio alla fine.
In seguito, mettendomi a cercare, scoprii che Malamudovic significa figlio
di studioso, di erudito. E cos'aveva imparato mio padre dal suo? E
io cos'avevo imparato dal mio?
Sia io che Aura eravamo cresciuti accanto all'infelicit, alla rabbia ed
entro certi limiti anche alla violenza genitoriale. Io non mi ci soffermavo
troppo, ma era un'altra delle cose che avevamo in comune: sapevamo da
dove venivamo e che cosa eravamo decisi a evitare nella vita che andavamo
costruendo insieme. Una sera, avevo dodici anni, dopo aver giocato a
football con gli amici, ero tornato a casa pi tardi di quanto forse mi era
stato detto. Quella sera dovevamo andare a cena da zia Sophie - forse era
una festivit ebraica - e cos avremmo fatto tardi. Mio padre mi picchi
appena varcata la soglia, ai piedi delle scale; era il trattamento consueto
quando facevo qualcosa di sbagliato, ma quella volta mi moll una
ginocchiata nella schiena talmente forte che mi accasciai sul pavimento,
e quando tentai di rialzarmi non ci riuscii; ero paralizzato dalla vita in
gi. Pi tardi, disteso sul lettino del pronto soccorso, mentre le gambe
pian piano riprendevano vita con un formicolio, il dottore mi chiese con
un'espressione severa che cosa fosse successo, e fu mio padre a rispondere.
Frankie si  fatto male giocando a football, dottore, disse. E io avrei dovuto
sbugiardarlo e mandarlo in galera, o almeno fargli passare un guaio, invece
tenni la bocca chiusa. Quanto lo odiavo. L'unica cosa che voglio, giurai
per anni tra me e me,  non diventare come lui. Niente mi abbatteva e
mi riempiva di disprezzo per me stesso come sentire anche dentro di me
la prepotenza e la rabbia che alimentavano quei suoi accessi. Mi dicevo,
insistentemente, che il mio carattere era pi simile a quello di mia madre;
noi eravamo quelli tranquilli, che sopportavano e si contenevano molto, e
di base avevamo un'indole buona, bench fossimo sempre troppo passivi
per difenderci. Solo di rado - o mai, nel caso di mia madre - rispondevamo
per le rime o esprimevamo la rabbia alzando la voce.
Ma la rabbia non era forse una delle fasi attestate del lutto? E la mia rabbia
dov'era? Mi ero sentito in molti modi da quando Aura era morta, ma
non arrabbiato. Quale poteva essere l'espressione adeguata di quella rabbia?
Ed era necessario che fosse adeguata? Quando mi ero messo a inveire
come un folle contro Smagol, era stato un progresso? Dopo la rottura con
Ana va per mi sentivo una collera nera sulla spalla come un pappagallo.
Mi aggiravo ovunque con aria truce e avrei voluto distribuire sigari in giro
per festeggiare: Ehil, ci siamo, la fase rabbiosa  arrivata. E aspettavo che
succedesse qualcosa.
Una sera in palestra rientrai in spogliatoio dopo l'allenamento e davanti
al mio armadietto c'era un tipo in giacca, ma senza cravatta, che parlava
all'iPhone. Aveva i capelli color carota ancora umidi di doccia. Sulla panca
cera la sua bella valigetta di pelle lucida, dalla quale spuntavano il Financial
Times e il Wall Street Journal ben ripiegati. Uno che lavorava in Borsa, come
molti altri che frequentavano la mia palestra, e in spogliatoio li sentivo spesso
che si lamentavano dei loro problemi in toni piagnucolanti. Mi tolsi la maglietta
zuppa di sudore. Il galateo da spogliatoio prevedeva che lui si spostasse
o almeno levasse di mezzo la ventiquattrore in modo che io potessi sedermi
al mio posto. Cercai il suo sguardo, gesticolando con l'asciugamano all'indirizzo
del mio armadietto: lui mi rivolse un'occhiata vacua e seguit a parlare.
Io attesi, continuando a guardarlo. Lui si volt appena; sembrava molto preso
dalla sua conversazione. Finalmente dissi, Le spiacerebbe spostare la sua
roba. E come se niente fosse, quel grandissimo figlio di troia alz gli occhi al
cielo e mi diede le spalle con un sorriso beffardo, senza smettere di parlare al
telefono. Allora io tesi il braccio di scatto, lo presi per la spalla, lo rivoltai e...
no, niente del genere. Magari fosse andata cos, ma no. Giuro che tremavo
di violenza omicida repressa, ma lui era l che s'infilava il telefonino in tasca
e, riprendeva la valigetta. Mi oltrepass senza degnarmi di uno sguardo. Alla
scena aveva assistito qualche altro frequentatore, e li sentivo che mi guardavano
e in silenzio ridevano, mi guardavano i tatuaggi... e ridevano di me,
mentre la mia rabbia si mutava in umiliazione come in un bagno d'acido. Andai
a farmi la doccia, e rimasi sotto l'acqua calda per un bel pezzo.
Nel frattempo continuavo a pagare anche la quota mensile di Aura in
quella palestra. Non trovavo la forza di presentare i documenti, certificato di
morte autenticato eccetera. E questo  quanto: la mia fase rabbiosa si spense
come un petardo bagnato.
Presto i risparmi di Aura sarebbero terminati, esauriti anche i fidi su tutte
le carte di credito. E poi? In che cosa dovevano trasformarsi il mio amore e
la mia perdita? Mi sorpresi a osservare i senzatetto con interesse e curiosit
eccessivi, esattamente come, intorno ai ventanni, osservavo gli scrittori famosi
o anche solo pubblicati - be', non proprio allo stesso modo. Mi rividi
matricola al college, seduto nella camera di un motel di provincia con Ken
Kesey, che tendevo incredulo la mano a prendere la canna rosa fucsia che
lui mi stava passando. Al principio di quella serata mi avevano detto che dal
palco, durante la sua lettura, proprio lui mi aveva additato fra il pubblico
e poi si era rivolto alla studentessa di scrittura creativa, un'affermata poetessa
cui era toccato l'onore di presentarlo, chiedendole, Chi  quel cherubino
tutto ricci? Scommetto che le ragazze vogliono tutte fargli da madre.
Questo aveva detto di me Kesey. Cherubino tutto ricci a cui le ragazze vogliono
fare da madre. Colpita, la poetessa mi aveva invitato insieme ad altri
studenti a scortare il grand'uomo fino al motel, appunto; e lui di certo
si chiese perch non dicevo una parola, perch mi limitavo a sedere in pizzo
al letto fumandomi la sua erba, ridendo quando ridevano gli altri, e distogliendo
lo sguardo quando lui mi guardava. O forse non se lo chiese per
niente. Dov' il mio mentore barbone, che mi segner a dito sul marciapiede
o in una carrozza affollata della metropolitana per dire, Chi  quello
sfigato tutto ricci? Se non la pianta di fare stronzate ci raggiunger molto
presto. Ma cosa crede, che ha perso la moglie solo lui?
Secondo i libri sul lutto, almeno quelli scritti da psicanalisti, dai sogni del
dolente dovrebbe trasparire l'inevitabile per quanto lento processo di distacco
dall'Oggetto Perduto. In un caso clinico che lessi, quando un vedovo
di mezza et, dopo un lungo e difficile periodo di lutto, aveva fatto un
sogno su una macchiolina di escrementi sopra un pezzo di tela bianca, il
suo analista lo aveva interpretato come un segno di notevole progresso.
Per quanto il vedovo avesse amato la moglie, stava rimettendo la morte e la
perdita in prospettiva; era pronto a tornare alla vita, ad amare ancora. Una
notte io sognai che Aura mi aveva lasciato. Ero solo in un appartamento
disordinatissimo ma molto grande che non era il nostro. Poi Aura entrava
dalla porta ed era triste, sconvolta, perch si era innamorata di un burattinaio
hippy spagnolo ed era scappata con lui nel Vermont, ma ora l'ispanico
l'aveva cacciata. Ti prego, torna con me, supplicavo io; tu lo
sai che ci amiamo. Ma i suoi occhi non notavano nemmeno la mia
presenza. Lei si sdraiava
sul divano, con un'aria scarmigliata, esangue, anche un po' in preda
al capogiro, ma soprattutto distante e preoccupata. Alla fine si alzava per
andarsene, senza neanche salutare. In totale indifferenza percorreva il pavimento
tutto ingombro fino alla porta. Era gi quasi fuori; non l'avrei vista
mai pi. Ma a quel punto le correvo dietro, la prendevo per un braccio
e la ritiravo dentro. Un secondo dopo ci stavamo baciando come pazzi dicendoci
mi amor, mi amor, e nel sogno sapevo che avevo fregato il destino
e me l'ero ripresa e, ah, eravamo entrambi felicissimi.
Poi venne il secondo San Silvestro. Nel profondo della perduta citt di Subuei, il ventre di Aura si faceva enorme, coi calcetti che venivano notte e
giorno, e alla nascita di Natalia mancavano ormai solo diciassette giorni.
Nella citt perduta avevo accettato l'ottimo incarico con cattedra presso
una mediocre universit del Nordest che mi era stato offerto la primavera
precedente, centosessantacinquemila dollari l'anno. Parecchio lavoro, non
ci sarebbe stato molto tempo per scrivere, ma finch Natalia era piccola e
Aura terminava il primo romanzo andava bene. Risparmiare. Nel giro di
pochi anni magari ci saremmo trasferiti in Messico.
Avevo trascorso il primo San Silvestro senza Aura a Berlino, con Moya e
sua moglie, la tedesca Kirsten, in un ristorante vietnamita con gli interni
arancione vivo che sembravano di plastica nel quale ci eravamo fermati
perch presto sarebbe stata mezzanotte. Avevamo camminato un po'
- prima, a casa loro, ci eravamo bevuti una bottiglia di prosecco di nome
Bella Aura che io avevo scoperto in un supermercato - senza trovare un
altro posto dove fare il brindisi di fine anno. Ordinammo da mangiare e
una bottiglia di champagne. I titolari del ristorante e i loro parenti erano
sul marciapiede con alcuni dipendenti che stavano legando dei petardi su
una scala a pioli. Per le strade di Berlino l'ultimo dell'anno si festeggia come
una ricorrenza legata alla guerra, o se si vuole come una specie di esorcismo
della guerra, con petardi, razzi esplosivi e bombette che scoppiano per tutta
la citt: gruppetti di giovani accovacciati con le dita nelle orecchie dietro
tubi di lancio a ogni angolo buio e odore di polvere pirica che satura l'aria
gelata. Man mano che si avvicinava il conto alla rovescia dissi a Moya e
Kirsten, Stasera per me non significa niente, adesso l'unica data che segna il
passare degli anni  il 25 luglio. Ma quando loro si alzarono per avvicinarsi
alla porta con i bicchieri di champagne, per vedere i fuochi d'artificio e
festeggiare la mezzanotte con gli altri clienti e il personale del ristorante,
li seguii. Io e Aura avevamo passato insieme quattro ultimi dell'anno;
solo quattro. E quando venne, la mezzanotte mi colp comunque forte, e
dopo aver abbracciato Moya e Kirsten mi allontanai lungo il marciapiede
per rimanere solo nell'ombra. Qualche anno prima avevamo festeggiato
la ricorrenza a Parigi, quando avevamo preso in affitto un appartamento
nel Quindicesimo arrondissement per un mese: Gonzalo e Pia, amici
messicani che si erano trasferiti l, ci avevano invitato a cena nella loro
casa di Montmartre. Avevano bambini piccoli e cos anche il fratello di
Gonzalo e sua moglie, che erano venuti a trovarli. Era stata una di quelle
cene in cui met degli adulti sono sempre lontani da tavola per badare ai
bambini, ma in cui i bambini costituiscono lo spettacolo. Io avevo giocato
a Super Mario e anche combattuto in duello con il piccolo Jero. Era stato
un ultimo dell'anno da coppie sposate, in tono minore ma piacevole. Io
e Aura ce n'eravamo andati prima dell'una di notte e avevamo deciso di
fare una passeggiata per Pigalle, con i suoi bar e locali un po' sordidi, e ci
eravamo fermati in uno con le vetrine appannate che chiedeva un obolo
ragionevole per il coperto, dove suonava un gruppo africano dal vivo. Era
zeppo di africani ed europei, e quasi tutti ballavano: il gruppo era favoloso,
con chitarre Steel a pedale ed elettriche, tamburi parlanti e un sassofono,
e il cantante solista era pura dinamite. Restammo l a ballare fino all'alba,
quando il gruppo smise finalmente di suonare e la folla prese a dileguarsi.
Una volta usciti, esaltati e sudatissimi, con gli occhi socchiusi contro il
riverbero marmoreo di una mattina invernale parigina, decidemmo di
rientrare a piedi anzich prendere la metro. Ce la facemmo tutta fino ai
Giardini del Lussemburgo per vedere le statue delle regine e il castello di
Babar, poi per le vie attorno alla Sorbona, e andammo a sbirciare il vecchio
condominio di fronte a una piccola chiesa medievale dove Aura aveva
condiviso un appartamento con due ragazze giapponesi nell'estate del 2001,
quando studiava il francese. Trovammo un locale aperto per la colazione,
ci mangiammo due magnifiche omelette con pommes frites e champagne,
dopodich prendemmo la metro per tornare a La Motte-Picquet-Grenelle.
Cos era cominciato il 2005.
Adesso arrivava il 2009. Avevo appuntamento con Lola e il suo
fidanzato Bernie Chen in un bar di Ludlow Street alle due del mattino. Erano venuti
in citt da New Haven per vedere il volo della sfera di cristallo a Times
Square. Non so perch ci tenessero tanto. Io avevo cominciato a bere per
conto mio a casa, guardando un po' di football universitario alla tiv. Forse
perch ero gi leggermente sbronzo, dopo mezzanotte decisi di andare
in un bar del quartiere per bere qualcos'altro prima di prendere la metropolitana
verso Manhattan; e per far onore alla serata e all'incontro con Lola
e Bernie indossai il completo. Era un abito su misura che mi aveva fatto
un vecchio sarto di Citt del Messico un paio di settimane dopo la morte di
Aura, raccomandatomi dalla ragazza di un amico che lavorava per l'amministrazione
federale e diceva che era lui a confezionare gli abiti dei suoi capi.
Io volevo un completo da lutto nero come la pece, di tessuto grezzo e pesante,
che mi figuravo avrei indossato ogni giorno per almeno un anno. Il
vecchio sarto che venne nel nostro appartamento di Escandn - questo accadeva
diverse settimane prima che fossi costretto a sgomberarlo - a prendermi
le misure era un elegante patriarca con occhi delicati e vivaci sul viso
cascante e macchiato dall'et, che portava una spugnetta puntaspilli fissata
al bavero della giacca. Mi disse che secondo lui Aura non avrebbe voluto
vedermi sempre in giro in un completo da lutto. Indicando le foto di Aura
che stavano in giro per tutta la casa, il sarto mi disse, Vedo dai suoi occhi e
dal suo sorriso che sua moglie era piena di vita, Francisco, e sono certo che
non vorrebbe che lei si buttasse tanto gi, a mostrare al mondo tutto il peso
della tristezza. Posso raccomandarle una lanetta grigio antracite? Pi che
dignitosa, ma con un filo di leggerezza. E poi apr il campionario dei tessuti.
Quando raggiunsi il bar di Ludlow Street, Lola e Bernie erano gi
arrivati. Io avevo freddo perch mi ero messo solo il completo sopra una
felpa, e poi il cappello, il famoso berretto di Chinatown con i paraorecchie
che era riuscito a passare il primo inverno. Il locale era pienissimo ma
Lola e Bernie avevano preso un tavolo, il che mi parve un buon segno, un
modo fortunato di iniziare l'anno nuovo. Lola beveva solo acqua minerale e
Bernie aveva davanti un vodka tonic. Io e Lola ci abbracciammo fortissimo,
e quando ci staccammo lei ricacci indietro qualche lacrima e disse, Avrei
cos tante cose da dire ad Aura, certe volte penso ora le telefono e poi non
riesco a credere che invece non posso. Anch'io, risposi. Ma facevo molta
fatica a seguire la conversazione. Forse parlavano per lo pi tra loro, ma no,
ecco, mi guardavano; anzi, Lola mi stava raccontando un episodio riguardo
Aura e sua madre. Distesa su un pezzo di tavolo cera una ghirlanda di
alghe intrecciata con farinata d'avena e macchiata di marmellata di
lamponi: sembrava un polpo appiattito. Prima cercai di toglierla di l con
due dita ma non ci riuscivo, allora presi un tovagliolo di carta per pulire,
ma quando lo appoggiai sul tavolo, non cera pi niente. Non sapevo se
loro se ne erano accorti. Lola mi stava raccontando del giorno che erano
andate a presentare le domande per le borse di studio federali concesse in
Messico per i dottorati all'estero. Juanita aveva accompagnato in macchina
Aura e Lola nel fabbricato in cui gli studenti facevano file lunghissime per
consegnare, ma poich erano con lei loro non avevano dovuto aspettare;
Juanita le aveva portate proprio all'inizio della fila, e Lola ricordava gli
sguardi rancorosi degli altri studenti e la mortificazione di Aura. Dopo,
in auto, Aura aveva pianto come una bambina. Non voleva fare l'esame
per la borsa di studio, le ricerche e la stesura della tesi di laurea l'avevano
sfinita, le serviva una pausa in quelli che ormai sembravano anni e anni di
pressioni e studio ininterrotto. Perci aveva finito col non fare l'esame in
quella sessione, e di conseguenza Lola era partita per fare il dottorato un
anno prima di lei.
Cerano grandi notizie. Non solo avevano deciso di sposarsi quell'estate,
alle Hawaii perch Bernie era di l, ma Lola era incinta; il bambino sarebbe
nato prima delle nozze. Lola era magra come un chiodo, ma quando si alz
e si tir gi bene il maglione in effetti il bozzo si vedeva, come una piccola
zucca tonda. Sapevano gi che era una femminuccia, e per questo volevano
vedermi: avevano intenzione di chiamarla Aura, ma solo se a me fosse
stato bene. Mi andava bene se chiamavano Aura la figlioletta? Ma Lola,
Bernie, certo che mi va bene, molto pi che bene,  una notizia meravigliosa!
Ero davvero commosso, e non era solo un pretesto per ordinare un'altra
bottiglia di champagne, anche se finii col bermela praticamente tutta io.
Incredibile quante amiche di Aura stessero per avere dei bambini, proprio
quando noi stavamo per avere Natalia! Lola, Valentina, e anche la moglie
del suo amico Arturo di Austin che adesso abitava pure lui a New York, e
altre due coppie che conoscevamo in Messico, tutti incinti!
Lola e Bernie prendevano il taxi per andare alla Penn Station e tornare
in treno a New Haven. Io decisi invece di tornare a casa con la linea F,
perci montai in macchina con loro e scesi alla Quarta Strada ovest. Ciao!
Vi voglio bene! Congratulazioni. Buon anno! L'anno prossimo
festeggiamo con la piccola Aura! Ricordo di essermi diretto verso una laterale, pensando
che un isolato pi in l poteva esserci un bar ancora aperto. Quindi
sentii un gran botto, come una granata esplosa vicino all'orecchio sinistro,
una portiera d'automobile sbattuta con una forza mai sentita prima per una
portiera d'automobile, che riecheggi su e gi per la via facendo sobbalzare
sui sedili tutti quelli che stavano in fila nel traffico, compresi noi altri
nell'auto che guidava Juanita con Aura davanti e me dietro, e poi vedemmo
l'aitante giovanotto che aveva appena sbattuto la portiera che si allontanava
rapido dalla macchina, parcheggiata in un vialetto con la sagoma in
ombra di una donna al posto di guida, e il giovanotto piangeva - la donna
in macchina gli aveva certo mandato il cuore in frantumi - e dal finestrino
abbassato Juanita gli urlava beffarda, Ay, no llores (no yohhh-res), Dai,
non piangere.
Mi svegliai con uno che mi tagliava via di dosso la giacca del completo con
delle robe che sembravano cesoie da giardino. Mi tiravano su la felpa e mi
attaccavano elettrodi al petto. Il balenio metallico del soffitto di un'ambulanza.
Ero in ambulanza, ti seguivo, mi amor... Il cappello! L'avevo lasciato
al bar? Merda, dov' il mio cappello?, chiesi, ma nessuno mi rispose. Poi
mi trasportavano in barella sotto una favolosa cascata di luce, come zucchero
che pioveva da un buco nel cielo notturno, verso un oscuro ingresso
cavernoso sul retro di un ospedale e fino alla sgangherata accettazione.
Un poliziotto. Gente intorno che parlava e mi faceva domande, e poi forse
avevo nuovamente perso conoscenza. Poi mi ritrovai in ascensore con un
nero alto, tutto vestito di bianco. Che cosa succede? Mi portavano gi per
un'altra Tac. Un'altra Tac? S, la seconda. Ma come vado? E l'uomo in bianco
rispose, Rischia di morire, signore. Come niente fosse, con un vocione
severo. Rischia di morire, signore. Ah per, pensai. Okay, mi amor, visto
che ti seguivo davvero? Est bien. La cabina si apr e il tipo mi spinse fuori.
Resignacin, senor, resignacin. Hell-Ha, mi amor. Allora  questa la tela
tessuta dal ragno. Va bene. No, davvero, va tut-to be-nis-si-mo. Pronti via,
gi nel vero sottosuolo di velluto, in Alaska non fa poi tutto questo freddo.
Non sai quanto mi sei mancata. Ah, ogni secondo un passo verso te.

Note.
* Da Sigmund Freud, Totem e tab. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi
e dei nevrotici, trad. it. di S. Daniele, in Opere, 1912-1914: Totem e tab e altri scritti,
Boringhieri, Torino 1975, p. 72. L'autore cita l'opera errata, [N.d.T.]
...
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...
Capitolo 17.
...
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...
Avevamo preso in affitto una casa enorme a San Miguel de Allende in modo
che Juanita, Rodrigo e alcuni altri nostri amici potessero stare da noi la
settimana del matrimonio. Il marted sera per io partii in pullman per Citt
del Messico, perch dovevo essere l entro le undici del mattino e ritirare
il permesso, io straniero, per sposare una messicana in Messico. Mi sedetti
davanti, per guardare il panorama. Il pullman era gi un po' fuori San Miguel
quando estrassi dallo zaino la cartellina per controllare la documentazione,
la domanda presentata in duplice copia, certificati di nascita e di sana
e robusta costituzione eccetera. L mi resi conto che avevo lasciato il passaporto
a casa, a San Miguel. E senza passaporto non mi avrebbero rilasciato
il permesso. E mi serviva avere il permesso a San Miguel gioved per richiedere
la licenza di matrimonio in quello stato, e reperire un giudice di pace
che officiasse la cerimonia. Gioved sera sarebbero cominciati ad arrivare
i primi invitati, alcuni addirittura dall'Europa, e il matrimonio si celebrava
sabato. La cena di prova e la festa prenuziale erano il venerd. Ma se io
non avessi avuto con me il passaporto la mattina seguente, a Citt del Messico
non ci sarebbe stato nessun matrimonio. Aura era rimasta nella casa di
San Miguel, la chiamai e lei trov subito il passaporto; con lei c'era una delle
wedding planner, la quale elabor un piano. Io andai a bussare al gabbiotto
del conducente del pullman: lo sportello si apr e gli parlai da dietro le spalle
mentre continuava a guidare. Gli spiegai la situazione, che qui ne andava
delle mie nozze. A quel punto avevamo lasciato San Miguel da almeno venti
minuti ma lui disse Okay, si sarebbe messo sulla corsia di destra andando
pi lento che poteva, in modo da dare all'auto appena partita la possibilit
di raggiungerci. Per doveva beccarci prima che imboccassimo la trafficata
autostrada multicorsia a Quertaro, altrimenti sarebbe stato troppo tardi.
L'assistente dell'organizzatrice guidava un Suv nero. Tornai al mio posto
con gli occhi incollati allo specchietto di destra che incorniciava la stretta statale
dietro di noi e una porzioncina di paesaggio arido. Il traffico era scarso, e
vedevo bene i fari dei camion e delle auto che ci seguivano a velocit diverse
e poi piano piano ci superavano. Nel retrovisore l'asfalto della strada iniziava
a dissolversi nel giorno che rabbuiava, il cielo si copr di torri di nubi blu
e nere, e l'orizzonte ricordava la sera sopra un oceano invernale subito dopo
il tramonto. Guardai l'ora sul telefonino: erano passati tre quarti d'ora. Che
cosa avrei fatto se il matrimonio fosse saltato per quella mia distrazione? Ma
perch io e Aura avevamo sempre tanti problemi con carte e documenti ufficiali,
passaporti persi e dimenticati, il visto studentesco statunitense scaduto
di cui lei non si era accorta finch non si era trovata in aeroporto a Parigi?
Le nostre vite sarebbero state diverse se noi fossimo stati di quelli che non
perdono niente e hanno sempre i documenti in ordine? L'accidente  il padre
della commedia: quei giorni di attesa in fila all'ufficio passaporti di Cancun,
a ridere e chiacchierare tra noi quando in teoria avremmo dovuto essere in
spiaggia a Tulum, senza risentimenti n recriminazioni, ci avevano rivelato
molto del carattere del nostro giovane amore, quanto il sesso e forse anche di
pi. L'accidente  il padre degli spostamenti: deviazioni e viaggi inattesi, vagabondaggi
umilianti e perduti nel deserto ma anche visioni provvidenziali,
come quando nello specchietto, sulla cresta scura dell'orizzonte, apparve
il puntino nero con i fari accesi. Cercai di valutarne la velocit di avvicinamento:
correva, come fosse aviotrasportato.
Accidente, padre e madre della morte: la tua e quasi anche la mia. Le prime
due TAC avevano evidenziato un ematoma cerebrale. Se cresceva voleva
dire che ero in emorragia, e quindi avrei rischiato di morire, signori. Due
macchie scure all'orizzonte, una che cresceva e l'altra, be', fino alla prossima
TAC non erano in grado di dirmelo.
Cerano gi le indicazioni per Quertaro e l'ingresso dell'autostrada. Mi
squill il cellulare, era l'assistente dell'organizzatrice. Sei tu? Lui mi fece i
fari. S! Bussai al gabbiotto del conducente, lo avvisai, mi profusi in ringraziamenti.
Il pullman rallent fino a fermarsi sulla corsia di emergenza, l'attracco
dello shuttle nello spazio. Le porte si aprirono, io saltai gi fiutando
nell'aria aperta letame, artemisia e gasolio sotto le prime stelle nel cielo violaceo
privo di gravit. Il Suv nero accost dietro di noi tra festosi schizzi di
ghiaia, la portiera di destra si apr e ne balz fuori Aura con il mio passaporto
stretto in mano. Ero perduto e ora sono ritrovato, la sua buffa corsetta
un po' rigida come quella di una ballerina che scappa via dal palco; un abbraccio
sulla statale, Ay Francisco, iqu te pasa? Non vuoi sposarmi? E guarda,
sar meglio che stai lontano dalle cantinas e da quei cocainomani dei
tuoi amici. S, te lo giuro! Lo sposo salvato risal in pullman sventolando il
passaporto e tra i passeggeri scoppi un applauso. ;Viva Mxico, cabrones!
Aprii gli occhi e trovai Augusta detta Gus - la mia prima moglie - seduta
accanto a me al pronto soccorso. Ci eravamo sposati che io avevo ventiquattro
anni e lei venti, e si pagava gli studi alla Columbia spacciando coca agli
altri studenti al Cannon's Pub. Poi io me nero andato in America Centrale
a fare il giornalista durante il secondo anno di matrimonio, e questo di fatto
ne aveva decretato la fine. Adesso era la mia migliore amica, una persona
di famiglia pi di chiunque altro nella mia famiglia. Anche se non me lo
ricordavo, quando mi avevano portato in ospedale avevo dato il suo numero
di telefono e loro l'avevano chiamata alle cinque del mattino. Non aveva
dormito neanche tre ore ed era ancora leggermente ubriaca; suo marito l'aveva
accompagnata l da Brooklyn in macchina, e poi era tornato a casa per
rimettersi a letto. Gus aveva le borse sotto gli occhi azzurri assonnati, e la
chioma castana tutta scarmigliata. Il pronto soccorso era pienissimo: al St.
Vincent solo la notte di Halloween era peggio di quella dell'ultimo dell'anno.
Accanto a me, da una parte, cera un tizio grosso con un accento dell'Est europeo
che era finito contro la vetrina di un negozio, e le grosse lastre di vetro
infranto gli avevano fatto tagli profondi su schiena, braccia e cosce. La sua
ragazza piangeva con il viso tra le mani e lui continuava a gridarle di smetterla.
Dall'altro lato invece c'era un travestito alto e pallido con l'ombretto
azzurro tutto sbaffato e un accento del Sud, che aveva cercato di togliersi la
vita con un'overdose di barbiturici. Ma ora stava meglio e non taceva un attimo.
Aveva cominciato a raccontarmi la storia della sua vita non appena mi
aveva visto sveglio, la fuga da casa a tredici anni e lo sbarco a New York. Recitava
negli spettacoli drag, e quando disse a Gus che aveva un'aria da lesbica
mascolina, lei lo mand affanculo. Io avevo la testa coperta di sangue per
lo pi rappreso, ma sanguinavo ancora dall'orecchio sinistro;
Gus non faceva che urlare alle infermiere di ripulirmi ogni volta che passavano di corsa,
ma loro dicevano che cerano casi pi urgenti. Le chiesi che cosa mi era successo,
e lei disse che nessuno lo sapeva con certezza. Forse mi avevano aggredito
con un martello o un tubo di ferro, o forse ero stato investito e avevo
battuto la testa. Comunque mi avevano trovato privo di conoscenza per strada,
disteso sul marciapiede. L'orecchio era un grumo di carne maciullata,
ma la ferita pi grave ce l'avevo dietro la testa. Poi avevo tre costole rotte. La
polizia, mi disse Gus, le aveva chiesto se avevo dei nemici.
Nemici? Cercai di riflettere. Accidente: padre e madre della morte, ma
anche del pi sfrontato melodramma. Gli hai parlato dello zio e della madre
di Aura?, le chiesi, un po' per scherzo. Era impensabile che Leopoldo
avesse incaricato qualcuno di seguirmi da un bar di Ludlow Street fino al
West Village. Al successivo risveglio mi trovavo altrove; mi avevano spostato
in corsia. Gus era ancora l. Le dissi di andare a casa ma rispose di no,
finch non mi avessero messo in una camera, ripulito per bene e medicato
l'orecchio. Presto mi avrebbero portato a fare un'altra Tac. E mi avrebbero
ricoverato, anche se l'assicurazione non ce l'avevo pi.
Com' l'orecchio? Rimarr deforme?
Mi spiace.  messo male.
Me lo sfiorai, captai l'appiccicume pulsante.
Leopoldo no. Chi altri avrebbe potuto volermi male? Pensai all'ultimo
libro inchiesta che avevo scritto, su un omicidio: il Mono de Oro, Tito e i
loro chafas froci e assassini, la pareja diablica, nemici peggiori di quellinon cerano, ma venirmi dietro da un bar del Lower East Side la notte di
San Silvestro per investirmi o darmi una botta in testa?
Gus, te l'ho detto che ho perso il cappello? Ci crederesti?
Nel corso della mattinata mi spostarono dalla corsia in una stanza. Gus
and a casa a dormire promettendomi che sarebbe tornata nel pomeriggio,
anche se io le dissi che non doveva. Dividevo la camera con un altro
paziente, nascosto alla vista da una tenda. Incastrato fra i letti c'era un
piccolo lavabo, e sul fondo dell'armadietto in una busta di plastica c'era il
mio bell'abito di sartoria a brandelli. Le sponde cromate intorno al letto, i
monitor. Perch ero attaccato a una flebo, cosa mi stavano dando? La tiv
spenta appesa in alto sulla parete. I bracciali di plastica. Ah, i ricordi...
ciao, pap. Uno scorcio di mattoni newyorkesi e cielo invernale fuori dalla
finestra. Questo era l'ospedale in cui la pandemia di Aids aveva colpito in
principio, e poi era infuriata per anni. Quanti ragazzi e non pi ragazzi
erano morti in quella stessa stanza, in quello stesso letto? Il ricordo di
aver visto palloncini neri che si libravano sopra i tetti del West Village, e
sapere il perch. Ricordi dei miei primi anni a New York, quando lavoravo
nei ristoranti, di solito come aiuto cameriere, facce e voci di colleghi ma
solo qualche nome mai dimenticato, Sandy, Gino, il loro laido turpiloquio
e le prese in giro, talvolta spassose e talvolta inquietanti; Danny che mi
veniva di soppiatto alle spalle alla postazione degli aiuti e mi canticchiava
nell'orecchio, Whatever Lola wants, Lola gets... Di tutti quei camerieri
morti, quanti erano morti l, proprio in quell'ospedale?
Mi avevano ricucito la nuca con una pistola sparapunti e a quanto pareva
l'orecchio guarendo si sarebbe trasformato in un brutto moncone. Venne una
squadretta di dottori in camice bianco a visitarmi. L'ematoma interno non
era cresciuto, disse uno. Ero stato molto fortunato a evitare un'emorragia. La
commozione cerebrale per era grave. Volevano tenermi sotto osservazione
un paio di giorni. Quell'indolenzimento curiosamente piacevole al fianco
erano le costole rotte. Quando mi svegliai di nuovo nel pomeriggio, Gus
era tornata. Pensa un po', mi disse. Ti hanno investito. Un pirata della strada.
Una ragazza del Bronx, giovanissima. Che poi ha confessato tutto al padre
perch pensava di averti ucciso, e lui l'ha costretta a chiamare la polizia.
Mi misi a riflettere su quel nuovo elemento. Poi dissi, Ora ricordo. Gi,
una macchina. Girava sulla spiaggia, attorno a una grossa duna di sabbia.
Quindi guardai Gus, con l'ormai familiare sensazione di sconcerto per le
mie stesse parole gi mentre le pronunciavo. Veniva proprio addosso a me,
dissi ancora, sulla sabbia, velocissima. Gus mi squadr con la bocca spalancata.
Io chiusi gli occhi. Dov'era Aura in quella scena? Stavo vaneggiando.
La duna alta, con dietro il parcheggio, stava su una spiaggia di Cape Cod
dove andavo da ragazzino.
Mah, non credo, disse Gus, perch ti hanno investito a un incrocio con
la Sesta Avenue, e io dune di sabbia da quelle parti non ne ho mai viste.
Non ricordavo proprio niente. Qualcuno mi aveva visto sdraiato l e aveva
chiamato il 911. Quello stesso giorno all'ospedale, o forse era quello successivo,
Gus mi raccont un episodio di quando era venuta nella casa in affitto
di San Miguel il pomeriggio dopo il matrimonio. La sposa, coi postumi della
sbornia, si era ritirata nel fresco ombroso della nostra camera e dormiva a
pancia in gi; io ero fuori, in giardino, con alcuni amici. Con Aura saremmo
tornati quel pomeriggio a Citt del Messico in macchina, e poi il giorno seguente
avremmo preso il volo per la luna di miele sulla costa del Pacifico. Gus
era in soggiorno con Juanita e altre persone; drappeggiato su un divano cera
l'abito nuziale. Juanita l'aveva afferrato e stretto fra le braccia; poi aveva preso
fra le dita l'orlo lacero, infangato e pesto di balli della gonna per guardarlo
da vicino, e aveva sorriso tra s. Un sorriso dolcissimo, disse Gus.
Quando fui dimesso dall'ospedale la signora dell'amministrazione mi
disse che i conti li avrebbe pagati l'assicurazione della ragazza che mi aveva
investito, e mi diede dei moduli da riempire. Aggiunse che in teoria potevo
anche ottenere un risarcimento personale, e mi spieg come fare. Magari
non sar molto, disse anche, ma meglio di niente. Mi sa che anche lei aveva
bevuto un bel po', aggiunse. Dovevo tornare la settimana dopo per una risonanza
magnetica, e poi per farmi togliere i punti; ma se avevo sintomi tipo
nausea o forte mal di testa, ci vedevo doppio o avevo difficolt a camminare
dovevo andare subito in un pronto soccorso. Mi riaccompagnarono a casa
Gus e il marito. Per giorni continuai a sentirmi stordito, floscio, come un
sacco di gelatina tremolante. Mi sentivo vecchio, cazzo. All'ospedale mi avevano
dato il necessario per medicarmi l'orecchio: disinfettante, pomate, cotone,
garze, cerotto. Per dall'orecchio non smetteva di colarmi uno strano
liquido chiaro, tipo moccio. Insomma andai a casa e mi misi a letto, accanto
all'abito da sposa di Aura, con le pesanti tende beige sempre chiuse. La calma
e il silenzio di quella stanza, di quei lunghi giorni, la luce crepuscolare. Lessi
qua e l nei libri su morte e lutto che ormai ammassavo da oltre un anno.
Ripensai alla placida sensazione che mi aveva colmato quando il portantino
in ascensore mi aveva detto, Rischia di morire, signore; quell'impressione di
seguire Aura gi per un buio corridoio vellutato. Be', non sono morto, non
l'ho seguita. La sera accendevo il televisore. Mi alzavo dal letto un paio di
volte al giorno e andavo in bagno per lavarmi l'orecchio e rifarmi il bendaggio.
La mattina uscivo a prendere un caff e il giornale, camminando adagio
come un vecchio decrepito. Ma dopo qualche giorno smisi di vacillare tanto,
lavorai un po', ordinai una cena a domicilio. Quando mi feci la doccia, usai
lo shampoo doppia azione alla menta e tea-tree di Aura.
...
.
...
Capitolo 18.
...
.
...
Mentre ascoltava il professore apr le gambe [grafia inintelligibile], il corpo
gettato all'indietro, come una nave che affonda.
In una tiepida giornata di met settembre, mentre ascoltava il professore
leggere in perfetto accento spagnolo di Cuba le parole del premio Nobel Pablo
Neruda, la sua mente vagava per gli abissi del foglio bianco che teneva
sulle ginocchia. Essendo arrivata in ritardo si era dovuta mettere, non che
le dispiacesse, in un angolo dell'aula priva di aria condizionata; finch la
sensazione di essere fissata la costrinse ad alzare la testa. Il movimento involontario
della testa coincise con la fine della poesia di Neruda. Quel che
not nell'alzare la testa avrebbe dovuto esserle di avvertimento su quanto
stava per accadere, ma in quel momento, non sapendo quel che le ragazze
pi vecchie sapevano (pensava di essersi sbagliata), non poteva credere che
gli occhi verdi del professore ingigantiti dagli occhiali da vista fossero fissati
sul suo petto. Semplicemente non poteva essere. Non davanti a tutta la
classe, non mentre leggeva Neruda (oh, semmai proprio perch leggeva Neruda).
Ma non solo gli occhi rimasero fissati esattamente dov'erano, o cos
quanto meno sembrava all'immaginazzione (sfrenata) di Guadalupe, ma lui
ebbe addirittura il coraggio di farle una domanda: Qu piensas del poema,
Guadalupe? Prima che lei potesse rispondere il professore era gi impegnato
in una pacata diatriba su Neruda e la sua poesia melensa. Neruda, disse,
no lo vamos a leer, clase, porque no me gusta. Guadalupe ritenne piuttosto
strana quell'improvvisa censura in un corso di dottorato e la stessa
domanda che la perseguitava da quando era atterrata al famoso aeroporto
di JFK le esplose in testa come un popcorn nel microonde (la testa era il
popcorn e l'aula il microonde): cosa ci faccio qui? Perch sono venuta qui?
Chi sono io qui? S, d'accordo, non era solo una domanda a tormentarla, ma
tre, o piuttosto la prima domanda nascondeva, come un ventaglio cinese di
carta, altre domande, tutte parte della stessa enigmatica, bucolica scena in
rosso, bianco o nero. Poi pens a sua madre. S, a mia madre, rispose a un
immaginario giudice di un immaginario processo della Giustizia Accademica.
Si immagin anche il giudice - una specie di sfocata triade
Derrida-Lyotard-Focault - che rideva di cuore, di gusto, senza cuore... seguito dagli
altri giudici, dalla persona che batte a macchina i processi (il battitore processuale?),
il pubblico (tutti con gli occhiali, tutti che si appuntavano compunti
cosa non rispondere, come non essere) e ridevano di lei. Ridono di me(*).

Note.
* Frammento non rivisto, manoscritto su un foglio a righe giallo, con diverse cancellature, scarabocchi e correzioni, trovato fra le carte di Aura. Risale al suo primo semestre
alla Columbia, quando ancora non padroneggiava abbastanza l'inglese.
...
.
...
Capitolo 19.
...
.
...
Il professore che non apprezzava Neruda apprezzava invece, e molto, certe
invenzioni di proprio conio come per esempio la nota a piedi. In aula diceva,
Come si legge nella nota a piedi... Aura mi raccont del suo brivido
d'imbarazzo, e di essersi girata verso Valentina che aveva levato gli occhi al
cielo: era scoccata tra loro la prima scintilla d'amicizia. Nei dipartimenti di
letteratura spagnola e di lingue e culture ispanoamericane di tutto il paese,
i professori sbeffeggiavano Neruda e compagnia e cercavano invece di far
colpo sugli studenti con spiritosaggini tipo la nota a piedi. Alle sue spalle
per, quel professore era noto fra gli studenti come Mi Verguita (vergh-ta):
Pisellino. Mi Verguita scovava riferimenti fallici in qualunque testo e pilotava
sempre le discussioni in classe verso argomenti fallici e contesti che
spesso includevano divertenti oppure stiracchiati richiami al medesimo significante
privilegiato che gli era valso il soprannome. Mi Verguita aveva
anche pubblicato della narrativa, e nel suo ufficio faceva bella mostra di s il
pieghevole di un suo lontano reading da Barnes & Noble; per questo, pi di
un collega nel dipartimento lo disprezzava e tramava contro di lui.
Mi Verguita viveva con moglie e figli a Boston e andava a insegnare a
New York tutte le settimane. Aura aveva assistito a una delle sue lezioni
- quella in cui aveva sbeffeggiato Neruda e tirato fuori la nota a piedi - nel
primo semestre alla Columbia. Inizialmente il corso si teneva in un'aula per
seminari, poi a un certo punto gli incontri erano stati spostati nell'alloggio
che l'universit gli aveva assegnato. Incontri ai quali il docente portava
sempre un fiasco da quattro litri di rosso cileno e spesso anche del rum. Alla
fine Mi Verguita metteva su un po' di musica - soprattutto roba caraibica -
e invitava gli allievi a ballare. Ben presto aveva concentrato le sue attenzioni
su una studentessa timida e carina, di norma vestita in modo classico,
venuta a studiare alla Columbia direttamente da Bogot in Colombia; una
ragazza, nella fattispecie, sposata con un ingegnere civile che si era messo
in aspettativa per accompagnare la moglie a New York e permetterle di
conseguire il dottorato in un'universit della Ivy League, e che ora lavorava
in un centro di assistenza informatica in citt. Mi Verguita era anche
riuscito a far colpo, e chiss mai cosa le sussurrava all'orecchio mentre
ballavano dopo le lezioni; fatto sta che lei sollevava immancabilmente
il mento e lo guardava negli occhi, sorridendo e mordendosi il labbro
inferiore come un coniglio con un segreto. Un pomeriggio Aura mi scrisse
un'e-mail dalla Columbia per dirmi che Mi Verguita era stato sospeso: a
quanto pareva il marito della studentessa, non vedendo rientrare la moglie
al termine delle lezioni, era andato dal capo dipartimento ad interim per
accusare il docente di averla sedotta dopo averla blandita con l'alcol. Nel
giro di pochi giorni, Aura e i suoi colleghi di corso si trovarono coinvolti
in un'indagine per molestie sessuali condotta dalla giustizia accademica.
Mi Verguita fu l'ultimo, o forse il penultimo, ordinario di Letteratura
ispanoamericana del dipartimento. I professori che ancora trattavano narrativa
e poesia nei propri corsi venivano man mano esclusi, soppiantati dagli
specialisti di teoria della critica e studi culturali. Senza saperlo, Aura si
era iscritta a una facolt in cui era in atto una purga: finalmente, tardivamente,
il dipartimento si andava modernizzando e allineando con altri piani
di studio all'avanguardia nel paese. Dove stava scritto che ogni dipartimento
in cui si insegnava spagnolo dovesse rimanere devoto alla narrativa e alla
poesia? Quanti madrelingua spagnoli al mondo, in percentuale, avevano
mai letto un romanzo o possedevano l'istruzione necessaria a leggerne uno?
Al termine del secondo anno alla Columbia, il 29 maggio 2005, Aura scrisse
sul quaderno:
Non voglio fare la carriera universitaria.
Voglio essere me stessa, e quando faccio l'accademica non sono me stessa.
Non sono un'accademica e non lo sar mai. La imaginacin/las imgenes se
avalanzan eri una corriente de descarga poderosa una vezfuera del tanque
que es/se ha vuelto/la Universidad. Casa Pnica. Las restricciones que no se
entiende a si mismo. No confia en si mismo. Hay mejores
maneras de la desconfianza que la auto referencia pedestre y
estril. Mi vida est en otra parte(*).
Perch nyc?
Voglio restare. [Qui Aura disegn otto cuoricini volanti]
Clarice L'Inspector.
Una raccolta di racconti. Variaciones sobre la verguenza. [Variazioni sulla
vergogna, o l'imbarazzo; verguenza si pu tradurre in entrambi i modi. Aura
elencava cinque racconti che aveva gi scritto o che prevedeva di scrivere.]
Vorrei distruggere la mia tiv.
Vorrei non averne una.
Non mi serve nessuna tiv.
Non so come iniziare l'estate. Forse non scriver mai grande prosa. Mi basta
scrivere. E scrivere.
La mia infanzia ai raggi X.
NO ESCRIBIR CON ESPERANZA NI DESESPERANZA, SLO CON ESMERO. [Non
scrivere con speranza n disperazione, solo con molta dedizione.]
Tra le carte di Aura trovai la fotocopia sottolineata dell'autorevole saggio di
Foucault Che cos' un autore?, e per curiosit lo lessi; non ho letto molta
teoria della critica. Per quanto ne ho capito, secondo Foucault, cos dovremmo
considerare oggi l'autore: solo alla stregua di un nome utile per
classificare testi, per distinguere un certo libro da altri. Era facile immaginare
che Aura la trovasse, questa, solo una buffa idea borgesiana. Il suo
professore e i compagni di corso avevano analizzato anche questo saggio
con la medesima solennit del Pierre Menard? Non lo so. A me il saggio
sembrava un'abbagliante tela tessuta da un ragno pazzo e
geniale. Lessi fino al punto in cui Foucault cita l'assunto di san Girolamo per cui neppure
il nome dell'autore  credibile come segno di riconoscimento individuale,
in quanto diversi individui possono avere lo stesso nome, oppure qualcuno
pu scrivere sotto il nome di un altro, e via discorrendo. A quel punto
Foucault domanda: Come dunque attribuire molti discorsi a un solo medesimo
autore?. La studentessa esausta scorre le pagine restanti del testo
scritto fitto: ci vorr ancora un po', per avere la risposta di Foucault. La luce
del pomeriggio sta svanendo. Aura  stata sul libro un paio d'ore. E si
chiede, Ma non preferirei leggere Ritratto di signora? Non  forse quello, di
base, il problema pi grosso di tutti in quel momento? Chiss che c' per
cena... salmone selvatico?
Al corso di teoria critica tenuto dal nuovo direttore ad interim del dipartimento,
un chicano della California che si chiamava Charly Garda come
la rockstar argentina, a ogni studente veniva richiesto di parlare in aula di
un teorico contemporaneo. Aura scelse Gayatri Spivak, l'attuale luminare
del dipartimento di Letterature comparate della Columbia, di cui aveva seguito
le lezioni al primo anno. Nella presentazione Aura illustr lo sviluppo
delle idee della Spivak, a partire dalla famosa traduzione di e prefazione
a De la grammatologie di Derrida, passando per il suo influente testo I subalterni
possono parlare? - in cui il gesto autoreferenziale, sosteneva Aura,
 portato alle estreme conseguenze - fino al suo pi recente lavoro all'epoca,
Morte di una disciplina.
Poi arriv al punto centrale, cio la ragione per cui aveva scelto di parlare
di Gayatri Spivak, e fece alla classe la seguente domanda:
Qual  il ruolo della letteratura in questo schema teorico?
E rispose:
Preminente, direi. Di fatto, Spivak non abbandona lo studio e la critica
dei testi letterari, disse Aura, e prosegu spiegando alcune idee della studiosa
sull'importanza della letteratura: fra cui quella che la letteratura, e i libri,
permettono un tipo di insegnamento che  unico e non verificabile. L'inverificabilit
della letteratura  un passaggio chiave, disse Aura, in quanto 
secondo Spivak ci che differenzia il discorso letterario da tutti gli altri discorsi
umanistici. Quindi pass diligentemente a illustrare le opinioni dei
detrattori. Come poteva, Spivak, essere la principale esponente della teoria
della subalternit e continuare a difendere la letteratura,
che non pu neppure azzardarsi a rappresentare l'Altro
marginale e privo di voce, il Soggetto
subalterno, senza commettere un atto di colonizzazione? Gayatri Spivak,
concluse Aura, non ha paura delle contraddizioni.
Charly Garcia si compliment con lei per la presentazione, ma comment
che da parte sua dissentiva con l'approccio della Spivak al testo letterario.
Non riesco proprio a capire, disse, gesticolando a pugni chiusi per maggiore
enfasi. Proprio non capisco come possa ancora difendere il testo letterario.
Aura faceva la tesi di dottorato su alcuni dei giovani scrittori e artisti che si
erano fatti notare in Messico negli anni novanta e immediatamente dopo,
con la caduta del Pri. Me la ricordo davanti al computer, alla quinta o sesta
stesura: alzava lo sguardo e si lamentava, Una volta scrivevo benissimo, e
adesso non sono pi capace! Guarda qui cosa mi fanno fare! Con quel benissimo
intendeva, in parte, nello stile della critica e dei saggi pubblicati
dalle riviste che le piacevano, per esempio la London Review of Books: ora
invece le toccava scrivere un'analisi politica ed economica, tutta gergo specifico,
della caduta del Pri.
Gli studenti non all'altezza dei rigorosi standard del nuovo regime venivano
espulsi. Una delle prime ad andarsene fu Moira, l'amica-nemesi delle
prime settimane alla Columbia: Aura si convinse che la prossima sarebbe
stata lei. A casa non parlava d'altro, e ormai aveva l'insonnia quasi ogni
notte. Perch si era complicata tanto la vita scegliendo come relatrice della
tesi un'aguzzina del calibro di Pilar Segura, la brillante teorica letteraria
marxista? Proprio perch la Segura, uruguayana, era la star neoassunta,
la docente con cui tutti i migliori volevano lavorare, e Aura era competitiva.
Nell'autunno del 2005 - ci eravamo sposati quell'estate - in uno dei loro
incontri per la tesi l'uruguayana le aveva detto, Oh, Aura, mamma mia,
sei ancora cos innocente. Dobbiamo liberarci di questo tuo ingenuo amore
per il testo letterario.
L'amore per la letteratura non  n innocente n ingenuo, pensava mia
moglie. E comunque, l'amore per la teoria marxista  meno ingenuo?
Aura decise di far domanda di ammissione al master in scrittura creativa
del City College. Escluso me, e talvolta Lola, non faceva mai leggere le
sue cose a nessuno; ma chiss come la condiscendenza della sua relatrice
le diede il coraggio di esporsi al giudizio di chi decideva le
ammissioni al programma di master, chiunque fosse. Ci mettemmo
a tradurre tre
suoi racconti per la domanda, nel pi stretto riserbo: la borsa di studio alla
Columbia richiedeva un impegno a tempo pieno, ed era proibito studiare
in un qualsiasi altro ateneo. Conosco un sacco di gente al mondo che
li disprezza, i giovani scrittori americani che si iscrivono a questi master,
perch imboccano il percorso pi sicuro, convenzionale, addirittura burocratico
verso una carriera nella scrittura che poi di norma, nel migliore dei
casi,  solo una carriera da insegnanti di scrittura creativa: la scelta di Aura
fu probabilmente la pi coraggiosa della sua vita. Gi solo facendo domanda
metteva a repentaglio il dottorato: poi era terrorizzata all'idea del rifiuto,
della critica, e anche di sottoporre il suo sogno di fare la scrittrice alla
prova del talento e della determinazione. Non l'avrebbe detto alla madre,
o almeno non ancora: non aveva certo bisogno di ulteriore stress, non era
gi un fascio di nervi? Per farla rilassare intanto che metteva insieme la domanda
d'ammissione, la portai per il fine settimana a Mohonk, un posto
che adorava. La Mohonk Mountain House  uno sghembo, enorme castello
vittoriano nella valle dell'Hudson, ambientazione perfetta per un film gotico
dell'orrore o per un giallo di Agatha Christie. Aura mi chiese di scattarle
delle foto sdraiata a terra come la vittima di un omicidio, nel lungo
corridoio pieno di porte; poi fotograf pure me che facevo il cadavere nello
stesso corridoio. C'era anche un centro benessere, lei si fece dei massaggi, e
poi c'era una grande Jacuzzi all'aperto dove ci si poteva sedere nell'acqua ribollente
mentre il vapore ti si alzava a volute tutto intorno nella fresca aria
novembrina, e sentieri per passeggiare. La clientela era per lo pi composta
da famiglie del ceto medio, qualche anziano e qualche coppia pi giovane.
Se volevi potevi stare l a fare giochi da tavolo tutto il pomeriggio, bere sidro
caldo e cioccolata in tazza, mangiare dolcetti appena sfornati e torte di
zucca. Grandi poltrone e divani davanti a camini in pietra perfetti per arrostirci
un cervo. Noi ci sedevamo insieme davanti al fuoco, coi computer
sulle ginocchia a tradurre il suo ultimo racconto, Un secreto a voces.
Tre mesi pi tardi, in marzo, Aura ricevette un'e-mail da uno scrittore
- un vero Famoso Scrittore Irlandese - che insegnava al master. Le diceva
che i suoi racconti gli erano piaciuti ma aveva bisogno di parlarle, non  che
poteva andare al college a fare una chiacchierata? Fissarono un appuntamento
verso la fine della settimana. Nei giorni che seguirono, l'imminente
chiacchierata monopolizz le nostre conversazioni. L'avrebbero presa o
no? Perch mai il FSI avrebbe dovuto perdere tempo proponendole un incontro
se poi non aveva intenzione di ammetterla? Forse, le dissi, ha bisogno
di informazioni sullo stato del tuo visto. Ma Aura si angosciava, certa
che qualcosa non andasse, forse anche per loro valeva il divieto di studiare
in due posti contemporaneamente. Quando arriv al college il FSI l'aspettava
nel suo ufficio, insieme al pi anziano e ancor pi Famoso Scrittore
Australiano che dirigeva il master. I due erano amici, ed era chiaro che avevano
parlato di lei. Le fecero qualche domanda personale e lei rispose. Non
c'era nessun problema per il fatto che studiasse alla Columbia, le dissero; il
loro problema, o forse era pi un cruccio, era un altro. I racconti che aveva
spedito erano molto interessanti, ma erano traduzioni, e a quanto pareva
la traduzione non era farina del suo sacco: alla fine di ciascun racconto lei
aveva scritto Tradotto da Aura con l'aiuto dei suoi amici. Ma il loro programma
si svolgeva totalmente in inglese. Adesso si erano resi conto che
era in grado di conversare in inglese, ma era anche in grado di scrivere?
Era obbligatorio, per poter partecipare al master. Le diedero ventiquattr'ore
per comporre un pezzo autobiografico in inglese, non meno di seicento
parole, in cui spiegasse perch voleva iscriversi a quel corso di scrittura
creativa. Aura and a casa ed esegu. Qualche giorno pi tardi il FSI la richiam,
questa volta per dirle che era stata accettata. Per un'altra settimana
non ebbe ulteriori notizie. Non doveva arrivare una lettera ufficiale?
Forse il FSI l'aveva chiamata senza prima consultarsi con il FSA, che invece
non era d'accordo. Ma Aura, le dissi, ti hanno preso, manda un'e-mail e
chiedi. Lei lo fece. Qualche giorno pi tardi il FSA le rispose: Cara Aura, 
tutto a posto. Sei dentro. Sei stata ammessa al master. Riceverai una lettera
su carta intestata, ma la vera lettera  questa. Siamo orgogliosi e felici
di averti con noi. Quella sera andammo in centro a mangiare ostriche in
un ristorantino francese con il bancone zincato, stappammo una bottiglia
di champagne e poi andammo al cinema con Valentina e Jim nel Village.
Usciti dal cinema Aura si ferm per un istante e lasci che Valentina e Jim
andassero avanti: voleva che io osservassi bene l'andatura di lui. Zoppicava
perch aveva una protesi alla gamba sinistra? Forse. Io non ne ero sicuro.
Uno dei racconti che Aura aveva allegato alla domanda di ammissione parlava
di una ragazzina che era stata beccata a rubare negli zaini e nei cestini
del pranzo dei compagni di scuola. I genitori, convocati dal preside per un
colloquio, sono sconcertati dal comportamento della figlia. La guardarono
come se avessero davanti una completa estranea. In precedenza la madre ha
promesso alla ragazzina che, se si comporta bene, durante le vacanze estive
potr andare con la sorellastra a trovare la madre della stessa a Orlando,
in Florida, e il lettore intuisce che il motivo per cui la ragazzina si  messa
a rubare  che non vuole andare a Orlando. Per punizione la madre le vieta
di andare in bicicletta nel parcheggio del complesso residenziale dove abitano.
Ma la ragazzina disobbedisce e non solo va in bici nel parcheggio, ma
per la prima volta nella vita si spinge fin sul viale, fra i pericoli del traffico.
Incoraggiata dall'ammissione al master Aura invi il racconto,
Un viaje fallido, a una rivista letteraria online sudamericana, che lo accett. Il suo primo
racconto pubblicato! Comunic la bella notizia alla madre. Ma quando
Juanita lesse la storia, ne rimase turbata. Per prima cosa non le piaceva che
la madre del racconto non capisca perch la figlia ruba. Nella realt lei l'aveva
capito benissimo, no? E infatti Aura non era andata a Orlando con Katia.
Perch mai Aura divulgava episodi scomodi del passato, oltretutto distorcendo
i fatti? Aura cerc di spiegarle che si trattava di una finzione e che
se il racconto fosse stato pi lungo di certo anche la madre di quella narrazione
avrebbe capito. Il senso del racconto stava comunque nel viaggio in
bicicletta, nella breve e sconsiderata corsa della ragazzina verso l'avventura
e la libert, e verso un McDonald's in fondo al viale dove nei fine settimana
c'era sempre un clown e bambini che giocavano sul grande scivolo di
plastica, ma che in quel pomeriggio infrasettimanale era lurido e deserto.
Diversi mesi pi tardi, quando fu pubblicato un altro racconto di Aura,
anche questo ambientato in un complesso residenziale simile a quello
di Copilco, su una madre che vive da sola con la figlia, Juanita reag in maniera
analoga. Quei racconti erano un primo tentativo di scrivere La mia
infanzia ai raggi X? L dentro cerano segreti pericolosi e inquietanti. Ma
non  forse vero che molte giovani scrittrici finiscono per scrivere delle loro
madri?
Il racconto dovrebbe concludersi con il personaggio principale che si imbarca
felicemente per un viaggio verso terre sconosciute. L'entusiasmo del lettore
sbiadisce alla luce della sua consapevolezza del disastro; ma al disastro si
opporr uno splendente rovescio della medaglia.
Queste parole, recuperate fra gli appunti di Aura per il romanzo che voleva
scrivere, sembrano ermeticamente profetiche. Ma se sono profetiche
pongono anche un enigma ripugnante, perch come pu esserci un rovescio
splendente alla morte di Aura? Io credo che lei si riferisse al dottorato.
Nel romanzo, che doveva essere raccontato a ritroso, le terre sconosciute
verso cui Alicia felicemente si imbarca comprendono New York e il venerabile
ateneo dove lei studier per il dottorato. Quello doveva essere il disastro:
l'esperienza accademica. Niente e nessun altro. Ho ragione su questo?

Note.
* L'immaginazione/le immagini si riversano in una poderosa corrente fuori dal serbatoio
che / diventata l'universit. Casa Pnica. Restrizioni che nemmeno loro comprendono.
A cui nemmeno loro credono. Ci sono forme di dubbio pi interessanti dell'autoreferenzialit
pedestre e sterile. La mia vita  da un'altra parte.
...
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...
Capitolo 20.
...
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...
Quattro sere dopo il funerale, la madre di Aura mi telefon e and dritta
al punto. Si era evidentemente preparata il discorso e magari l'aveva addirittura
provato. Mi disse:
Aura si  laureata qui all'universit; io ci ho sempre lavorato, e anche
mio fratello. L'universit  la nostra famiglia e si prende cura di noi proprio
come farebbe una famiglia, e a quanto mi hanno detto gli avvocati dell'universit,
il fatto che tu non abbia rilasciato una deposizione legale  altamente
sospetto.
Io ascoltavo, guardando la mia immagine riflessa nelle vetrate a doppia
altezza che dividevano il nostro appartamento di Escandn dal piccolo patio, ritto vicino alle scale di legno chiaro che portavano al soppalco
notte, con il cordless all'orecchio. Sminuito dai volumi verticali dell'appartamento,
dall'alta parete gialla, sembravo una figuretta minuscola dai lineamenti
confusi nell'angolo in basso a sinistra di un dipinto immenso. La
porta scorrevole era aperta e si sentiva il mormorio frusciante dei bamb
in fondo al patio: li avevo piantati io stesso, sei in tutto, senza immaginare
che sarebbero cresciuti come piante da fiaba, ormai di quasi due piani.
Meno di una settimana prima di morire, Aura si trovava non lontano dal
punto in cui mi trovavo io adesso, e aveva alzato lo sguardo mentre scendevo
le scale. Adoro questo appartamento, aveva affermato. L'appartamento
era nostro: gliel'aveva comprato la madre. Quando ci eravamo trasferiti
era nuovo e vuoto, e in quattro anni Aura l'aveva pian piano arredato con
cura, nei limiti dei nostri mezzi, proprio come desiderava. Un falegname
ci stava costruendo le librerie che avrebbe dovuto consegnarci al ritorno
dal mare. E adesso io ero tornato da quel mare senza Aura ed ero al telefono
con sua madre. Di che cosa mi stava accusando? Cosa intendeva quando
diceva che per gli avvocati dell'universit era altamente sospetto il fatto
che io non avessi rilasciato una deposizione?
Era stata Juanita a decidere che Aura dovesse essere cremata. E per questo
noi - io e Fabiola, insieme a Juanita - trenta ore dopo l'incidente mortale
fra le onde del Pacifico eravamo stati costretti ad andare, direttamente
dall'ospedale di Citt del Messico dove Aura era morta, alla
vicina delegacin, un misto fra stazione di polizia di quartiere e procura distrettuale, per
rilasciare deposizioni testimoniali circa la morte di Aura intese ad accertare
che, con la richiesta di autorizzazione a farne cremare il corpo, non stessimo
cercando di nascondere qualcosa. Si doveva fare anche un'autopsia. Fummo
separati: portarono Fabiola in una stanza, o magari era solo una cabina separata,
Juanita in un'altra e me in un'altra ancora - oppure Juanita era con
me? I miei ricordi in proposito sono confusi, ma ho ben chiaro in mente lo
sgradevole tumulto di quella delegacin: prigionieri in abiti comuni ammanettati
e seduti su una panca contro la parete, tutto un andirivieni di poliziotti
e gente tipo penalisti, le pareti, il mobilio, le sudicie sfumature di giallo
e marrone. Non dormivo dall'ultima notte al mare. Era pomeriggio oppure
sera o forse gi di nuovo notte. Mi sedetti sulla seggiola di un tavolino metallico
di fronte a un'impiegata, una cicciona sulla quarantina con un'espressione
fiacca che stava davanti a un vecchio computer - schermo nero, lettere
verdi fluorescenti - e mi chiese di raccontarle cos'era successo. Perci glielo
raccontai mentre lei dattilografava senza la minima emozione, le dita energiche
e veloci sulla tastiera. Era la prima volta che raccontavo tutta la storia
dell'incidente e della morte di Aura, e probabilmente la raccontai con pi
particolari del necessario, ma lei scriveva ogni parola nel momento esatto in
cui la pronunciavo, o quanto meno cos sembrava a me. Che ero ancora in
costume, sandali e maglietta. Prima, mentre aspettavamo nella delegacin,
tremavo dal freddo, ma ora non pi. Quando ebbi finito con la deposizione la
donna mi chiese un documento di identit. Io non ce l'avevo. Avevo lasciato
i documenti nella casa al mare che avevamo affittato a Mazunte. Nel portafogli
avevo solo una carta di credito. Visto che non avevo alcun documento
di identit, la donna dietro la scrivania disse che la mia deposizione non poteva
essere accettata. Tutto quel battere sulla tastiera per niente.
Ma Juanita, dissi al telefono, guarda che la deposizione l'ho rilasciata.
C'eri anche tu. Alla delegacin. Non l'hanno accettata perch non avevo documenti.
Il passaporto era rimasto nella casa di Mazunte.
Strascicando ogni parola - conoscevo quel tono, il suo tono pi sarcastico
e beffardo - Juanita disse, Ayyy, che bella storia. Che bella storia. (Qu
bo-niii-ta his-toooo-ria.) Non avevi ilpassapooorto. Te Ieri dimenticato al
maaaare. Raccontala agli avvocati e al giudice, la tua bella storia.
Juanita, dissi. Di cosa mi stai accusando?
Se vuoi un consiglio, disse lei, comincia a pensare di scappare da questo
paese, per il tuo bene.
Io non scappo dal paese, le dissi. Non ho motivo di scappare.
Gli avvocati dell'universit vogliono farti arrestare e incarcerare seduta
stante, disse lei, in tono pi animato. Ma io li ho fermati. Sto cercando di
proteggerti. Non voglio parlarti n vederti, non mentre sei indagato. Mio
fratello mi fa da avvocato. D'ora in poi, qualunque cosa tu debba dirmi, dovresti
dirla a lui.
Quella  stata la mia ultima conversazione con la madre di Aura. Quando
lei riattacc, io chiamai immediatamente Leopoldo per chiedergli cosa
stesse succedendo. Perch Juanita mi aveva detto quelle cose? La breve
conversazione con Leopoldo, l'ultima che ho avuto anche con lui, termin
con lui che mi diceva di mettere per iscritto qualunque cosa avessi da dirgli;
poi mi riattacc il telefono in faccia. Poi quella stessa sera, o forse fu la
sera successiva, Juanita chiam Fabiola per dirle di starmi alla larga, di non
parlarmi e non farsi vedere in giro con me mentre erano in corso le indagini,
se non voleva finirci in mezzo anche lei. Fabis usc da casa sua, attravers
il pianerottolo e buss alla nostra porta. La trovai quasi sotto choc,
come fosse reduce da un incidente stradale; tremava e tratteneva le lacrime,
e a stento riusc a dirmi quel che era appena successo. Poi chiam sua
madre. Odette si indign. Quella sera port me e Fabis fuori a cena, in un
ristorante affollato, in modo che tutti potessero vedere che non avevamo
nulla da nascondere.
...
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Capitolo 21.
...
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...
La sensazione che il mio cervello perdesse, iniettando visioni oniriche nel
giorno. La stanchezza come una mano dentro a un vecchio guanto di cuoio ammorbidito che mi afferra delicatamente il cervello, la tangibile pressione
delle dita convulse. Svegliarsi alle tre o alle quattro di notte, e anzich
limitarsi a fissare disperatamente il buio, scivolare di nuovo in un brandello
dopo l'altro di sogno o di incubo; risvegliarsi da ciascuno con un sobbalzo
nello stesso istante in cui mi sentivo sollevato perch forse stavo dormendo.
Alla fine ci rinunciavo, mollavo il cuscino premuto sulla testa, mi alzavo
dal letto tremante ed esaurito, frugando e scalciando mentalmente fra i
detriti di immagini e scene che mi avevano percorso a scatti.
Aura era dell'azzurro di un ghiacciolo, o di uno dei suoi detersivi liquidi
congelati di un tempo, ma non era fredda l raggomitolata accanto a me, le
gambe raccolte sotto il corpo mentre si chinava lentamente per baciarmi, e
allora mi svegliavo di soprassalto. Poi ero nel lercio seminterrato delle occasioni
in un grande magazzino, dove in un cestone di compensato trovavo
i suoi abiti in svendita, piegati a mattoncini compatti, ciascuno con attorno
una fascetta di cartoncino frusciante; ne prendevo uno e lo riconoscevo,
poi ne vedevo anche altri, e poi ero di nuovo sveglio a guardare il buio.
Avevo sognato di essermi visto con lei, al Parque Chapultepec, e adesso volevo
chiamarla e chiederle di uscire un'altra volta, ma non riuscivo a ricordarne
il nome. Chi era quella ragazza cos sveglia e simpatica, mi chiedevo.
Per mi ricordavo la sua faccia, e in particolare le graziose
efelidi sul naso. Da quel sogno mi svegliai con un sorriso.
Come se farmi scordare il suo
nome fosse stato uno dei suoi scherzetti soprannaturali.
Il fregio stile torta nuziale in cima alle pareti, l'angelo e l'abito da sposa e
l'altarino; il cuore scintillante di latta messicana martellata appeso al muro;
la sua scrivania, i suoi libri, il suo computer, il suo affollato portamatite,
l'altro cuore, quello di cioccolato di San Valentino, gli occhi da orfanelli
dei morbidi gatti di lana del Chiapas; le abat-jour spaiate di negozi d'antiquariato
della zona, una con il paralume rosso e un galletto dipinto sul piede
di ceramica; il suo robot giocattolo sopra il com di legno scuro; i suoi
indumenti nei cassettoni e le scatoline e i flaconi dei cosmetici e dei profumi;
le lunghe tende tirate da cui la luce filtrava appena; il vaporoso e sibilante
gorgoglio e il barrito estatico dei minuscoli elefantini negli elementi
dei termosifoni che tenevano calduccia la stanza, insieme alla stufetta ronzante,
nelle buie settimane invernali dopo l'incidente che per lo pi avevo
trascorso buttato sul letto sopra alla nostra trapunta multicolore. I suoi libri,
le sue cose, la sua musica, i durevoli per quanto fiochi aromi di lei oppure
gli odori riscaldati delle sue cose. Svegliarsi allo stridio di gomme di
un'auto che passava sulla neve antelucana, il tumulto da decollo e il tonfo
di uno spazzaneve di passaggio.
Una sera su Degraw Street la osservai che cercava dolcemente di stanare
un gatto randagio o perso da sotto una macchina parcheggiata, china a
terra con il giaccone che chiocciava e tubava, facendogli ballare un guanto
davanti allo sguardo accovacciato; la cosa and avanti per almeno dieci
minuti, finch il gatto strisci fuori e lei lo raccolse; era un meticcio bianco
e nero, gi bello comodo nel suo abbraccio, le zampine a penzoloni davanti,
Senti che fusa! Mentre mi avvicinavo il gatto mi scocc un'occhiata
ostile. Lei disse, Francisco, questo piccolino viene a casa con noi, e io dissi,
No, Aura, non possiamo tenere animali e tu lo sai, e dissi, E comunque
 quasi sicuramente randagio e chiss le malattie che ha, e
dissi, No, Oora, non possiamo.
Mi spiace che non ci siamo trasferiti in una casa nuova, mi spiace che non
abbiamo mai preso un cane n un gatto, mi spiace che non abbiamo affittato
l'appartamento di sotto quando si  liberato cos saremmo
potuti rimanere a New York quell'estate a badare al
giardinetto anzich andare in
Messico... Scrissi ad Aura delle e-mail su tutte quelle cose. Mi spiace per
tua madre, le scrissi. Mi spiace di non saper cosa fare con tua madre. Mi
spiace di non essere riuscito ad aiutare tua madre. Che cosa potrei mai fare
per aiutare tua madre, buttarmi dal ponte di Brooklyn? Quando sono tornato
in Messico quasi un anno dopo la tua morte, la gente mi diceva che
all'universit sono tutti convinti che la tua morte  colpa mia. Che all'universit
ogni volta che qualcuno accenna a te o a me o a noi, qualcun altro
inevitabilmente osserva, Ahhh, ma l nessuno sa cos' successo veramente.
Qualcosa  successo, dicono, ma chiss che cosa,  un vero e proprio mistero.
Sai com', lui non ha neanche rilasciato una deposizione;  scappato da
qui senza neanche rilasciare una deposizione, cosa molto sospetta. Persino
il tuo padrino, il poeta e docente di letteratura, sta al gioco perch teme
il potere di tua madre e di Leopoldo in universit. Ha addirittura declinato
l'invito a prendere parte a una lettura commemorativa organizzata dai
tuoi amici a oltre un anno dalla tua morte perch ci andavo anch'io; devo
restare leale a Juanita, ha detto. Il tuo padrino, per mostrarsi leale con tua
madre, ha detto che non avrebbe nemmeno letto una poesia o detto qualche
parola su di te alla tua lettura commemorativa perch ci sarei stato
anch'io, e lui doveva mantenersi leale a tua madre. Perch non dovrebbero
impazzire? Perch non dovrebbero uscire di senno a forza di odio e di accuse?
Provare a capire e perfino a compatire  il minimo che io possa fare;
ma probabilmente, anche il massimo.
L'ultimo romanzo che Aura lesse, che aveva iniziato a Citt del Messico e
terminato il giorno prima di partire per il mare, era La vita
breve di Onetti, e adesso lo avevo io a Brooklyn, ma ancora non riuscivo a indurmi a leggerlo.
Per avevo letto la sua copia del Soccombente di Thomas Bernhard e
anche di Sotto il vulcano, quest'ultimo sottolineato e annotato di suo pugno
dall'inizio alla fine. Ero contento di leggere nuovamente un po' di narrativa
dopo tutti quei mesi di testi sul lutto e anche di libri che pensavo mi avrebbero
aiutato a immaginarmi gli psicanalisti e le case di cura sperimentali
francesi del romanzo di Aura. Un giorno, aprendo la mia copia tascabile di
Pnin, scoprii e seguii la traccia fatata delle annotazioni in inchiostro verde
di Aura e ancora non ero fuori del primo capitolo che iniziai a sentire la risata
che le montava dentro e poi le scrosciava dalle labbra dischiuse quando
il povero Pnin diretto a Cremona si rende conto di aver preso il treno sbagliato;
successiva tappa di grandi risa, lo scoiattolo che riesce a farsi premere
da Pnin la leva per far uscire l'acqua dalla fontanella. Aura aveva chiuso
tra piccole parentesi verdi espressioni come un fruscio di vento e sotto il
sole argentato e sui margini aveva limpidamente scritto la parola tempo.
Perch mai uno dovrebbe scrivere tempo accanto a ogni descrizione del
tempo atmosferico dentro a un romanzo? Io sapevo il perch. Al laboratorio
di scrittura, il FSA aveva dato il compito di tenere un diario meteorologico:
osservate il tempo che fa, descrivetelo, non  facile come sembra. Fate
attenzione ai suoi usi letterari. E ogni giorno di quel semestre - mentre si
preparava anche a discutere la tesi di dottorato - Aura aveva scritto con diligenza
sul suo taccuino che tempo faceva. In seguito Wendy mi raccont
che, fra tutti gli allievi del laboratorio, solo due avevano effettivamente tenuto
un diario meteorologico quotidiano: lei e Aura.
Talvolta era come un dono del cielo, il ricordo-sensazione di Aura che
rideva dentro di me. Non potevo evocarlo a comando ma talvolta, come
quando leggevo Pnin, quel riso veniva da s, come traversando il mondo
degli spiriti. Per potevo spingermi leggermente gli angoli della bocca
all'ins, quanto bastava a gonfiarmi appena le guance, e tenerle cos come
due uova alla coque tiepide e sgusciate, e rievocare in quel modo il suo sorriso
nella quiete, la sua morbida espressione quotidiana, come sovrapponessi
in tre dimensioni non solo il suo viso al mio, ma anche un po' della
sua indole, tanto pi delicata e piacevole della mia. E poi continuavo a darmi
un colpetto col pollice alla base dell'anulare, pensando di trovarci la vera
nuziale; la mia era un po' lasca e io la bloccavo sempre col pollice quando
dovevo buttare qualcosa in pattumiera; sfarfallio di panico ogni volta che
la nudit del dito mi sorprendeva, lenito un istante dopo dal cervello che
emanava il suo incredulo promemoria (Di nuovo? Devo ripetertelo un'altra
volta?): la vera era infilata sulla catenina insieme a quella di Aura.
Nelle settimane dopo l'incidente provai anche a rileggere Lord Jim: avevo
idea che anche per me fosse ora di fare quello che fa lui, sparire con la
mia vergogna e il relitto della mia vita e nascondermi in un luogo remoto e
difficile dove forse avrei potuto ricominciare. Ma adesso mi sentivo sconcertato
da quel libro, dalla paura della morte che ne anima i personaggi,
le grottesche pagliacciate che neanche meritano il nome di vigliaccheria:
clown che non fanno ridere, quei poveretti che si sforzano di preparare la
scialuppa col favore delle tenebre per abbandonare la nave dei pellegrini
malesi che loro ritengono a torto stia affondando, e inciampano da tutte le
parti, uno talmente in preda al panico che crolla e muore d'infarto, e il fatale
salto di Jim nella scialuppa... mi ricordava la volta in ospedale che mio
padre, circa una settimana dopo che era uscito dal coma, si era strappato i
cateteri dei nutrienti e dell'ossigeno, via gli aghi dalle braccia, si era lanciato
oltre la sponda del letto ed era caduto a terra riverso su un fianco dov'era
rimasto a correre sul posto mentre io e un'infermiera lo afferravamo e lo
tenevamo fermo, il camice dell'ospedale issato intorno ai fianchi, il magro
uccello da vecchio che sbatacchiava, lo choc della sua energia da bestia selvatica
tra le mani mentre cercava di sfuggire alla morte. Anzich colpirmi,
la sua forza vitale, se di quello si trattava, mi aveva schifato, fatto vergognare,
o forse ero rimasto colpito - perch faceva colpo senza dubbio - e dopo
mi ero vergognato, dopo che le infermiere lo avevano legato al letto, i polsi
fissati alle sponde con le cinghie di cuoio come un pericoloso psicopatico.
L'isteria di mio padre, quella mi avevano fatto tornare in mente i marinai
di Lord Jim nel panico della morte. E mi era tornata in mente una conversazione
con mia madre, seduti in quella stanza d'ospedale subito dopo - non
potevamo sapere che lui sarebbe vissuto altri quattro anni - quando le domandai,
Perch pap ha cos tanta paura di morire?, e lei mi rispose adagio,
E chi lo sa,  fatto cos e basta. Lo sai che  sempre stato ipocondriaco.
Il terrore della morte, mi ero chiesto,  una forma di ipocondria? Qualche
minuto pi tardi, dopo che ero rientrato nella mia solita abitudine ospedaliera
di fissare il vuoto, mia madre aggiunse, Io non ho paura di morire, col
suo risolino delicato e un'espressione di fervore compunto, quasi imbarazzato.
Io risposi, Neanch'io, non cos. Non credo intendessimo dire che non
avremmo provato alcuna paura affrontando la morte, ma che a come affrontare
la morte almeno mia madre ci aveva pensato e preso una decisione.
Non mangiare con la bocca aperta come tuo padre; Non tirare su il brodo
come tuo padre; Non picchiare i tuoi figli come tuo padre; Non non scopare
tua moglie come tuo padre; Non affrontare la morte col panico dei vigliacchi
come tuo padre. Io temevo molte cose: questo mi rendeva simile a mio
padre? La paura dei cani non era collegata alla paura della morte?... una
paura primordiale di venir squartato e divorato dalle bestie, col tuo sangue
che gli ribolle dalle narici, i musi completamente zuppi. Quando avevo circa
tre anni, nel nostro giardino, avevo tirato la coda a un cane,
un bastardino grigio dal pelo corto con la coda come un cobra, e lui si era voltato di
scatto ringhiando e mi era balzato addosso, lacerandomi l'avambraccio coi
denti mentre io gli stavo sdraiato sotto a urlare finch non era accorso un
vicino con un rastrello. Ho ancora una piccola cicatrice, e da allora i cani
minacciosi - bench i cani mi piacessero, e ne abbia avuti diversi - i cani
che abbaiano, ringhiano o mi puntano contro mi hanno sempre fatto correre
timore, adrenalina e panico nelle vene, anche se ho imparato a dissimulare.
Gi nella prima adolescenza riuscivo quasi sempre a proseguire, calmo
in apparenza e col cuore che martellava, anzich scappare o arrampicarmi
su un albero. Circa una settimana dopo la morte di Aura, Odette e Fabiola
mi invitarono da loro in campagna a Malinalco perch potessi riposare
e dormire un po'. Facevo ogni giorno lunghe passeggiate per le campagne,
su strade infangate tra campi di granoturco e pascoli, e spaventavo i contadini,
alcuni a cavallo, che probabilmente non avevano mai visto uno come
me, di mezza et, con la pelle abbastanza chiara, evidentemente forestiero,
andare a piedi per quei viottoli con le guance rigate di lacrime e talvolta
singhiozzare come un bambino; a una certa distanza, scommetto che pensassero
di aver sentito ridere e guardassero cosa c'era di cos divertente. Durante
quelle passeggiate scoprii che adesso, quando i cani mi inseguivano,
oppure si fermavano soli o in branco in mezzo alla strada scoprendo i denti
e ringhiando, o abbaiavano impazziti da dietro cancelli e staccionate mentre
passavo, non provavo pi alcuna paura, che qualunque cosa fosse stata
a scatenare in me quegli allarmi tumultuosi ormai era pietra.
Durante la sua ultima notte, la lunga notte prima di morire, Aura doveva
aver capito che sarebbe morta, o almeno che molto probabilmente o
quasi certamente sarebbe morta. L'abisso che lei aveva affrontato da sola
quella notte, senza di me, era ci che temevo io ora, pi di quanto avessi
mai temuto alcunch, tesoro mio. Non riuscivo neanche ad avvicinarmi
di un passo, a pensarci, senza sentire il corpo che reagiva come quando
era minacciato dai cani, che fremeva e si rattrappiva pur imponendomi di
avanzare, talvolta fiaccamente, gli occhi semichiusi, la gola secca e stretta
all'improvviso,  troppo... Lei cos'aveva sentito, cos'aveva capito, com'era
stato, cos'aveva pensato? Il solitario terrore che certamente la invase con
una familiarit diversa da quella che io o chiunque altro avessimo mai raggiunto
o sfiorato dentro di lei, e che non riesco a sopportare nemmeno di
provare a immaginare, o non ce la faccio e basta. Nemmeno
quando il portantino mi disse, Rischia di morire, signore, neanche lontanamente perch,
almeno in quel momento, in realt non me ne importava pi, o forse non
ci credevo veramente, mentre so che ad Aura importava, e che deve averci
creduto. Quella notte in cui si dev'essere sentita pi spaventata e sola di
quanto io sia in grado di immaginare  stato anche il momento in cui forse
mi giudic. Il giudizio su di me pu essere stato uno dei suoi ultimi pensieri
coscienti.
Fue una fanteria, cos disse a sua madre alle due di notte a Citt del
Messico, mentre la spingevano in barella dall'ambulanza all'ingresso del
pronto soccorso. Una fanteria: una cretinata, una scemenza, perfino un'idiozia,
disse Aura a sua madre. Queste le ultime parole che udii pronunciare
in assoluto, in quel tono di allegria forzata che con la madre usava spesso,
da esploratore coraggioso. Come ho passato le vacanze estive? A pomiciare
coi danesi, Mami. Fue una fanteria, Mami. Una fanteria mia? Ma lei
non disse cos, neanche per idea. Non sembrava che stesse incolpando nessuno;
aveva un tono da eroina. Per mi ricordo sua madre che incrocia le
braccia, pallida in volto, e mi squadra piena di odio e di biasimo, e perch
non avrebbe dovuto? Riportarle a casa la figlia in quello stato, paralizzata
dal collo in gi, da un incidente fra le onde. Ma questo  un ricordo nebuloso,
forse pi un parto dell'immaginazione. Forse non feci neanche caso
a Juanita e a quel che presumibilmente mi disse mentre seguivo Aura che
veniva ricoverata in ospedale dopo il nostro viaggio di dodici ore dal mare.
Forse non m'importava davvero di sua madre in quel momento, forse
non mi ricordo e basta, forse ho rimosso tutto, perch Fabis mi disse che lei
invece si ricorda nettamente di me che reagisco alle parole di Juanita con
uno sguardo attonito tipo, Perch dici cos?, ma che seguii Aura senza perdere
il passo. Fabis mi raccont che Juanita, mentre le trasportavano la figlia
nell'ospedale dove dodici ore pi tardi sarebbe morta, mi disse Esto es
tu culpa.  colpa tua.
Ci fu una settimana circa, nel 2005, qualche mese prima del nostro matrimonio,
in cui Aura si svegliava ogni notte, preoccupata che sposando me si
stesse condannando a una triste vedovanza precoce. Mi svegliavo anch'io
e me la trovavo accanto che fissava il buio, l'alito da insonnia tiepido come
quando si apre lo sportello del forno, il corpo umido. Non era forse logico
supporre che io sarei morto almeno ventanni prima di lei? Non faceva
meglio a guardare avanti, a risparmiarsi quella prova? Ne parlammo pi di
una volta. Le dicevo, Non preoccuparti, mi amor, non camper oltre i settantacinque,
te lo prometto. A quel punto tu ne avrai poco pi di cinquanta,
sarai ancora bellissima, e probabilmente anche famosa, e troverai di certo
uno pi giovane che vorr sposarti. Me lo prometti?, diceva lei, rincuorata
o almeno fingendosi tale, e io glielo promettevo. Sar meglio che mantieni,
Francisco, aggiungeva, perch io non voglio essere vecchia, vedova e
sola, n fare la fine di tua madre; Aura sapeva fino a che punto mia madre
si era esaurita nel prendersi cura di mio padre. Ma se anche per i settantacinque
non dovessi morire, dicevo io, puoi sempre parcheggiarmi da qualche
parte e vivere la tua vita, guarda che per me va bene. Basta che abbiamo
dei figli, e va bene. Tu fammi un bambino, uno solo, non chiedo altro. E
lei diceva, Okay, ma io di bambini ne voglio cinque. O facciamo tre. Allora
sar meglio che ci trasferiamo in Messico, facevo io, cos possono andare
all'Unam. Io mi sarei voluto trasferire in Messico comunque; era Aura,
per il momento, a voler rimanere a New York. Un pomeriggio di quell'ultima
primavera, dopo aver compiuto trentanni, dalla scrivania si gir verso
di me che leggevo sdraiato a letto e disse, Abbiamo tutto quel che serve per
essere felici. Non dobbiamo mica essere ricchi. Se serve possiamo trovare
lavoro all'universit. Poi abbiamo i libri, la lettura, la scrittura, e abbiamo
noi due. Frank, non ci serve altro per essere felici, siamo molto fortunati.
Lo vedi quanto siamo fortunati?
Un altro giorno di quell'ultima primavera Aura annunci che non sarebbe
stata, aveva deciso, il tipo di donna che passa la trentina ad angosciarsi
perch non  pi magra come a ventanni; si sarebbe concessa di essere
rellenita, un po' pi piena, per me era un problema?
Esto es tu culpa.  colpa tua. Aura lo pens mai, anche una volta sola, durante
la sua lunga ultima notte? Che era stata colpa mia? Non era stata colpa
mia. Ma certo che era stata colpa mia. Se credessi davvero che  stata colpa
mia, sarei in grado di continuare a vivere? Evidentemente s, sarei in grado
di continuare a vivere, se solo avessi paura della morte come una volta avevo
paura dei cani. Solo che non ho paura.
In quelle prime settimane di morte, Aura, ne ero abbastanza certo, mi rese
nota e addirittura visibile la sua presenza. Ma poi mi ero convinto, nel mio
scetticismo tipico della East Coast, che non credevo al mondo degli spiriti.
Non credevo che Aura sarebbe mai tornata a sedersi sulla Sedia da Viaggio,
o che un giorno sarei rincasato e l'avrei trovata ritta in camera da letto con
indosso 1 abito da sposa, confusa riguardo a dove fosse stata e per quanto
tempo. Quei primi episodi, mi ero indotto a credere, erano solo proiezioni
di choc e desiderio. Ovunque andassi in quei primi giorni dopo la sua
morte, per esempio, sentivo canzoni dei Beatles che lei adorava: Octopus's
Garden a tutto volume dal finestrino di un'auto proprio mentre entravamo
nel palazzo di Yosh e Gaby, dove quella sera si riunivano amici venuti da
New York e da altre parti; Lovely Rita nel traffico in tilt fuori dall'agenzia di
pompe funebri Gayosso; Lucy in th Sky nel supermercato dove andammo
a prendere roba da bere per poi portarla a casa; nei giorni successivi vi furono
diverse occasioni come queste che sconcertarono tutti, e che gli amici
messicani di Aura commentavano con l'aria di chi la sa lunga. Era Aura
che mandava dei segnali agli amici con le canzoni dei Beatles? In Messico
i Beatles non sono mai passati di moda: ovunque vai si sentono i Beatles.
Quindi come coincidenza non era neanche tanto sorprendente, no?
Tre sere dopo che Aura era morta, ero seduto quasi in prima fila a un
concerto all'aperto sullo Zcalo; mi ci aveva portato un amico - in quei
giorni la gente non faceva che portarmi di qua e di l - e la cantante avrebbe
dedicato una canzone ad Aura. Io alzai lo sguardo e vidi, sospeso sopra
il palco e sopra gli edifici vecchi di secoli che fiancheggiano la piazza, il
suo viso splendente nel cielo notturno come se volasse in una bolla di luce
lunare, con il suo sorriso pi dolce, acceso e amorevole, e io glielo restituii,
con le lacrime a velarmela. Quella sera percepii il suo amore e gliene fui
riconoscente, ma mi feci anche l'idea che si stesse godendo la novit della
morte e la sua magia, che fosse come se Aura non avesse ancora capito che
cosa significava. Per due notti di fila mi svegli nel cuore della notte, issata
senza peso su di me, la nuda volutt dei suoi seni a riempirmi come sempre
di un'estasi timida perch pensavo che nemmeno quelli di Marilyn Monroe
da giovane potevano essere stati splendidi ed esuberanti come quelli di
Aura; mi prendevano sempre di sorpresa, forse perch lei al riguardo era
sempre molto modesta e discreta. E poi, ah, quel miele stuzzicante nei suoi
occhi quando diceva, come sempre diceva, Quieres hacer el amor? Le seghe
che mi sono fatto nel nostro letto in quelle prime settimane senza di lei,
con una furia cupa, autolesionista, strappatelo via del tutto e fanculo, o
come un insaziabile scimmione arrapato o un detenuto psicotico; una cosa
orrenda. La madre di un'amica mi aveva preso un appuntamento con una
psicanalista, anzi una psicotanatologa: un'elegante signora ebrea messicana
che era anche buddhista praticante, la quale mi prescrisse dei sonniferi.
Fu lei a raccontarmi della pratica buddhista di visualizzare i propri cari
perduti dentro una luce bianca per aiutarli ad andarsene e trovare pace, e
un giorno, mentre cercavo di farlo anch'io, vidi Aura che lottava per tornare
da me, le mani alzate in un gesto supplichevole, con l'espressione derelitta e
il terrore di sparire nella luce. Qualche giorno dopo, a lezione di spinning
in palestra, la vidi nuovamente, in un angolo, molto ben delineata malgrado
fosse trasparente come un fantasma, con l'aria sperduta come se ora capisse
davvero che cosa la morte avrebbe significato, a farmi dei gesti come dentro
la luce bianca, implorando che la aiutassi, che non la lasciassi scomparire,
ma stavolta con il selvaggio sgomento del panico.
Chiunque, immagino, troverebbe disdicevole che fossi tornato nella mia
palestra della Condesa due settimane dopo la morte di mia moglie, e a fare
spinning per giunta, circondato pi che altro da donne che cercavano di dimagrire
e maschi gay genere comprimario di telenovelas. Ridicolo Aghetto
di merda, penserebbe chiunque. Ma delle mie vecchie abitudini quotidiane
non molto era rimasto, o era possibile, senza Aura. Lo spinning, un'ora
a pompare duro sui pedali di una cyclette con sottofondo di musica assordante,
era quanto meno un modo per stancarmi, cos poi magari riuscivo a
dormire un po', e anche di sudar via i postumi delle sbornie. Una sera che
pedalavo come un matto nel bel mezzo della lezione, pensai, E ora cos'
questa nuova, orribile sensazione? Dentro di me, alloggiato fra sterno e spina
dorsale, sentivo un rigido rettangolo cavo pieno d'aria tiepida e sterile.
Un rettangolo vuoto con i lati di piombo o ardesia, cos me lo figuravo, che
conservava aria morta, come quella immobile dentro il pozzo dell'ascensore
di un palazzo abbandonato da tempo. Convinto di capire cosa fosse mi
dissi, Quelli che si sentono sempre cos sono quelli che poi si tolgono la vita.
Avrei voluto saltar gi dalla bici e scappare via, o buttarmi a terra in posizione
fetale, o alzare una mano e chiedere aiuto. Invece continuai a pedalare
forte, muovendomi al ritmo della musica e dei comandi dell'istruttore, e
il rettangolo pieno d'aria morta pian piano svan. Dopo non mi sentivo bene,
ma intanto se nera andata, quella sensazione di vuoto e terrore assoluto
che mi erodeva da dentro con precisione geometrica, come una dimostrazione
matematica dell'inutilit dell'esistenza, per lo meno la mia.
Torna abbastanza spesso, ma finora se n' anche sempre andata. Tanto,
in quei primi giorni, settimane e mesi dopo la morte di Aura tutto sembrava
futile e assurdo comunque. Cercavo gli amici per andare a bere ogni
sera; loro capivano, ed essendo messicani erano disponibili a bere con me,
non gli stessi tutte le sere, ovvio, facevano a turno, ero io l'unico che beveva
come se volesse mutarsi il sangue in tequila. Storditi giorni silenziosi di
doposbornia. Andavo in palestra e poi nelle cantinas. Una volta, ben dopo
mezzanotte, quando non c'era pi nessuno con cui bere e io volevo solo bere
un altro po' e tutti gli altri posti erano chiusi, entrai da El Closet, venerando
locale di spogliarelli sui tavoli - un teibol, l li chiamano cos - nella
Condesa, che spesso rimaneva aperto fino all'alba e anche oltre. Non ci tornavo
pi da prima di incontrare Aura. Feci gli scalini per superare il piano
con la cucina, dove spesso si intravedevano las teiboleras in perizoma
luccicante che si ingozzavano, e raggiungere quello successivo dove, sulla
soglia dell'atrio scuro che portava alle camere per scopare, fui sorpreso di
vedere Bianca, la bruttina tarchiata che di quelle camere si occupava - rifornimento
di preservativi e salviette, pulizie - ritta l nella solita vecchia
e disordinata mise bianca da bidella con cardigan scuro e slabbrato. Bianca
mi fiss torva ed esclam, Pero Fraaank! jEsto es pecado! ;Tu
ests casado! Ma Frank, sei un uomo sposato! Non fu solo che dopo tutto quel tempo
si ricordasse ancora il mio nome, fu rendermi conto che la notizia che
avevo trovato l'amore, e una moglie, fosse chiss come arrivata fino a lei e
che lei ci tenesse, fu quello a stendermi, lasciandomi ammutolito per un attimo.
Bianca, che una volta avevo visto scarpinare verso casa per i viali alberati
della Condesa intorno alle nove del mattino, schiena gobba, gambe
tozze, finalmente completate le sue faccende da El Closet, probabilmente
diretta a una fermata della metro che l'avrebbe portata in chiss quale lontano
barrio degradato... quella specie di gnoma col suo orrendo lavoro era
stata felice di sapere di me e Aura, era felice per me. Eccolo
l uno che dovrebbe sposarsi, che sarebbe un buon marito.
Poteva davvero aver pensato
questo, Bianca, osservandomi allora a El Closet? E adesso, vedendomi salire
quelle scale per la prima volta in cinque anni, si sdegnava per il tradimento
delle sue illusioni. Tu ests casado! Dai, Bianca, risposi infine, non
 come credi, giuro, sono venuto solo a bere una cosa, ed entrai nel locale.
Mi sedetti a un tavolo d'angolo, lontano dal palco. Ai tavolini e spar
contro i muri, come sempre, las teiboleras sedevano in gruppetti, cricca per
cricca, a parlare tra loro, a tentar di sfangare i turni lunghi e tediosi, a gettare
ogni tanto un'occhiata intorno in cerca di clienti a cui sembrava che
potesse valer la pena di sollecitare una bevuta o addirittura una lap dance,
se non qualcosa di pi; alcune si alzavano per pattugliare la sala come sensuali
sonnambule, oppure si dirigevano ai camerini perch presto sarebbe
stato il loro turno di esibirsi sul palco. Altre sedevano ai tavoli dei clienti
oppure eseguivano per loro una lap dance fra le ombre degli angoli opposti
della sala. I camerieri in camicia bianca e pantaloni neri giravano continuamente,
insistendo coi clienti perch pagassero da bere alle ballerine;
poi c'era la venditrice di mezza et con il suo vassoio di sigarette, caramelle,
piccoli peluche e profumo dozzinale, e altre donne in sciatte uniformi
da scolarette che facevano su e gi vendendo biglietti per le lap dance, oppure
accompagnavano per mano le teiboleras dai clienti che le avevano richieste.
E ogni tanto una ragazza partiva con un cliente verso le camerette
di Bianca. Sul palco, alla periferia della mia visuale, quasi attraverso l'estremit
sbagliata di un telescopio, altre teiboleras, una per volta, facevano quel
che dovevano: ballavano, si toglievano il reggiseno, lo buttavano tra i clienti,
qualcuna si toglieva anche il pezzo di sotto ma non tutte, si dimenavano
sul pavimento, facevano la solita ginnastica da palo. Profumo dozzinale,
una fumosa muscosit femminile, l'aria tiepida e pesante come un'emanazione
intima da tutta la nuda volutt di quella sala. Nei miei pi solitari anni
post Z. e pre Aura, talvolta avevo fantasticato di sposare una teibolera.
Ogni tanto ne incontravi una che si stava pagando l'universit. Una volta,
in un altro teibol, ne conobbi una che studiava letteratura all'Unam, che
parlava di Rimbaud e Dostoevskij, e mi chiese di mandarle una
copia di Finnegans Wake quando tornavo a New York perch in
Messico non riusciva a
trovarlo, e io lo feci, anche se poi non ebbi pi notizie di lei, e dubito che
quello di Las Portales fosse il suo vero indirizzo, per non parlare del nome
che mi aveva dato; lo sapevo anche allora, ma il libro glielo
avevo spedito lo stesso. E proprio l a El Closet, una sera di
tanto tempo prima, avevo
preso da parte la venditrice con vassoio, nota al mondo solo come Mami,
e le avevo chiesto quale, di tutte le ragazze al lavoro quella sera, potesse essere
una brava moglie. Mami mi aveva preso sul serio, e con gli occhi aveva
passato in rassegna la sala da una teibolera all'altra, per poi tornare su
di me col malefico ghigno esultante della vecchia puta in pensione e dirmi
Ninguna. Neanche una.
Quella notte la venditrice di sigarette non era Mami ma un'altra, e rispetto
a cinque anni prima non riconoscevo nemmeno una ballerina; da
quando avevo conosciuto Aura si erano tutte messe a fare qualcos'altro. Respinsi
tutte le richieste di pagare da bere e misi bene in chiaro che non volevo
compagnia. Ma poi una ragazza molto giovane, in biancheria rossa, con
braccia magre e bianche come il gesso, lunghi capelli neri, un viso delicato
e grazioso e le guance butterate tutte impiastricciate di trucco venne a
sedersi al mio tavolo e disse adagio,  un po' che ti guardo. Perch sei cos
triste? Le dissi che mi era successa una cosa tremenda ma non avevo voglia
di parlarne, volevo solo bere per conto mio. Ma un po' doveva avermi fatto
parlare, perch ricordo che mi disse di avere diciannove anni, il che poteva
anche essere una balla, che era protestante, e che lavorava l solo per mantenere
la sua bambina, il che valeva, lo sapevo, per quasi tutte le donne che
lavoravano l, le messicane almeno. Appena prima di alzarsi per andarsene
mi disse, Si vede che sei nobile di cuore. Ti succeder qualcosa di bello.
L'avevo ringraziata per quelle parole e mi ero detto,  stato come essere
visitati da un angelo. Non dissentivo sul fatto che, almeno durante i miei
anni con Aura, il mio cuore avesse amato in modo che poteva essere definito
nobile. E mi sembrava per lo meno plausibile che un cuore spezzato si
mantenesse nobile, ma non credo possa rimanerlo un cuore andato completamente
in frantumi. Se quell'angelica teibolera mi vedesse ora, ormai
un paio d'anni pi tardi, mi direbbe ancora quel che mi disse quella notte?
C'era rimasto qualcosa del mio nobile cuore, ora che mi nascondevo a casa
nel pieno dell'inverno nelle settimane successive all'incidente? Poteva mai
avverarsi la sua profezia? La verit, per,  che le spogliarelliste e le puttane
tendono a sbagliarsi su molte cose.
Aura non sapeva del mio passato nei teibol. Cerano anche cose sue che lei
mi aveva nascosto, e che io non avevo scoperto fino a dopo - niente di sordido come i teibol, per, solo minute trasgressioni adolescenziali da cattiva
ragazza. Non dire a Frank com'ero, supplic rivolgendosi a Brasi, un suo
vecchio compagno del liceo Guernica, prendendolo da parte nella cantina
in cui eravamo andati a vedere la diretta di una partita dei mondiali di calcio
tedeschi con Fadanelli e i suoi amici, compreso appunto Brasi che Aura
non vedeva da anni. Che cosa intendeva? Che cosa non voleva che sapessi?
Brasi mi raccont in seguito, al mio ritorno in Messico un anno dopo
la morte, che per un periodo, alle superiori, Aura aveva avuto due ragazzi
contemporaneamente. Uno era il tipo pi vanitoso della classe; bello, ricco,
atletico, stronzo e vacuo... s, ci sono anche in Messico. A
sentire Brasi, il tipo era innamorato perso di Aura ma lei ne
aveva fatto uno zimbello:
gli raccontava balle, lo metteva in ridicolo, gli faceva le corna, ripeteva a
tutti le sue confidenze da sciocco vanesio, in una sorta di processo farsa di
cui lui solo era ignaro. Certo la cosa aveva una sua giustizia ma, carajo, lei
era veramente crudele, disse Brasi, pur non riuscendo a trattenere una risatina
ancora dopo quattordici anni e rotti. E l'altro ragazzo, oltretutto,
non doveva essere troppo contento. L'altro era Dos Santos?, gli chiesi. Brasi
disse che non lo sapeva, che non si ricordava. Era difficile credere che Aura
si fosse comportata cos, doveva esserci dell'altro. Ma Brasi la conosceva
dalle elementari, e adesso faceva il professore di filosofia all'Unam; sapevo
che non si stava inventando niente. Aura, povera piccola, con me non aveva
mai nemmeno accennato a Brasi finch non lo incontrammo per caso
quella sera, come se davvero fosse stata terrorizzata da quel che poteva dirmi
di com'era lei a quindici anni e avesse voluto nasconderne l'esistenza. In
qualche occasione dopo la morte di Aura avevo incontrato gente che l'aveva
conosciuta, anche se di norma non benissimo; gente che trovavo in posti
tipo la cavernosa cantina di Colonia Roma, La Covadonga, che era diventata
molto di moda e dove persone all'incirca dell'et di Aura mi avvicinavano
di punto in bianco per presentarsi, farmi le condoglianze, e talvolta
condividere un ricordo. Alcuni avevano usato parole come contestatria,
una che rispondeva, sfacciata, pungente, sarcastica, altera o distante; e tutti
parlavano come fosse universalmente noto che Aura era cos, anche se io
non avevo mai sentito nessuno parlare di lei in quei termini finch era viva.
Di solito queste rievocazioni venivano presentate in tono di affettuoso
rispetto, come se questa gente dicesse, Ah, s, Aura era intelligente e spiritosa,
per bisognava stare attenti perch sai, con quella sua lingua
tagliente! Ogni tanto me l'ero beccato anch'io, una di quelle uscite. Non trattarmi
come fa tua madre con Rodrigo, era il modo in cui reagivo di solito, e qualche
volta lei batteva in ritirata, confusa, oppure rintuzzava: E allora tu non
fare il deficiente come Rodrigo.
Ma nessuna delle sue amiche pi intime parlava mai di lei in quel modo:
le compagne di scuola pi care, quelle di cui era rimasta amica per il resto
della vita, raccontavano della sua precocit, e anche della cervellona che
era la loro affettuosa e leale migliore amica. A New York, alla Columbia e
poi al master di scrittura, Aura era nota per il carattere dolce e timido, era
quella che in aula doveva sempre essere spronata a prendere la parola. Lei ci
aveva perfino sofferto: in uno dei suoi taccuini della Columbia scrisse di s
che era un topino abbottonato. Come mai un cambiamento simile? Forse
aveva associato quella precedente personalit - difensiva, sempre all'attacco
preventivo con osservazioni taglienti - a qualcosa che aveva ereditato o
imparato da sua madre, o che era comunque legato a lei; e Aura non voleva
somigliare a sua madre, proprio come io non volevo somigliare a mio padre.
Era come se a New York si fosse tolta di dosso quella personalit, come
un'armatura chiodata, e l'avesse posata a terra.
Io e Aura non abbiamo mai parlato troppo esplicitamente di tutto questo,
anche se forse avremmo dovuto, perch chiss quale sarebbe stato l'impatto
di un'introspezione accelerata e pi limpida; magari - essendo la fisica
dei rispettivi destini tanto cineticamente compressa dentro di noi, reattiva
ai pi piccoli mutamenti e alterazioni - avrebbe portato Aura a una diversa
catena di scelte e decisioni con il risultato, chiss come, che lei non si
sarebbe nemmeno trovata sulla spiaggia di Mazunte quel giorno di luglio,
che sarebbe invece stata in una colonia estiva per scrittori a lavorare al romanzo,
o che saremmo rimasti a casa perch lei aveva deciso prima di avere
un bambino e sarebbe stata troppo grossa per andare al mare, o che mi
avrebbe lasciato; o addirittura, se anche fossimo comunque finiti su quella
spiaggia quello stesso giorno, che lei sarebbe entrata in acqua un'ora pi
tardi rispetto a come fece, perch magari quell'ultimo mattino tutto questo
l'avrebbe tenuta alla scrivania della nostra casa al mare un'ora in pi; oppure,
assorta nei pensieri - a pensare tra s, Ho davvero fatto cos, ho davvero
smesso e posato l'armatura chiodata di mia madre? - le avrebbe rallentato
il passo sulla sabbia dalla sedia a sdraio verso l'acqua quanto bastava a
farle mancare quell'onda, oppure l'avrebbe indotta, assente,
la mente ancora presa, a evitarla, quell'onda; anzich, cedendo al momento - a quell'ultimo,
fatale impulso gioioso - decidere di cavalcarla proprio come io avevo
cavalcato quella prima.
Una cosa che non cambi mai negli oltre quattro anni in cui siamo stati insieme:
una volta passato il limite dei due o tre bicchieri, Aura si metteva a
recitare poesie. Ovvio che certe volte andava ben pi in l di quei due o tre,
che fosse con me oppure fuori con le amiche, con Lola specialmente. Anzi
tra le amiche era famosa per le telefonate del giorno dopo: con la voce impastata
di postumi da sbornia e rimorso si scusava, e loro le dicevano che
non aveva nulla di cui scusarsi, che avevano bevuto tutte e si erano divertite
molto. Con me, d'altro canto, le sere che aveva bevuto troppo Aura finiva
sempre col trovarsi raggomitolata in qualche cantuccio di pavimento a
piangere per suo padre. Io non ho avuto un pap, frignava, con quella vocetta
strascicata da bambina che in quei momenti sembrava impadronirsi
di lei. Il mio pap mi ha abbandonata! Ci ha lasciate sole! Non gliene importava
di me! E piangeva, mentre io facevo del mio meglio per consolarla.
Certo, talvolta mi esasperava: pensava davvero di piangere a quel modo
sul pap per il resto della vita? Per mi interrogavo anche, con una pena attonita
e stordita, su quel vuoto che l'abbandono del padre le aveva lasciato
dentro.
D'altra parte il mio, di padre, col suo tentativo di tenere in pugno la famiglia
non ci aveva certo fatto del bene. Le mie sorelle imploravano sempre
la mamma di chiedergli il divorzio, specie sulla scia di una delle sue
furie violente. Loro non prendevano le botte che prendevo io, per venivano
massacrate a parole. Non avevano mai avuto la forza n la risolutezza di
allontanarsi da casa quanto avrebbero potuto e dovuto, perch erano molto
attaccate a mia madre e avevano sempre preferito rimanerle vicino; e lui
non faceva che denigrarle. Oggi non so quale delle due - se la sorella ricca,
sposata tre volte e nel ramo immobiliare o la sorella povera, mai sposata e
impiegata all'Holiday Inn - maledica pi amaramente la memoria di pap
o sia pi guardinga, paranoica ed emotivamente menomata. Avevi solo
tredici anni, mi ha detto mia madre, e gi non ti vedevamo pi, eri sempre
per strada coi tuoi amici, e poi finite le superiori te ne sei andato per sempre.
 vero, mamma, e cos mi sono salvato. Se i suoi genitori fossero rimasti
insieme, se lei fosse cresciuta in una famiglia stabile da figlia adorata di
un rispettato uomo politico e avvocato del Bajio, la principessa del Paese
delle Fragole, chi e dove sarebbe Aura adesso?
Gli ultimi due anni che passammo insieme Aura smise di piangere per
suo padre. Perch ne aveva trovato in me un surrogato affidabile? Psicologia
abbastanza spicciola; anzi me la vedo, Aura, che ci si fa sopra una bella
risata. Di noi due era convinta di essere lei la pi matura. Ma non significa
che non ci sia un fondo di verit. Per Aura io ero cose diverse. Interpretavo
molti ruoli, proprio come lei per me.
Nella saletta dell'agenzia di pompe funebri Gayosso, davanti alla cappella
in cui Aura giaceva dentro alla sua candida bara smaltata, vidi entrare
un uomo in completo grigio stazzonato. Non lo avevo mai visto prima. Pi
dell'espressione straziata fu il portamento ad attrarre la mia attenzione, l'andatura
con le braccia tese in avanti. Sembrava uno che tornasse alla carica
in una stanza da cui era appena uscito, nel tentativo disperato di perorare
un'ultima volta la propria causa; o come se girasse da ore in cerca di qualcuno
da abbracciare e ormai avesse le braccia indolenzite. Aveva un lungo naso
inclinato, un ciuffo grigio che gli cascava sulla fronte e cercava, dedussi io,
Juanita. Era il padre di Aura, Hctor; lo avevo capito ben prima di sentirlo
dire da una delle ttas. Da breve distanza osservai il suo lungo abbraccio con
Juanita, poi mi avvicinai. Sono Francisco, il marito di Aura, dissi. Ah, allora
tu sei il marito di Aura, ripet lui debolmente. Bench avesse visto Aura
solo due volte negli ultimi ventisei anni, sembrava molto scosso dalla sua
morte, non meno di nessun altro intendo dire, come se neanche lui sapesse
come avrebbe fatto adesso a sopravvivere. Provai un bizzarro impulso a
proteggerlo, ma da cosa? Noi due non avevamo certo molto da dirci, non l e
non allora. Per mi sedetti accanto a lui su un divanetto in un angolo, senza
proferire parola, e fui sollevato quando Vicky si avvicin per parlargli. Appresi
che Hctor e la seconda moglie avevano in effetti una figlia sola; Aura
diceva sempre che aveva due sorellastre che non aveva mai conosciuto, sebbene
non ne fosse mai stata davvero certa. Un mese e mezzo dopo, alla fine
di agosto, quando finalmente mi preparavo a tornare a casa nostra a Brooklyn
senza Aura, la sentii che diceva, in silenzio ma con enfasi, dentro i miei
pensieri: Francisco, prima di partire dal Messico devi andare a trovare mio
padre e scoprire cos' successo davvero fra lui e mia madre. E poi, scopri anche
perch aveva il fango sui calzoni... sentii chiaramente Aura chiedermi
di fare cos, come se io fossi la sua ultima possibilit di risolvere quel mistero,
il che le avrebbe permesso di terminare finalmente il racconto sul giorno
in cui lui era entrato in quel ristorante di Guanajuato per il loro primo e
unico incontro in diciassette anni.
Al funerale, Hctor mi aveva lasciato il suo numero di telefono e invitato
ad andare da lui. Lo chiamai, e qualche giorno dopo presi un pullman
diretto nella zona del Messico nota come El Bajio, dove Aura era nata e dove
noi ci eravamo sposati, a San Jos Tacuaya. Ci eravamo andati insieme
una volta sola, il fine settimana precedente le nozze, per portare un cestino
di uova in un convento di suore di clausura perch loro pregassero, in cambio,
che non piovesse il giorno della cerimonia. Da quelle parti c'era anche
la tradizione di infilare coltelli nella terra la sera prima di un matrimonio, e
noi facemmo anche quello; poi per piovve comunque, anche se non molto,
e per breve tempo. Quel giorno a San Jos Tacuaya Aura non aveva voluto
provare a cercare la casa con il giardino dove aveva abitato i primi quattro
anni della sua vita, non avendo il minimo ricordo di come fosse fatta all'esterno,
n la minima idea del quartiere in cui si trovava.
Da Citt del Messico il viaggio in pullman durava cinque ore. Partii
all'alba. Dai monitor rimbombavano film, uno dietro l'altro, rendendo impossibile
il sonno; fin che guardai gran parte del secondo, una saga di
football americano su un tipo che nasceva in un quartiere operaio di Philadelphia,
faceva un provino per i Philadelphia Eagles e riusciva a entrare in
squadra. Il film era doppiato in spagnolo del Messico, con tutti i giocatori,
bianchi e neri, che si ringhiavano a vicenda chinga tu madre e cabrn e intonavano
jViva los Aguilas! negli spogliatoi. Allora mi tornarono in mente
Aura e i passi indietro. Per quasi tutta la vita avevo mantenuto l'irrequieta
abitudine di ogni ragazzino americano di imitare i tre passi che i quarterback
fanno per allontanarsi dalla linea e prepararsi a lanciare un passaggio.
Li facevo continuamente, a volte mentre guardavo il telegiornale, oppure
pensando a questa o quell'altra cosa, era il mio modo di andare su e gi. Un
giorno Aura mi chiese di mostrarle come si faceva, come se fosse un passo
di danza interessante che voleva imparare. Niente di che, le dissi, sono solo tre passi indietro: ti tieni la palla qui, vicino al mento, cos, seguitai, e fai
un passo indietro, il primo, col piede dallo stesso lato del braccio con cui
lanci... cos glielo spiegai e intanto eseguivo, con gli altri due passi e il lancio
a seguire. Ma Aura fece il primo passo indietro con il piede
opposto rispetto al braccio di lancio, ruotando col corpo in modo tale da ritrovarsi a
guardare in avanti e dondolare di qua e di l come un pinguino sbilanciato
e barcollante mentre tentava di completare il percorso all'indietro con
il pallone immaginario stretto sotto il mento, il labbro inferiore tra i denti,
gli occhi spalancati. Da morire dal ridere: sembrava Giulietta Masina che
fa la pagliaccia in La strada. Alla fine doveva aver capito qual era la sequenza
giusta, ma continu a eseguirla nel modo sbagliato; certe volte, se pensava
che fossi triste ma non necessariamente, annunciava, Mira mi amor; e
faceva i passi all'indietro da spastica solo per farmi ridere.
Man mano che il pullman si avvicinava a San Jos Tacuaya, il panorama si
fece di piatti campi di fragole verdi e bruni a perdita d'occhio, e la superstrada
era fiancheggiata da ristorantini e chioschi che offrivano fragole fresche con
panna; nei pressi dell'abitato cominciava invece la zona industriale, enormi
fabbriche di automobili e stabilimenti pi piccoli. Il padre di Aura adesso
abitava vicino al vecchio centro coloniale, su una lunga via di botteghe
grigie. Il suo civico era facile da mancare, trattandosi semplicemente di una
porticina di legno incastrata fra due attivit commerciali, una farmacia e
un lavasecco. Un paio di minuti dopo che avevo suonato, Hctor venne ad
aprirmi personalmente e mi condusse per un corridoio angusto che portava
a un piccolo patio umido e poi a una casa di quattro piani che in origine
doveva essere stata la dimora di una famiglia abbiente, ma adesso era
suddivisa in appartamenti. Hctor e la sua famiglia abitavano al pianterreno,
in un appartamento che il mobilio massiccio e antiquato faceva sembrare
molto piccolo e a me ricord la casa dei miei nonni a Citt del Guatemala.
Passammo direttamente in uno studio che fungeva anche da soggiorno,
dove Hctor si sedette in poltrona e io su un divanetto basso, accanto ad
alcune librerie stipate da un'impressionante collezione di testi giuridici e
altri tomoni, soprattutto accademici, di politica e storia. Ma i libri erano
coperti di polvere, notai, e avevano l'aria di risalire agli anni settanta se non a
prima; pareva che in casa non entrasse un libro nuovo da almeno venticinque
anni. Hctor mi disse che si era semipensionato, insegnava ancora Diritto
in un'universit popolare della cittadina ma solo part-time; io ovviamente
tacqui del suo presunto giro di vuoti a rendere al mercato. Anche sua moglie
lavorava, mi disse inoltre, mentre la figlia, la sorellastra pi giovane di Aura,
abitava nella capitale e faceva la cameriera. Questo mi sorprese; mi venne
voglia di chiedergli dove, ma ebbi la sensazione che fosse meglio di no.
Quella volta a Natale, qualche anno fa a Guanajuato, chiesi allora,  stata
l'ultima volta che hai visto Aura? Sapevo che era cos, e con un certo sgomento
mi accorsi che il giornalista subdolo in me si risvegliava, concepiva
strategie, poneva una domanda all'apparenza innocente per far parlare l'interlocutore.
Lui mi raccont del pomeriggio in cui Aura l'aveva trovato che
armeggiava per uscire da casa della madre di Vicky Padilla, di quell'ultimo
brusco e imbarazzato addio. Dopo, quando Aura era entrata e aveva trovato
la madre e Vicky che bevevano tequila, qualcosa nel loro atteggiamento
l'aveva indotta a evitare di parlare con loro del padre. Con la voce che si
alzava per l'indignazione, Hctor mi raccont che quel pomeriggio Juanita
e Vicky l'avevano preso in giro, che per quel motivo se nera andato anzich
trattenersi un po' con Aura. Juanita e Vicky si lagnavano per questioni
di soldi; ma poi la prima aveva detto, Non c' da meravigliarsi che noi siamo
povere, ma tu, Hctor, tu proprio non hai scuse; a questo punto potevi
essere un uomo ricco e potente e invece guardati, sei anche pi povero di
noi! E poi, mi disse Hctor, lei e Vicky gli avevano riso in faccia. Raccont
tutto questo in tono placido e stanco, le mani intrecciate mollemente fra le
ginocchia, lo sguardo fisso in avanti anzich rivolto verso di me. Per esprimere
solidariet io dissi, Lo so come fanno Juanita e Vicky quando sono insieme.
Poi tirai in ballo l'altra volta in cui aveva visto Aura, qualche anno
prima, quando lei aveva ventun anni e si erano incontrati al ristorante. Era
stato durante una vacanza quando lei studiava in Texas. Era la prima volta
che la vedevi da diciassette anni, giusto?, domandai. Ti sei sorpreso che tua
figlia fosse diventata una ragazza cos bella e intelligente?
Dopo un istante Hctor rispose, S, certo, bellissima, una magnifica ragazza,
facendo ampiamente s, s con la testa e poi aggiunse che no, no, non
si era sorpreso affatto, aveva sempre saputo che Aura era eccezionale, anche
da neonata.  evidente, disse, che Juanita l'ha tirata su benissimo.
Ah, senz'altro, dissi. Ecco il momento che aspettavo. Per sai, Hctor,
Aura non ha mai pienamente accettato Rodrigo come padre, perch non ha
mai superato la tua perdita. Non ha mai fatto mistero del suo affetto per te.
Non ha mai capito perch tu e Juanita vi foste separati. Era ossessionata da
quel mistero, e anche dal perch tu sia rimasto poi cos lontano da lei. Conosceva
moltissimi figli di divorziati che continuavano a frequentare tutti
e due i genitori. Perch lei no?
Hctor ascoltava immobile e un po' chino in avanti, come per
concentrarsi meglio su ogni mia parola, ma poi croll; si butt all'indietro e si copr
la faccia con le mani, scosso dal di dentro da bruschi singhiozzi asciutti.
Dopo che si fu ricomposto, mi spieg le sue ragioni per quella lontananza.
Le stesse che aveva fornito ad Aura: Juanita si era risposata e lui pensava
che la bambina dovesse avere un solo padre. Ma perch, insistetti, non hai
nemmeno mai risposto alle lettere di Aura? Hctor disse che lui quelle lettere
non le aveva mai ricevute. E forse io assunsi un'espressione decisamente
scettica, perch sbott: Sai com', Juanita  sempre stata mezza matta. Dopodich,
come niente fosse, Hctor rivel il segreto del passato, quello che
era stato celato ad Aura per tutta la vita sebbene ne fosse stata testimone, i
fatti che pareva aver intuito e magari anche vagamente ricordato ma non
aveva mai trovato il modo di esporre e nemmeno di esprimere.
Lui non aveva affatto lasciato Juanita, mi disse Hctor. Quali che fossero
allora i problemi fra i due coniugi, lui non avrebbe mai fatto una cosa del
genere, per via di Aura, la sua bimba adorata, mi disse. No, era stata Juanita
a lasciare lui. Era scappata a Citt del Messico con un altro, un politico
rivale, e si era portata dietro Aura. Dopo, disse Hctor, me la sono dovuta
strappare dal cuore. Mi sono strappato Juanita dal cuore. E cos ti sei strappato
anche Aura, dal cuore?, pensai. In seguito lei aveva cercato di tornare
con lui, disse ancora. Era ritornata a San Jos Tacuaya con Aura, e quando
lui era uscito al loro arrivo, la quattrenne Aura da dentro la macchina aveva
annunciato, Siamo tornate a casa, Papi! Ma Hctor non se l'era ripresa,
Juanita: se l'era strappata dal cuore.
Rimasi a sedere l attonito. A questo aveva alluso Aura nel suo diario?
Ho troppo rumore in testa, la memoria che fa quel che deve, ricordi che piuttosto
scorderei tornano e ritornano. I suoi ricordi d'infanzia, tacitati e negati,
sostituiti da una frammentaria narrazione di bugie, dolori, complessi di
colpa e insensatezza. Ricordi che aveva tenuto segreti quasi che non avesse,
o perch proprio non aveva, le parole per dirli.
Adesso Hctor era calmo, gli occhi asciutti, come stremato. Ebbi la sensazione
che fargli un'altra domanda sarebbe stata una violazione brutale.
Quel che mi aveva detto, con tutte le sue implicazioni, andava assorbito in
silenzio, e molto lentamente. Ma io un'altra domanda ce l'avevo, e quello era
il momento di farla. Quella volta che vi siete visti al ristorante, dissi, quando
Aura aveva ventun anni. Fuori non pioveva, era una giornata asciutta, o
almeno cos la ricordava Aura, ma tu sei entrato al ristorante
con una gamba dei pantaloni tutta infangata. Mi sforzai di sorridere. Aura si  sempre
chiesta perch, gli dissi. Era un altro grande mistero per lei.
Lui assent e disse, Durante il tragitto in macchina avevo forato e sono
sceso a cambiare la gomma. In autostrada aveva piovuto,  passato un camion
su una pozzanghera e mi ha schizzato.
Un istante dopo si alz e and in cucina a fare il caff. Io controllai il
BlackBerry: cera un messaggio urgente da un amico di New York, Johnny
Silverman, il mio amico legale d'impresa, tipo amabile ed estroverso che
al ricevimento di nozze aveva fatto amicizia con Juanita. La quale gli aveva
ora assegnato il ruolo di mio avvocato, anche se non lo era, e l'avvocato di
lei, un legale dell'universit, aveva mandato a Johnny un'e-mail dicendogli
che avevo due giorni di tempo per sgomberare il nostro appartamento di
Escandn. Quando Hctor usc dalla cucina, gli dissi che dovevo prendere
il primo pullman di ritorno nella capitale. Ma non ti fermi a mangiare?, mi
chiese, in tono grave e ansioso. Si aspettava che mi trattenessi per pranzo; la
moglie, che presto sarebbe rientrata dal lavoro, aveva preparato una ricetta
speciale, un mole de olla. Io mi scusai e dissi, Non so che cosa fare con questa
situazione, quindi  meglio se torno e la affronto. Gli raccontai una parte
della faccenda: che la casa l'aveva comprata la madre ad Aura, che io mi
ero offerto di continuare a pagare le rate mensili mentre tentavo di mettere
insieme i soldi per rilevarla del tutto. Legalmente mi sembra improbabile,
dissi, che possano sfrattare il vedovo come se niente fosse. E sgomberare in
due giorni era una cosa assurda! Hctor si disse certo che secondo il diritto
messicano io avessi determinate prerogative e non fossi semplicemente la
parte terza, come mi definivano Juanita e il suo avvocato. Domandai permesso
e scrissi rapidamente a Johnny affinch chiedesse a Juanita e al suo
legale una proroga per lasciare la casa quattro mesi pi in l, in gennaio, e
nel frattempo avrei continuato a pagare le rate. Dopodich, aggiunsi, avrei
imballato tutto e me ne sarei andato, senza nulla a pretendere da Juanita; e
se cos non le andava bene, poteva concedermi almeno una settimana? Se
anche avessi trovato i soldi per comprare la casa, avevo capito in quel momento,
era probabile che Juanita non me l'avrebbe mai venduta. Tornai alla
stazione dei pullman, sentendomi in colpa per non essermi fermato a pranzo;
avevo promesso a Hctor che sarei tornato a San Jos Tacuaya il prima
possibile, anche se poi non l'ho mai fatto. Sul tragitto di rientro a Citt del
Messico telefonai a Gus a New York e le raccontai tutto quanto.
Ricordati che hai sentito solo la sua campana, mi ammon lei. Non 
per forza la verit. E comunque lasciarlo pu esser stata la cosa migliore
che la madre di Aura abbia mai fatto; mi sembra una mezzacalza, e magari
lei sapeva gi che avrebbe finito col crollare e mandare in vacca la carriera.
Perch, se un politico messicano si fa rubare la moglie da un altro politico
in un paesino piccolo e maschilista, dissi io, dove tutti si conoscono,
secondo te la cosa non gli danneggia la carriera?
Ma dai, per favore, fece lei. Riprenditi moglie e figlia, sant'iddio, e al limite
vatti a scopare la moglie di un altro politico, se proprio devi. La medaglia
ha due facce, come sempre, e a una figlia come Aura non si rinuncia
per nessun motivo, concluse Gus urlando al telefono.
Terminata la conversazione, rimasi a sedere con gli occhi chiusi e la
testa posata contro la tendina a trafori sul finestrino finch mi assopii,
cadendo in un trasognato dormiveglia in cui viaggiavo solo su un treno
come quello della versione cinematografica del Dottor Zivago, attraverso
le desolate lande siberiane piene di lupi ululanti che da bambino quando
avevo visto il film mi avevano spaventato moltissimo. Juanita  una foresta
buia, pensai, o forse lo sognai: mi parve di vederlo comporsi da s
una lettera alla volta.  la foresta ma  anche la madre della foresta, la sua
regina, la grande cacciatrice, la maga incantatrice. Lei  il lupo, l'orso, il
pesce che popola i fiumi.  il picchio che infesta la selva, frantuma crani
e mangia i ricordi come vermi. E adesso io sono intrappolato in questo
folto bosco e ogni giorno che passa ricordo sempre meno chi ero prima,
finch presto il picchio non avr pi niente da divorare. C' anche Aura
qui, intrappolata in questa selva? Non lo sapr mai, in questa selva non
ci sono risposte.
Ero ancora in pullman, a circa un'ora da Citt del Messico, quando ricevetti
un'e-mail da Johnny che mi inoltrava il messaggio appena avuto
da Juanita:
Egregio avvocato Silverman, in risposta alla sua cortese richiesta desidero
replicare che non ho alcuna obiezione se Frank si trattiene un'altra settimana,
fino alla data da lei indicata, ma  comunque molto importante che lui
prenda atto che dopo quella data la mia casa dovr senz'altro e totalmente
rientrare in mio possesso.
Solo due anni dopo o quasi, scorrendo una serie di vecchie e-mail e ritrovando
quelle di quel giorno e dei seguenti, mi resi conto che dovevo anche
aver chiesto a Johnny di scrivere questo messaggio, che lui mi aveva mandato
in copia:
Querida Juanita,
rileggendo ora con attenzione la tua precedente e-mail riguardo a Frank mi
accorgo di aver tralasciato un particolare molto importante. Frank mi ha
chiesto di domandarti se puoi fargli avere una piccola parte delle ceneri di
Aura da portare con s a Brooklyn. Scusa la richiesta tanto brusca, ma sinceramente
non so come in effetti si debba formulare una domanda del genere.
In seguito avrei saputo che due giorni dopo il funerale, quando avevo chiamato
Juanita a casa per dirle che stavo andando l, lei aveva detto agli altri
presenti che doveva nascondere le ceneri di Aura perch io stavo venendo a
portargliele via. Follia del dolore di una madre... Una ftta di piet nel mio
cuore sdegnato, per quanto possa valere quella piet.
Mia moglie non avrebbe voluto vedermi trascinare in giro tutto il peso della
tristezza in un completo di spessa lana nera, aveva detto il vecchio sarto,
e mi aveva consigliato il grigio antracite. Mentre Chucho, il nostro vigilante
preferito fra quelli del palazzo dove stavamo a Escandn, un tozzo cinquantenne
dagli occhi teneri, quasi effeminati, al vedermi la prima volta dopo la
morte di Aura usc dal gabbiotto per intercettarmi e disse:
Resignacin, senor. Resignacin.
In quello che sarebbe stato il primo luned dopo le nostre vacanze al mare
ecco presentarsi anche il falegname, come d'accordo, per consegnarci le
bellissime librerie nuove. Dalla morte di Aura erano passati dodici giorni.
L'uomo abitava in una lontana periferia, e malgrado la vita e le origini operaie
aveva i capelli rossicci e gli occhi celesti sul viso marcato. La mattina
che era venuto a prendere le misure alle pareti si era accorto che sia io, sia
Aura soffrivamo di postumi della sbornia dopo la nottata per cantinas, e ci
aveva fatto una ramanzina burbera e paterna sulla sua giovent etilica e sul
fatto che quando era diventato padre aveva rinunciato al bere. Ora gli raccontai
di Aura. Dopo un lungo istante di silenzio, il falegname pos sul tavolo
il giornale - uno dei tanti tabloid di cronaca nera e gossip - che aveva
con s e lo apr a un articolo su una donna che a Polanco era stata investita e
uccisa da un'auto. C'era una foto della donna sdraiata prona per strada, con
un abito azzurro, le mani aperte sul selciato, la testa in una pozza di sangue.
E disse, il falegname, Guardi questa donna, una macchina l'ha presa e
l'ha ammazzata, due bambini piccoli. Sono cose che succedono a chiunque,
Francisco, e succedono tutti i giorni.
Tre saggi: il sarto, il falegname e il vigilante. In quei primissimi tempi
dopo la morte di Aura, nessuno mi don parole pi sensate.
Grigio antracite invece del nero.
Resignacin, senor. Resignacin.
Sono cose che succedono tutti i giorni.
Al sarto, almeno, diedi retta.
Il 17 gennaio del 2009 a Brooklyn, New York, non nacque nostra figlia Natalia.
Come trascorsi la giornata? Neanche mi ricordai di che giornata fosse
fino al tardo pomeriggio. Mi medicai l'orecchio, che pareva sarebbe guarito
in modo da avere per sempre l'aspetto dell'orecchio pesto e lacerato di
un pugile. Lavorai un po'. Andai a fare una passeggiata. Valutai l'idea di
fermarmi in una chiesa per sedermi e pensare un po' a Natalia e Aura, ma
non lo feci.
Una sera gelida e nebbiosa di poco tempo dopo, tornando a piedi da un ristorante
vidi, sull'albero in fondo al nostro isolato, in cima tra i rami nudi
e umidi che scintillavano al bagliore di un lampione, Aura che mi sorrideva
come aveva fatto qualche sera dopo la sua morte, quando mi era parso
che fluttuasse in una sua aureola di luna sopra lo Zcalo. Gioia e sgomento
dissolsero la mia incredulit e mi fermai sul marciapiede a sorriderle a mia
volta, riscaldato da un amoroso bagliore tutto mio. Poi mi avvicinai all'albero,
posai le mani sul tronco e lo baciai.
Mi sembr plausibile che Aura scegliesse di nascondersi in un albero
del quartiere e in quello in particolare, il pi grande dell'isolato, un robusto
acero argentato sempre carico di foglie in estate, sebbene adesso il vasto
e intricato viluppo dei rami fosse spoglio. In primavera io e Aura facevamo
su e gi per le vie a fotografare le piante, col loro brillio di foglie e fiori
nuovi; lei si era comprata una guida agli alberi del Nordest per poterli riconoscere
e impararne i nomi. E per diversi giorni a seguire, ogni volta che
venivo gi per l'isolato la trovavo su quell'albero, il suo sorriso e gli occhi
lucenti che galleggiavano tra i rami, e percepivo la sua gioia al vedermi, e mi
fermavo sempre a baciare il tronco. Un pomeriggio, tuttavia, camminavo
con la testa da un'altra parte e mi scordai di guardare tra le fronde e avevo
appena superato l'albero quando una forza mi costrinse a voltare la testa,
come se mi avesse preso per i capelli. Confuso, umiliato, mi girai e tornai
dall'albero, mi scusai e lo baciai. Poi mi chiesi che cosa potessero pensare
i vicini di questo comportamento: si d il caso che l'albero stesse proprio
davanti al palazzo in cui, nell'appartamento seminterrato, abitava un tizio
corpulento, genere motociclista invecchiato, con dei bicipiti da placcatore e
una folta barba brizzolata. Mi domandai che cos'avrebbe pensato, una volta
accortosi che continuavo a fermarmi davanti al cancello di casa sua per
baciare l'albero. Non mi preoccupavo che mi facesse del male, per me lo
vedevo che usciva per dirmi una cosa tipo, Ma che cazzo fai?, e mi chiedevo
che cosa gli avrei risposto. Perci, dopo una settimana cos, se fuori sul
marciapiede cera gente oppure se vedevo che dal motociclista cerano la luce
accesa e le tende scostate, passando mi limitavo a tendere una mano e fare
un po' di solletico al tronco, e intanto mormoravo Hola, mi amor, cmo
ests hoy? Te quiero. In quei giorni provavo un'insolita leggerezza emotiva,
quasi simile alla felicit: stavo diventando matto? Guarda che non c' veramente
Aura sull'albero, mi ripetevo. Eppure, una notte fredda mi svegliai
intorno alle tre e mi venne in mente che quel giorno non mi ero fermato a
salutare l'albero neanche una volta. Saltai gi dal letto, mi buttai il piumino
sopra il pigiama, infilai le scarpe da tennis e uscii. Era caduta una pioggia
gelida per tutta la sera; il marciapiede era scivoloso per il ghiaccio e mi
fece tornare in mente che Aura non aveva mai davvero imparato a camminare
sui marciapiedi congelati. Scivolava sempre qua e l e io la prendevo
in giro, dicevo che sembrava Bambi sul laghetto ghiacciato. L'albero di
Aura non era mai stato bello come quella notte, lucido e scintillante come
se ci avessero versato sopra una miscela di diamanti liquidi e luce di stelle.
Francisco, mi disse, non mi sono sposata per passare il tempo da sola
su un albero!
Claro que no, mi amor! Cinsi il tronco con le braccia e posai le labbra
sulla scabra corteccia gelata.
L'orecchio guar. Era come se nel cuore della notte fosse venuta Aura da
dentro il suo albero per dargli un bacio miracoloso, oppure erano stati i poteri
dello shampoo doppia azione al tea-tree. Anzi, l'orecchio colpito aveva
un'aria pi liscia e fresca di quello sano, come se avesse messo un nuovo
strato di pelle neonata, uniche cicatrici alcuni impercettibili morsi di pesciolino
lungo l'orlo cartilaginoso. E mi fece pensare alle belle orecchie
grandi di Aura, e che a quel punto doveva essere nata anche Natalia con le
sue belle, grandi orecchie neonate.
Qualche giorno dopo arriv per posta un assegno di 17612 dollari dalla
compagnia di assicurazione della ragazza che mi aveva investito.
Il 29 gennaio al risveglio trovai Aura sdraiata a letto accanto a me, quasi
invisibile, un'oscurit pi chiara entro l'oscurit della stanza, ma con la
sua forma inequivocabile. Ero sveglio? Era desiderio? O era la conseguenza
dell'aver letto quello stesso giorno il libro di uno psichiatra che aveva studiato
i sopravvissuti a esperienze di premorte? Quel che avevo vissuto io
dopo esser stato investito corrispondeva ai particolari ricorrenti e sovrapposti,
nelle testimonianze di quei sopravvissuti, che avevano convinto lo
studioso a postulare l'esistenza di un qualche diverso mondo di spiriti oltre
al nostro mondo materiale. Forse erano tutte fesserie, per suggestive.
Sei arrivata adesso dall'albero?, chiesi ad Aura.
No, rispose. Mi amor, quello te lo sei immaginato, pobrecito. Ridacchi.
Perch mai dovrei nascondermi su un albero in pieno inverno?
Quindi anche questo me lo sto immaginando?
No, questa sono davvero io. Ovviamente.
Aura, me lo giuri?
S, mi amor, sono io.
Non ti seguo. Se puoi venirmi a trovare come adesso, allora perch non
vieni sempre? Mi sento troppo solo senza di te.
Non ci lasciano uscire tanto spesso, disse lei. Se fossi sempre qui sarei un
fantasma, e non voglio essere un fantasma. I fantasmi soffrono.
S, capisco, dissi. E pensai,  vero, capisco.
Avrei voluto chiederle tante di quelle cose. Be', era normale. Ma prima
che potessi dire altro fu Aura a dire, Frank, adesso sono venuta a chiederti
di fare una cosa per me. Voglio che vai a Parigi a cercare mia madre.
Tua madre  a Parigi?
Ma Aura era scomparsa, nuovamente dissipata nell'aria, nella
luce raffrescata del primo mattino.
Mandai un'e-mail a Brasi e gli chiesi di farmi sapere se la madre di Aura era
a Parigi. Lui mi rispose quel giorno stesso per dirmi che Juanita era in Messico,
ne era certo. L'aveva vista proprio quel mattino all'Unam.
...
.
...
Capitolo 22.
...
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...
Nelle settimane dopo l'incidente lessi un romanzo uscito da poco: lo descrivevano
come un libro sull'11 settembre perch l'orrore di quel giorno e le
sue tetre conseguenze sono la causa della separazione fra il protagonista e
la moglie traumatizzata, che lo lascia a New York e riporta il figlio in Europa.
Una storia malinconica, narrata da un protagonista depresso, ma verso
la fine del libro, quando la moglie e il figlio tornano, le circostanze sembrano
rasserenarsi. Vanno tutti insieme in vacanza su una spiaggia tropicale
dove lui scopre il bodysurf e incoraggia anche la moglie a cavalcare le onde:
le dice che  facile. Poi arriva un'onda che secondo lui  relativamente pericolosa,
allora dice qualcosa tipo, Ci siamo, poi alza le braccia, rientra con
la testa, prende l'onda e riemerge molti metri pi avanti, estasiato. La moglie
per non si  mossa. A lei non gliene pu fregare di meno, del bodysurf.
Quando lui la esorta a prendere l'onda successiva lei gli risponde che preferisce
nuotare e basta, e si allontana tranquilla a dorso.
Pazzesco, una coincidenza impossibile. Ma l'autore lo sapeva? Quando
fa rifiutare alla moglie l'invito del marito a prendere l'onda, e poi lei se ne
va da un'altra parte, lo sapeva che le stava salvando la vita?
Insopportabile, se la risposta a questa domanda  in effetti s.
...
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Capitolo 23.
...
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...
Al nostro matrimonio mettemmo una macchina fotografica usa e getta
su ogni tavolo, ma poi dopo averle raccolte tutte le lasciammo a casa a
Escandn in una busta dell'immondizia. Solo qualche settimana dopo la
morte di Aura le portai finalmente, una quindicina di macchinette in tutto,
in una foto ottica di Citt del Messico per far sviluppare i rullini; e rimasi
sorpreso dal numero di inquadrature intime di me e Aura che trovai
fra le circa duecento foto che tornarono indietro. Noi due che ci baciamo,
che ci parliamo all'orecchio al tavolo, in ombra ai margini della festa, che
balliamo stretti. Era come se nascosti tra gli ospiti ci fossero stati degli investigatori
privati che ci spiavano per raccogliere prove. Quegli scatti sembravano
ben pi fedeli, chiss come, di quelli del fotografo professionista;
e nessuna di quelle spie usa e getta ci colse con un'espressione, magari anche
solo casuale, di cui ora non fossi soddisfatto. Fra tutte quelle foto la mia
preferita, scattata verso la fine della festa, ritrae Aura da sola, di spalle, con
le zeppe da ballo in mano come un'atleta che esce dal campo, un piede nudo
indietro mentre muove il passo tirando su l'orlo del vestito, la pianta coperta
di vesciche e macchiata di tinta delle scarpe, sudore e perfino sangue
dopo tante ore a ballare. Venne fuori che l'occhio e i riflessi rapidi che avevano
catturato il piede nudo di Aura proprio mentre si fletteva all'indietro
non appartenevano a un fortunato dilettante ma alla nostra amica Pia, fotografa
che espone in tutto il mondo. Anche la foto in bianco e nero sul nostro
invito di nozze era di Pia - gli inviti erano stati il regalo di nozze suo
e del marito Gonzalo - presa in una via nei pressi del loro appartamento
di Montmartre. Ritrae Aura dalla vita in gi con cappotto e stivali, sulla
sinistra c' una mia gamba e in mezzo le nostre mani unite; ma il cuore
dell'immagine sono le nostre ombre che si stagliano nette sul selciato pieno
di sole, tenendosi per mano.
Ci mettemmo a cercare un prete cattolico disposto a unirci in matrimonio
appena tre mesi prima delle nozze. La madre di Aura voleva cos, e io pensavo
che anche la mia sarebbe stata contenta; ma soprattutto volevo tenermi
buona Juanita. Intanto, i preparativi ci stavano sfuggendo di mano. C'erano
state molte conversazioni spinose riguardo ai soldi, e liti, specie tra Aura
e la madre, che avevano idee diverse. Comunque le nozze sono il solido
fondamento del mio scoperto sulla carta di credito. Io e Juanita dovevamo
pi o meno dividerci le spese. Lei aveva intenzione di invitare circa un centinaio
di persone - tra parenti, amici e colleghi, da tutto il Messico - mentre
io e Aura pensavamo a una sessantina di amici. Alla fine vennero oltre
duecento persone. Le organizzatrici del matrimonio, un
manipolo di gringhe emigrate e insediatesi a San Miguel de
Allende, avevano un mucchio di
idee sicuramente perfette per i ricevimenti che erano abituate ad allestire e
che si ostinavano a proporci ma che io dovevo implacabilmente respingere,
cercando al contempo di non dare l'impressione, n a loro e n a Juanita,
di voler fare economia perch non potevo permettermi la spesa. No, davvero
non volevamo il gruppo di cover che loro ingaggiavano di solito per
tutti i matrimoni; avremmo preso noi il nostro deejay a Citt del Messico.
Non volevamo i bastoni da stadio luminosi, n tanto meno il tipo che faceva
il ballo del sombrero e lo spettacolo di fuochi d'artificio.
Invece s, l'asinello con le brocche di tequila attaccate alla
sella lo volevamo. Volevamo
i festoni di papel picado appesi al tendone sopra i tavoli e ritagliati con la
scritta Aura & Frank; e Juanita ebbe l'idea di ordinarne anche qualcuno
con scritto Viva i Red Sox in memoria di mio padre. Volevamo i mariachi
per il dopo cerimonia e alla fine della festa, e volevamo che ci fosse tequila
fino all'alba. Volevo, dissi ad Aura, che il nostro matrimonio fosse come
la mitica scena della fiesta al paesino nel film Il mucchio selvaggio, a parte
il massacro; e la prendevo in giro dicendole che io e i miei testimoni, Saqui
e Gonzalo, saremmo arrivati alla cerimonia a cavallo, vestiti da pistoleri
messicani come Steve Martin, Chevy Chase e Martin Short nei Tre amigos!
Trovare un prete che potesse o volesse sposarci, tuttavia, risult molto
pi difficile del previsto. Le coppie messicane di solito lo prenotano con un
anno di anticipo, e devono anche fare il corso prematrimoniale, e di norma
il sacerdote vuole celebrare la messa nuziale in una chiesa: tutte cose che
non erano nei nostri piani. Non si poteva cercare un prete alla mano e un
po' di sinistra? Aura sapeva di una scuola cattolica con annesso monastero
nella zona sud della citt retta da domenicani che, per via del loro impegno
nei quartieri poveri e nel Chiapas, avevano legami seppur ufficiosi con l'universit,
e prese un appuntamento. Fummo ricevuti sotto un porticato che
fiancheggiava un cortile di cemento. Il prete che ci venne incontro sembrava
un allenatore di football delle superiori: un omone dalle spalle larghe, in
jeans e giacca a vento, capelli grigi ben pettinati e occhialini di metallo. Si
chiamava padre Jacques ed era francese. Si sedette sul bordo della scrivania,
a braccia conserte, mentre noi gli stavamo di fronte come due scolaretti,
su seggiole di plastica. Gli spiegammo che cosa volevamo: che lui, se era
disponibile, venisse ad Atotonilco, l'antico paesino con il santuario cattolico
appena fuori San Miguel, il venti di agosto, per sposarci. Ma anzich in
chiesa, il matrimonio si sarebbe celebrato nel parco della vecchia hacienda
ristrutturata che avevamo affittato per l'occasione; e se, date le circostanze,
non poteva celebrare una messa completa - in effetti noi non volevamo
una messa nuziale vera e propria - gli saremmo stati riconoscenti di voler
impartire almeno una benedizione. Naturalmente pagavamo noi il viaggio,
e quant altro avesse ritenuto di chiederci.
Da bambina Aura aveva avuto una normale educazione cattolica - dottrina,
catechismo, prima comunione - e io ero stato battezzato e cresimato
ancora in fasce. Pi che altro, gli confessammo, volevamo far piacere alle
nostre madri. Padre Jacques sembr capire e non cerc di approfondire la
questione, per aveva un sacco di altre cose da dirci. Bench lo parlasse correntemente,
il suo spagnolo riusciva molto francese: la bocca che si sforzava
con il vigore dei francofoni esaltati, il mento che fendeva l'aria. Lui richiedeva
solo sei settimane di corso prematrimoniale: avevamo ancora tempo.
Cristo rivela la sua unione con noi anche tramite il sacramento del matrimoni
- il che doveva essere l'inizio del corso: Misterio Sacramental hasta la
muerte, questo me lo ricordo bene. Il matrimonio, come tutti i sacramenti,
era interpretabile come preludio al sacramento ultimo della morte e all'eterna
grazia della salvazione; questo era il punto fondamentale. Si trattava
di preparare i nostri figli, e i figli dei loro figli,
all'eterna grazia della salvazione. E continu, sempre pi
infervorato e fumoso, a ripetere incessantemente
le parole Cristo, morte e salvazione, a quanto pare in ogni
possibile accostamento. Chiss come, tutta quella filippica mi fece sentire
come Woody Allen in Io e Annie, quando  a cena per il Ringraziamento
dalla famiglia di borghesi protestanti, e mentre loro dicono la preghierina
lui si trasforma di colpo in un ebreo ortodosso. Mi dovetti mordere l'interno
della guancia per non scoppiare a ridere. E anche Aura si sforzava di
apparire seria e attenta, ma io notai gli occhi sgranati e le labbra serrate e
mi resi conto che lei pure faceva di tutto per non mettersi a ridere. Morte,
Cristo, morte, matrimonio, salvazione, Spirito Santo, Trinit, e via cos.
Grazie, padre, certo, si capisce, il nostro matrimonio  un preludio alla salvazione
eterna. Ma comunque padre Jacques non poteva sposarci, almeno
a fine agosto: No, c'est impossible. Per dovevamo lo stesso andare al corso
prematrimoniale. Una volta fuori, io e Aura ci appoggiammo al muro imbiancato
a strozzarci dalle risa, jajaja. Che prete bizarro! Oh, mi amor, non
so come ho fatto a non ridere, anch'io, oddio era da morire, con quella storia
della morte, non la finiva pi! Jojojo.
Non credo che riusciremo a trovare un prete che ci sposi, decretai. Per
me possiamo anche lasciar perdere. Gi, rispose Aura, io un prete non lo
voglio neanche pi. Non era nemmeno pi sicura di volere una festa di nozze,
almeno non cos in grande. Sarebbe stata pi contenta, continuava a insistere,
se ci fossimo sposati con una cerimonia civile a New York.
E allora com' stato che alla fine tutti e due, Aura inclusa, ci siamo fatti
prendere la mano in quel modo? Forse Juanita aveva cominciato a considerarlo
come lo sposalizio che aveva sempre desiderato organizzare per
la figlia, almeno come dimensione, per quanto poco rispondente ad altre
sue aspettative, a partire dallo sposo; una festa che da sola non avrebbe
mai potuto permettersi. E per me era anche un altro modo per dimostrare
a Juanita quanto amavo sua figlia. Juanita che una volta mi aveva preso il
BlackBerry dal tavolo di un ristorante, l'aveva ispezionato e poi aveva sentenziato
che non potevo essere innamorato di Aura come sostenevo perch
non avevo neppure una sua fotografia nel telefonino. Ma quel BlackBerry
non aveva la fotocamera, e io non avevo mai inviato foto dal computer al
telefonino perch non mi era mai neppure venuto in mente di farlo. Ricordo
di essermi stupito che Juanita si fosse attaccata a quella piccola falla in
un amore che io ero sempre cos fiero di ostentare, come la
proverbiale minuscola svista che smonta un delitto perfetto. I preparativi erano un'altra
delle cose che innervosiva Aura, ma ormai ci era in mezzo e passava ore a
organizzare e aggiornare il sito web delle nozze sul portatile. Prepar dei
CD con la musica che pensava di mettere prima della cerimonia e che ovviamente
comprendevano accattivanti brani di melenso pop spagnolo della
sua adolescenza, tipo Jeanette e i Mecano, come a evocare l'atmosfera
dei sogni nuziali di una ragazzina. Lo studio dei posti a sedere, uno schema
dopo l'altro, e l'analisi del perch la tal persona o coppia doveva o non
doveva stare allo stesso tavolo con la talaltra, era una specie di gioco da tavolo
fatto con i pettegolezzi.
Io e Aura avevamo ben chiare le ragioni per cui ci sposavamo; non era
solo un impulso romantico, com'era stato invece per me la prima volta, intorno
ai venticinque anni. Sapevamo che cerano modi di impegnarsi e di
sentirsi sposati senza bisogno di un rito ufficiale. Fossimo stati dei tipi
pi radical chic, con il progetto di allevare i nostri figli a Berlino o in un
altro posto del genere, avremmo potuto lasciar perdere il matrimonio. Ma
avevamo anche motivazioni di ordine pratico, come la permanenza di Aura
negli Stati Uniti. Inoltre: le nozze come pubblica espressione-celebrazione-
dichiarazione davanti a familiari e amici. Ho trovato la mia met; noi ci
siamo trovati. Uniamoci in ogni modo possibile, compreso il matrimonio.
Facciamo dei figli.
Il nostro grosso album di matrimonio con la copertina in pelle che a
Natalia piacer moltissimo studiare attentamente da bambina, da ragazzina,
da sdegnosa adolescente: Guarda qui mamma accanto all'asinello col
sombrero di paglia, che ride, con i capelli in faccia, s, certo,  bellissima,
una bottiglia di tequila in mano, una spallina del vestito scesa a scoprire
il famigerato tatuaggio che aveva finch non se lo  fatto togliere col laser
prima che io nascessi per non farlo vedere a tutti ogni volta che mi allattava.
Mamma che guarda esterrefatta pap che taglia la torta con un machete!
ta Fabis e ta Lida che lanciano petali di rosa addosso a mamma
e lei sorride e salta dentro una nuvola fiorita, con le braccia tese, e sembra
che stia levitando. Ma che schifo, pap si era tinto i capelli: si vede benissimo
perch il nero  uniforme, non come in tutte le altre foto di quel periodo.
Era stata mamma a costringerlo. S, mi ha detto, ho costretto il tuo
Papi a tingersi. Lo vedi che avrebbe fatto di tutto per me? Povero papino; la
mamma voleva che sembrasse pi giovane, soprattutto davanti agli amici,
ai colleghi e anche ai parenti lontani di Mamma Juanita. Questo prima che la
mamma obbligasse finalmente la nonna ad andare agli Alcolisti anonimi,
dicendole che se non ci andava non poteva pi tenermi. E adesso la nonna
sono quindici anni che non tocca un goccio! Per non la smette di prendere
in giro pap, lo tratta come un enorme struzzo cerebroleso, ma d'altro
canto prende in giro un po' tutti,  divertentissima, la adoro; quando vado
a casa sua a Taxco per le vacanze mi diverto un sacco! Dopo che mamma
ha scritto il libro famosissimo sulla ragazza messicana che va a vivere con
il marito strizzacervelli in un manicomio in Francia e poi inventa le scarpe
robotizzate, lei e pap hanno ricomprato la casa dalla ex domestica della
mia bisnonna Mamma Violeta, ma questa  un'altra storia che ormai ho
sentito milioni di volte.
Il video del matrimonio e le foto a colori furono il regalo di nozze di una
cugina di Juanita. Ma io quel video non riesco proprio a guardarlo, anche
se sarebbe facile credere che voglia invece rivederlo in continuazione, visto
che  l'unico filmato di Aura che possiedo. Ma quel video mi faceva ammattire
per l'imbarazzo anche quando lei era viva. Perch tante pi riprese
mie che di Aura? Perch l'operatore si era cos fissato con me? Forse perch,
con quel largo ghigno ebete da Muppet che piazzavo dappertutto, sembravo
uno appena miracolato dalla cecit. La mia esuberanza  autentica: non
mi sentivo indegno, o come se l'avessi fatta franca con qualcosa. Per avevo
smesso - da molto prima di Aura - di aspettarmi o immaginarmi che potesse
arrivare un giorno cos, e nel video la cosa risulta fin troppo evidente.
C'era qualcosa di avventato, smisurato, senza dignit nella mia condotta,
in quel girare fra gli invitati come un cagnolone esuberante, e mostrare a
tutti quel ghigno enorme.
Al matrimonio non cerano parenti miei. Circa nove giorni prima mia
madre era caduta e si era rotta un'anca e le mie sorelle erano rimaste a prendersene
cura: ma non dovermi occupare di loro fu un sollievo. La cerimonia
si svolse su un'isoletta al centro di uno stagno nell'hacienda, mentre gli
invitati guardavano dal prato. Il pubblico ufficiale che la celebr era un giudice
ventiseienne con la faccia da bambino, al suo primo anno di servizio.
Pia cattur in una foto Aura che percorreva da sola - prima di raggiungere
il patrigno che la aspettava per accompagnarla nell'ultimo tratto del percorso
- il prato verso l'isola, il velo bianco che le nasconde la faccia, il bouquet
in mano. Sopra di lei si vedono fumose nubi nere pi alte rispetto a quelle
ancora soffuse di sole, che gettano luci e ombre sui pioppi.  una fotografia
malinconica e inquietante, l'ultima di quel rullino, squarciata da uno
strappo dentato sulla destra come da artigli brucianti. Pioveva, un'acquerugiola
ventosa, e gli invitati si erano ritirati sotto il portico dell'hacienda,
ma prima della fine della cerimonia smise. Io pronunciai la mia promessa
sorridendo e annuendo come un bambolotto con la testa snodata. Aura
aveva un'espressione seria, assorta, vagamente stravolta. Il rito civile messicano
 tradizionale al massimo, lungo ma non molto poetico. Nessuna
frase a effetto tipo amare e onorare per tutti i giorni della vita, bench la
quarta promessa affermi che il marito, quale maggiore fonte di forza e coraggio,
debba dare alla moglie, oltre a nutrimento e guida, anche protezione.
La donna viene lodata per bellezza, spirito di sacrificio, compassione e
intuito; deve trattare il marito, cos dice la quinta promessa, con rispetto e
delicatezza. In seguito Aura disse scherzando che avrebbero anche potuto
sintetizzare tutte quelle promesse in un'unica frase, con gran risparmio
di tempo, e abbass la voce: La verit del Signore  il Servo, e la verit del
Servo  il Signore.
Al termine della cerimonia iniziarono a suonare i mariachi, mentre due
ragazzi conducevano il ciuchino carico di tequila sul prato umido. I messicani
si riversarono sotto il tendone bianco e andarono a sedersi dove gli
pareva, ignorando bellamente la nostra tormentata assegnazione dei posti.
Quando il nostro ganzissimo deejay messicano apr le danze con Prez
Prado e un po' di tecno-cumbia, caus una fuga precipitosa di messicani
di mezza et, amici di Juanita, verso le rispettive auto; tornarono di corsa
brandendo CD degli Abba e dei Beatles che il deejay, dopo un'iniziale protesta
- poi per non potete dire che vi ha messo la musica DJ Oxo, al vostro
matrimonio - inser obbediente nella sua playlist per il resto della serata.
Si ball fino all'alba. Secondo la tradizione messicana, ai matrimoni i
camerieri devono cercare di far ubriacare completamente gli sposi, probabilmente
un vantaggio enorme all'epoca in cui le spose arrivavano vergini
al talamo nuziale. Ogni volta che mi giravo c'era un cameriere pronto a
rabboccarmi la tequila; mi sentivo braccato. Caddi all'indietro nel fango,
ridendo, mentre tentavo di salire con Aura su uno dei pulmini che aspettavano
di riaccompagnare gli invitati a San Miguel.
Gran parte della tequila era dono di un facoltoso amico di Juanita, uno
di Guadalajara. Un mio amico che ha diversi ristoranti nella Condesa invece
ci aveva procurato il vino a prezzi da grossista. E cos via. Cos riuscimmo
a pagarci le nostre fastose nozze, il cui successo contribu a creare un
sentimento di unit familiare, di fiducia, e ad alleviare un poco, credo, il
materno timore di Juanita. Per quanto Aura continuasse a dire che sarebbe
stata altrettanto contenta di sposarsi in comune.
Come dovevamo comportarci, adesso che eravamo sposati? Bisognava cambiare
qualcosa? C'era una certa titubanza e confusione in proposito, che ci
imped di comportarci con naturalezza nel primo giorno e mezzo di luna di
miele in un remoto ecovillaggio con schiusa di uova di tartarughe marine
sulla costa del Pacifico, a Nayarit. Che splendida mattina di sole! Era il momento
di prendere seriamente il viaggio di nozze leggendo un po' di seria
letteratura sdraiati sulle amache! Il secondo giorno andammo a cavallo. Il
mio part al galoppo lungo la spiaggia con me sopra, ignorando urla e strattoni
di redini. Ecco ripreso l'elemento comico della nostra narrazione: Aura
si divert molto a imitarmi che ballonzolavo inerme sulla sella mentre il
cavallo sfrecciava via, tra le risate della nostra guida cowboy. Avevamo una
cabana che dava direttamente sull'oceano, illuminata di notte unicamente
da candele e lampade a olio; niente elettricit. Granchi azzurri scorrazzavano
ovunque e noi li fotografavamo quando si cacciavano negli angoli e levavano
le chele da samurai. C'era una laguna che attraversavamo con una
barchetta per andare a cena la sera. In sala da pranzo bevevamo margarita e
giocavamo a Scarabeo, consentendo parole inglesi e spagnole; Aura ci giocava
con un libro aperto in grembo che leggeva contemporaneamente. Anche
gli altri ospiti dell'hotel si facevano i fatti loro, dando l'impressione di essere
rockstar e mediocri banditi della finanza decisamente bisognosi di una
vacanza, senza mai togliersi gli occhiali scuri e i cappellini da baseball calati
sulla fronte e rifuggendo il sole. Le onde erano troppo grosse e pericolose
per nuotare, sulla spiaggia cerano cartelli che vietavano i bagni nell'oceano;
cera una zona piscina scolpita in modo che sembrasse parte della spiaggia.
Io andai ugualmente a farmi il bagno in mare, per quanto sarebbe pi preciso
dire che ci entrai quanto bastava a tuffarmi sotto un'onda, poi mi girai
e mi precipitai fuori lottando contro la forte risacca di pietre smosse. Un addetto
dell'albergo mi osserv risalire dalla spiaggia con espressione contrariata:
mi indic il cartello e url, Est prohibido nadar, senor.
Qualunque cosa succedesse, disse Aura alla sua amica Mariana, lei sapeva
di poter contare su di me, che io l'avrei protetta. Con me si sentiva al sicuro.
Io badavo sempre a lei. Piuttosto mi sarei sacrificato io prima di lasciare che
accadesse qualcosa di male a lei, disse Aura a Mariana a Citt del Messico,
pochi giorni prima della nostra partenza per Mazunte nel luglio del 2007,
e quello era uno dei motivi per cui era tanto felice di essere sposata con me.
Anche se, all'inizio della primavera, l'avevo quasi ammazzata. Eravamo andati
a New Bedford perch volevo fare delle ricerche per un romanzo che
stavo cominciando. Come molti newyorkesi che non possiedono un'automobile,
avevo poche occasioni di guidare e ora sono molto pi nervoso, alla
guida, rispetto a quando usavo la macchina con maggiore frequenza,
sebbene non possa definirmi un automobilista esitante. A Citt del Messico
Aura aveva una piccola Chevrolet rossa a tre porte che teneva a casa di
sua madre, e guidava sfrecciando in quel traffico anarchico e intasato come
uno scarafaggio folle. Ma quando andammo a New Bedford guidavo
io, un SUV a noleggio. Mancai una svolta e, in un accesso inconsulto, tentai
di riprenderla in ritardo, buttandomi di colpo sulla destra. L'auto che veniva
su quella carreggiata inchiod con un stridio di gomme, il conducente
si attacc al clacson e tutto intorno a me scoppiarono urla tipo Coglione!, e
sguardi attoniti e incattiviti.
Aura era sul sedile del passeggero, quello che l'altra auto avrebbe preso
in pieno. Scossa, sbott in inglese, Tu sei un vero cretino.
Non si era mai rivolta a me con tanto disprezzo. Pieno di vergogna ripresi
a guidare, fingendomi una persona normalissima che non aveva mai
avuto nessuna intenzione di girare. Qualche minuto dopo Aura si scus, a
bassa voce, mormorando quasi: Non volevo dire cos. In certe situazioni si
dicono cose che non si pensano. Colpa dell'adrenalina, disse.
Un vero cretino. Non riuscivo a togliermelo dalla testa; mi torment
per giorni e ogni volta che me ne ricordavo m'intristivo da capo. Era stata
una vera cretinata, provare a girare senza dare neanche uno sguardo alla
corsia accanto. Perch mi ero fatto prendere cos dal panico per una svolta
mancata?
...
.
...
Capitolo 24.
...
.
...
Ho preso dal cassetto della credenza in cucina il pacchetto di Camel Light
di Aura, qualche fiammifero, li ho messi nella tasca del piumino e sono
uscito. Era sera, le dieci passate, e faceva un freddo boia; quando mi sono
seduto sul gradino dell'ingresso, il cemento bruciava come ghiaccio secco
attraverso i jeans. Qualche auto parcheggiata era ancora incrostata di neve
dalla settimana prima oppure, mai ripulita, restava intrappolata nel suo
bravo iceberg, ma sui marciapiedi e in mezzo alla strada la neve era ormai
ridotta ad avanzi e fanghiglia sporca. Mi sono acceso una sigaretta. Legata
alla parte interna della ringhiera in ferro nero davanti all'ingresso inferiore
e ai bidoni dell'immondizia cera la bicicletta di Aura, mezza sepolta
sotto un cumulo di neve, senza sellino, ad arrugginirsi. Non ero pi riuscito
a trovare le chiavi del lucchetto. Ogni due settimane, pi o meno, pareva
che qualcuno le rubasse il sellino. Dove sono quei sellini adesso? Per quanto
si estende il traffico di sellini di bici rubati? C' qualcuno che pedala in
Moldavia, seduto sul sellino di Aura? Questa era la prima sigaretta che fumavo
in tredici anni: ho inspirato e ho tossito. Ho inspirato di nuovo e ho
trattenuto il fumo. Vertigini; un lento turbine di nausea che mi saliva dentro.
Le dita e le orecchie facevano male per il freddo. Ho guardato in fondo
all'isolato, i nodosi rami neri e i fasci di ramoscelli del suo albero contro la
luna sospesa proprio l dietro.  passata una coppia di fattorini in bicicletta,
i cappucci delle felpe tirati su da sotto i giubbotti, lo scricchiolio delle
gomme sul fango ghiacciato, lo spagnolo messicano che filtra delicatamente,
un giiey ogni tre o quattro parole. Rivoglio la mia amica, ho pensato: ci
parlavamo a gesti ed eravamo una squadra fortissima. Forse non ne posso
pi di gente che non capisce cosa si prova, ma non  che auguro ad altri di
vivere la stessa cosa. Ho spento la sigaretta di Aura e ne ho accesa un'altra.
Tienila stretta, se ce l'hai; tientela stretta, ho pensato, questo  il mio consiglio
ai vivi. Respirala, mettile il naso tra i capelli e respirala forte. Chiamala
per nome. Sar sempre il suo nome; neanche la morte glielo pu rubare.
Uguale viva o morta, sempre. Aura Estrada.
...
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...
Capitolo 25.
...
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...
It's so cold in Alaska...
Saresti diventata una rockstar. Non te neri ancora resa conto, ma stavi
per mollare la Columbia - e molto probabilmente anche me alla fine - per
il fascino sgangherato della vita on th road e di una fama anche solo modesta.
Raul, uno che gi conoscevi da Citt del Messico ed era anche lui alla
Columbia, dove faceva architettura, aveva messo su un gruppo che suonava
un po' nei locali in citt e un po' in giro per gli stati del Nordest. Quel
che serviva per fare il salto di qualit, aveva decretato il gruppo, era una
voce femminile, e quindi si erano messi a fare audizioni. Raul ti aveva invitato
a provarci. Per giorni interi hai tenuto chiuse le portefinestre della
nostra camera e te ne sei stata seduta sul pavimento a mettere quella canzone
sul computer e cantarci dietro:
Stephanie says...
It's so cold in Alaska...(*).
Sapevo che avrebbero scelto te. Non avevi una gran voce, ma non ne
avevi bisogno. Bastava che fossi in grado di seguire la melodia e metterci
sopra il testo in un recitativo delicato, insomma, un po' come Nico. Il gruppo,
sono sicuro, doveva essere alla ricerca innanzitutto di un certo look,
e tu sembravi una Bjrk messicana. Dovevo farmene una ragione. Avevo
giurato di non diventare la caricatura dell'amante anziano e
prevaricatore: men che meno volevo starti addosso alla Tommy Mottola. D'altra parte
tu non pensavi che la tua trasformazione in cantante rock avrebbe portato
alla fine della nostra storia, semmai a qualche weekend fuori casa, oltre
al tempo delle prove. Io invece sapevo bene dove la cosa poteva e avrebbe
certo finito col portare, ma stavo zitto.
Era il nostro primo inverno insieme. Ero venuto con te nel Lower East
Side il giorno dell'audizione, un deprimente sabato pomeriggio di febbraio.
Mentre eri nello studio di registrazione affittato dal gruppo, ero rimasto
ad aspettarti in un bar vicino al Tenement Museum. Seduto accanto alla
vetrina a bere caff mi dicevo che dovevo essere felice per te, mentre
Stephanie Says mi risuonava dentro come la pi triste canzone d'addio di
sempre. Quel giorno mi sentivo come in lutto, non nel vero senso della
parola che ti squarta, ma della sua ombra predatrice, come quella di uno
squalo. Stava per cambiare tutto. Dovevo accettarlo. E poi tu arrivi al bar
con quel sorrisino sciocco e tirato, ti siedi su uno sgabello vicino a me, bevi
un sorso del mio caff - il tuo sorprendente segno di rossetto vermiglio sul
bordo biancastro della tazza - e dopo esserti sbafata un bel boccone della
mia seconda fetta di torta alle carote, spalanchi imbarazzata il sorrisetto
che mostra la fessura tra gli incisivi e annunci tutta allegra: Ce cae, giiey?
Raul dice che una voce peggio della mia non l'ha mai sentita, che proprio
non ho idea di come si canta. Per  stato carino. Ah, e poi la ragazza che
c'era prima di me era troppo brava, devono prendere lei per forza. Hanno
filmato tutte quelle che hanno fatto il provino: dobbiamo recuperare quel
video e distruggerlo, Frank.
Io ti avevo detto che eri stata coraggiosa a provarci, che ero fiero di te,
che adoravo il modo in cui cantavi Stephanie Says e che avrei dato qualunque
cosa per vedere quel filmato.
Hai sempre pensato di essere destinata a un qualche genere di celebrit. Ma
la paura che invece cos non fosse non ti dava pace: che fossi solo le lezioni
che avevi frequentato, la scuola che avevi fatto, i libri che avevi letto, le lingue
che parlavi, le tue borse di studio, la tesi di dottorato su Borges e gli inglesi
eccetera, ma non unica, con un talento tutto speciale. Avevi un bisogno
disperato di qualcosa che fosse solamente tuo. Io ero solamente tuo, ma tu
non intendevi in quel senso.
...
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...
Capitolo 26.
...
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...
La Casa Grande, cos chiamavamo la Columbia, mentre il master di scrittura
creativa era La Casa Chica, come dicono in Messico gli uomini per
riferirsi alla casa in cui abitano con moglie e figli nel primo caso, e al rifugio
segreto riservato all'amante nel secondo. Tre volte la settimana Aura insegnava
ai laureandi della Columbia, lavorando al tempo stesso alla tesi di
dottorato oltre a partecipare all'organizzazione di un convegno universitario
sponsorizzato dal suo dipartimento; altre due sere la settimana aveva il
master, con un flusso incessante di esercizi di lettura e scrittura. Poi accettava
tutti gli inviti a scrivere per riviste messicane e, ogni tanto, una rivista
letteraria in inglese. Era possibile sobbarcarsi un tale carico di lavoro senza
rischiare di venirne schiacciata? Difficile.
Dobbiamo arrivare all'estate, ci facevamo forza a vicenda. E quest'anno
passeremo due settimane a Mazunte, la nostra spiaggia preferita sul Pacifico.
Nessuno dei due, in tutta la vita, aveva mai passato pi di una settimana
al mare. La nostra luna di miele era durata sei giorni.
Alla Columbia solo qualche amico intimo di Aura sapeva del master di
scrittura. Se si fosse saputo,  probabile che sarebbe stata espulsa; ma rischiava
anche una denuncia e il foglio di via. L'espulsione dal paese era il
nostro incubo costante. Aura era negli Stati Uniti con un permesso per motivi
di studio avuto tramite la Columbia, ma se glielo revocavano? La politica
del City College rispetto agli studenti senza documenti era il non
chiedere, non dire; che Aura fosse iscritta l non avrebbe contato nulla,
per gli agenti del Servizio immigrazione. Il matrimonio con un
cittadino statunitense non dava pi il diritto automatico alla carta di soggiorno
permanente, e ci avevano avvisati che la trafila per ottenerla era lunghissima
e piena di trabocchetti. Sapevamo che avremmo fatto meglio ad affidarci
a un avvocato esperto in immigrazione, ma fin l ci eravamo limitati
ad appiccicare sul frigorifero il numero di telefono di un
legale consigliatoci da Silverman.
D'altro canto, al master non doveva per forza rimanere un segreto che
Aura fosse iscritta alla Columbia, ma lei preferiva non sbandierarlo troppo.
Molti allievi del corso di scrittura, Aura lo aveva scoperto in fretta, non
leggevano pi di tanto; oppure pescavano tutti dallo stesso calderone della
narrativa statunitense contemporanea, con qualche eccezione per un paio
di britannici, irlandesi e simili. Quando, per un laboratorio pratico, il Famoso
Scrittore Australiano diede da leggere il capitolo iniziale di Ritratto
di signora a esempio di come si presentano una molteplicit di personaggi
e i rapporti fra loro alcuni studenti si lamentarono. Che roba ? Antiquata
e noiosa. Cosa ce ne facciamo, dovendo trattare la molteplicit dei punti
di vista in maniera contemporanea? Aura e la sua amica Wendy, invece,
si erano buttate a capofitto in quelle pagine, con un incontro anche la sera
prima della lezione per rileggerle riga per riga. Per Aura poter leggere di
nuovo in quel modo, lasciando che ogni parola trasmettesse significato ed
emozione senza l'obbligo di sminuirne l'importanza, fu una rivelazione. E
credo che il master le offrisse un diverso punto di vista sulla Columbia: le
due cose insieme davano come risultato ci che lei inizialmente sperava di
poter ottenere con il dottorato. Applicare le letture fatte per la Columbia,
per quanto inopportunamente, alla propria narrativa, fu come dotarsi di
muscoli nuovi; di modelli e strati pi profondi. La sua scrittura in inglese
stava superando le incertezze tipiche della seconda lingua, e Aura si faceva
pi temeraria.
Perci hai pensato, Certo! Dio apprezzerebbe l'arpa e la fisarmonica di Baby
D proprio come apprezza la musica androgina degli angeli; e forse lo scoprirai
quando vai in paradiso, dopo l'ingaggio con l'ufficio di Shanghai. E forse
in un armadio del paradiso ritroverai anche il costume da orso...
Questo  un brano da un esercizio assegnato dal FSA nel laboratorio pratico;
e quando Aura lo lesse ad alta voce sulla classe impressionata
e sconcertata scese il silenzio; e a me si  infranto il cuore un'altra volta, oltre un
anno dopo, quando ho sentito il FSA che lo rileggeva durante la cerimonia
di commemorazione: Un frammento... di un frammento... di un frammento
di una vita, lo defin. Quel frammento di una vita che per me significava
ancora tutto.
Leggere la sua proposta di tesi invece fa male. L Aura sembra una farfalla
che sbatte contro la carta moschicida, o una pattinatrice che esegue
diligentemente tutti gli obbligatori del programma corto: la
performativit nella crisi, il larvato fascismo della soggettivit, il mercato, la globalizzazione
e cos via. Per certe idee, come quella di Deleuze per cui la
letteratura  parte della medesima malattia che combatte, si infiltrano festose
nella sua narrativa, come nel racconto L'artista belga in cui l'artista
legge un libro dal titolo Storia dei germi e una ragazza che va nel suo appartamento
tappezzato di librerie dice: Io non sopporto i libri. Mi innervosiscono.
Aura lavorava al suo romanzo, e cominciava anche a pubblicare
con una certa regolarit: un saggio su Bolano e Borges che i giovani scrittori
newyorkesi notarono; nuovi racconti. Quella stessa primavera, in maggio,
tracci per Gatopardo - una specie di Vanity Fair latinoamericano - il
profilo di un sarto messicano di Nashville che aveva disegnato abiti per Elvis,
e anche per Dylan. Era la prima volta che una rivista le pagava un viaggio
per scrivere un articolo. Nelle foto che ho visto di Nashville, all'annuale
festa organizzata dal sarto per il Cinco de Mayo, Aura ha un'aria misteriosa
e compostissima, quasi che il suo posto fosse proprio l fra quegli estranei
del Sud con quel loro stile da bifolchi western, un mondo in cui io non
mi sarei mai sentito a mio agio.
Eppure, con il trentesimo compleanno che si avvicinava, nulla di tutto questo
- le pubblicazioni, il lavoro, l'ambizione - bastava a darle sollievo. Aura
era in grado di recitare i nomi di tutti gli scrittori pi o meno della sua generazione
che avevano pubblicato un romanzo o una raccolta di racconti o
saggi, in inglese o in spagnolo, prima dei trentanni, e con quella sua classifica
cominciava a far ammattire me e se stessa. Aura, tesoro mio, quell'angoscia
dovevi proprio superarla. Quegli altri scrittori non avevano passato
tutta la giovinezza a studiare per un dottorato che neppure volevano, le
ripetevo sempre. Avevano consacrato almeno la met di quegli anni alla
scrittura. Andava tutto bene! Lei aveva cominciato un po' in ritardo, ma
stava andando alla grande! Meglio che alla grande! Ma non lo vedeva quanto
era brava? Non si rendeva conto che tutti apprezzavano il suo talento?
Be', non proprio tutti. In un laboratorio pratico alcuni compagni l'avevano
aspramente criticata e lei non l'aveva presa bene. (Su un racconto che
nel frattempo  stato pubblicato postumo da Harper's, tanto per dire.) Se
un altro studente diceva anche un'unica cosa negativa, lei si fissava su quella
e non sentiva pi le lodi.
Quest'estate, mi amor, due settimane di mare a Mazunte. Ci affittiamo
una casa sulla spiaggia. Mancano solo tre mesi!
Aura pass un altro di quei periodi in cui si svegliava ogni mattina prima
dell'alba e rimaneva sveglia a preoccuparsi; poi si alzava stordita ed
esausta. A volte metteva la polvere di caff nella caffettiera ma poi si dimenticava
di metterci anche l'acqua, prima di accenderla; oppure ci metteva
l'acqua ma non il caff. Forse erano tutti normali sintomi della trentina
che si avvicinava? A un certo punto telefon a Lola, lei pure trentenne a breve,
e le chiese qual era il suo primo pensiero quando si svegliava la mattina,
e Lola rispose, Andare a fare la pip.
Che io stessi terminando il mio libro, e a volte fossi molto concentrato e
un po' assente, non semplificava le cose. Aura si sedeva alla scrivania nella
stanza accanto e a volte si metteva a pigiare tasti a caso solo per soffocare il
mio lavorio instancabile: la mia scarsa attenzione nei suoi confronti la irritava
e la feriva. Ogni giorno mi riprendeva perch avevo dimenticato di fare
il letto, o lasciato il lavello sporco dopo aver lavato i piatti, o scordato di
chiudere un cassetto in camera. Non avevo un carico di lavoro tremendo
come quello di Aura, ma ero anch'io sotto pressione. Tenevo due corsi ed
ero indietro col libro, che dovevo consegnare a maggio. Era un'inchiesta in
stile narrativo su un omicidio politico in America Centrale, un caso aspramente
dibattuto nelle aule di giustizia e con legami al crimine organizzato:
una vicenda violentissima - ogni giorno spariva o veniva ucciso un testimone
effettivo, o potenziale, o qualcun altro collegato alla vicenda - con un
cast di personaggi sinistri e addirittura psicopatici, compresi alcuni con cui
avevo pure intessuto relazioni, seppure a debita distanza. L'inchiesta vera e
propria era quasi finita; feci un ultimo breve viaggio quella primavera, e poi
mi tenevo aggiornato via internet. Ma a volte quel libro prendeva il controllo della mia vita interiore in modo detestabile, permeandola di un silenzioso
delirio ossessivo e di emozioni violente che mi confinavano dentro a un
mondo dal quale ero deciso a proteggere Aura. Mi preoccupavo anche di
eventuali vendette, di assassini consapevoli che far del male ad Aura sarebbe
stato il modo pi efficace per rovinarmi. La possibilit era decisamente
remota, ma la mia paura che quella gente, volendo, potesse rintracciarci in
Messico senza difficolt - alcuni avevano legami con cartelli di narcos, tipo
quello del Golfo e Los Zetas - richiedeva qualche cautela. Perci avevo
detto ad Aura che, una volta uscito il libro in autunno, quella sarebbe stata
la nostra ultima estate in Messico per almeno un paio danni. Ero convinto
che nel giro di tre anni i pi pericolosi fra quei nemici, sempre che fossero
ancora vivi, avrebbero puntato a bersagli pi freschi.
L'estate prossima la passeremo in Francia; in un modo o nell'altro ci riusciremo,
le avevo promesso. E quest'estate andiamo in Messico, due settimane
a Mazunte in una casa sulla spiaggia; le avevo promesso anche quello.
Ma salt fuori che Aura non era del tutto convinta di voler passare quell'estate
in Messico. Voleva provare almeno una volta, insisteva, com'era l'estate
a New York: e se io le dicevo che era brutta, calda, rumorosa e puzzolente,
lei replicava che voleva scoprirlo da sola e che non avevo diritto di rovinarle
l'esperienza solo perch vivevo l da tantissimo. I suoi amici adoravano
le estati newyorkesi! Oppure tornava a fissarsi sulla faccenda di trasferirsi
in una casa nuova, col giardino, dove avremmo potuto prendere un cane.
Passava ore a setacciare gli annunci su Craigslist alla ricerca di case in affitto
dove si potessero tenere animali. Quel che voleva veramente, una volta
tanto, era dedicare ogni sua energia a se stessa, alla sua scrittura: mi sarebbe
dovuto risultare ovvio, il motivo per cui non voleva andare in Messico.
E se anche Aura avesse poi finito per convincersi che quell'estate non poteva
non stare vicino a sua madre - e credo che sarebbe andata cos; ma davvero
sarebbe andata cos? - io avrei potuto insistere che andassimo via solo
per un mese. Ma non saremmo dovuti andare per niente. Una volta tanto,
avrei dovuto aiutarla a essere ostinata ed egoista quanto e come, forse, desiderava.
Avrei potuto cercare una casetta con giardino in un quartiere pi
economico. Anzi, i nostri vicini di sotto si erano trasferiti in aprile e per
un attimo l'appartamento era rimasto libero: una finestra di cinque giorni
in cui avremmo potuto prendercelo noi. Nel giardinetto sul retro cerano
rosai, due meli e un fico, cespugli, aiuole di fiori e ortaggi e una vite lungo
la staccionata, tutta roba che richiedeva cure costanti e ci avrebbe impedito
di partire, lasciando che il sole estivo seccasse l'erba in
fieno e le gramigne soffocassero ogni cosa. E poi
quell'appartamento costava mille dollari
al mese pi del nostro. E gli animali non erano ammessi comunque. No,
Oo-ra. Io volevo andare in Messico. Giuria universale, se volete giudicarmi
colpevole di qualcosa, condannatemi per questo capo d'accusa. Dovevamo
rimanere a New York quell'estate, a curare il giardino. Le gusta estejardin?
Aura temeva da anni che Rodrigo avrebbe lasciato sua madre. Juanita
beveva sempre di pi, e a sentire lui era questa la causa primaria dei loro
problemi coniugali, ma ce n'erano altre. Insistendo sempre pi, Aura pregava
e incalzava la madre perch cercasse aiuto; nelle telefonate pressoch
quotidiane e in chat le due spesso litigavano ferocemente sull'argomento.
In Messico, una sera durante le vacanze di Natale, Juanita e Rodrigo ci avevano
raggiunti in un ristorante della Condesa; eravamo seduti a un grande
tavolo rotondo a bere con gli amici. Al momento di andare Juanita, chinandosi
in avanti sul tavolo, tese la mano per recuperare e scolarsi fino in fondo
tutti i bicchieri, squadrandoli uno per uno come chi prepara un tiro al
biliardo. Jaime, lo spagnolo dalla voce profonda, spar una delle sue battute
vivaci e gentili, Ay, caray, ci  arrivata prima lei, o qualcosa del genere.
Aura cerc di farsi forza, ma vederne la rabbia e la vergogna per me fu una
coltellata. Le gote si erano fatte quasi grigie e l'espressione tetra, la tristezza
rinsavita nello sguardo, le labbra piegate all'ingi mi mostrarono come
sarebbe stata l'Aura di mezza et se la sua vita si fosse rivelata un'amara delusione.
Lanci un'occhiataccia al patrigno, che se ne stava l impotente e
colpevole, e si avvicin alla madre. Rodrigo aveva lasciato un manualetto
di autoaiuto per il divorzio sul sedile posteriore dell'auto di Juanita almeno
un anno prima, e il volumetto era ancora l, come una puzzola addormentata
che nessuno osava svegliare. E Aura era convinta che Juanita bevesse
per il terrore di essere lasciata dal marito; per quello e per la rottura con la
madre, una ferita sempre aperta. Poi c'era Aura a New York, che cresceva,
si era sposata, perseguiva le proprie ambizioni e aveva sempre meno tempo
per lei. Abbandono, solitudine, impotenza, paura, tutto che la stringeva
in un angolo, questo era diventata la vita di Juanita. Sebbene Rodrigo
non facesse che minacciare e insinuare che se ne sarebbe andato, Aura non
credeva davvero che l'avrebbe fatto, pi che altro perch non guadagnava
abbastanza da poter vivere in un posto decente per conto suo. Rodrigo stava
via, in giro per lavoro, quasi tutte le settimane e ultimamente anche nei
weekend; era un tipo atletico, ancora giovanile, ed era difficile credere che
non avesse un'amante. E quando c'era si dimostrava crudele, in quel suo modo
passivo-aggressivo, pieno di distacco. Ma nonostante tutto sembrava ancora
affezionato a Juanita, che non gli offriva solo un tetto: nel carattere di
lei c'era un'innegabile energia da cui lui, di norma un tipo a basso voltaggio,
non riusciva a staccarsi. Lei lo teneva sempre sulle spine.
Per ci eravamo anche resi conto che Rodrigo, adesso che era nonno, desiderava
passare pi tempo con i nipoti: due maschi e una femmina, i bimbetti
di quattro e due anni e la piccola neonata. In passato Rodrigo aveva
sempre trascorso le vacanze con Juanita e Aura, aspettando il momento
opportuno per una telefonata discreta o una visita a Katia, la figlia da tempo
reietta; ma ora che erano arrivati i nipotini le sue priorit erano cambiate.
Sarebbe stato quel crescente attaccamento alla famiglia, cos temeva
Aura, contro il tenace rifiuto di Juanita anche solo di riconoscere l'esistenza
di Katia, a spingere il patrigno ad allontanarsi per sempre da sua madre.
Se fosse stato possibile riunire la famiglia, almeno per qualche festa
comandata - Natale, la festa del pap - questo sarebbe bastato per impedire
a Rodrigo di andarsene? Quell'ipotesi era farina del mio sacco e, avuta
l'autorizzazione da Aura, ne avevo parlato con Rodrigo: cos erano iniziati
i nostri incontri segreti con lui e Katia. Ero io l'inviato speciale a quel tavolo
di alta diplomazia; Aura non vedeva la sorellastra da dodici anni e di
quelle trattative, insisteva, Juanita doveva rimanere all'oscuro. Sin l avevamo
visto Katia e Rodrigo due volte, la prima l'estate precedente e un'altra
in inverno, in due diversi ristoranti. Entrambe le volte Katia era venuta con
il marito, funzionario nello stabilimento produttivo di una multinazionale
di elettrodomestici appena fuori citt. I due vestivano come una giovane
coppia dei sobborghi: a quel primo incontro Katia si era presentata con uno
scamiciato grigio sopra una camicetta bianca, orecchini d'oro e collana per
niente vistosi; il marito invece in maglione rosso e pantaloni sportivi neri.
Katia aveva ancora l'aria disinvolta della ragazza pi carina della scuola; i
capelli castani erano lunghi, splendenti e curati. E aveva un sorriso cordiale
- o almeno parve tale a me - ma dietro la vivacit degli occhi si notava una
decisa circospezione; intuivo un'oscurit dentro di lei, dall'infanzia e dagli
anni ribelli, di cui probabilmente lei stessa non parlava pi con nessuno,
tranne la dottoressa Banini. Credo fosse quello a farmela piacere a pelle; la
trovavo interessante e provai un'immediata complicit. Anche nel mio passato
cerano molte cose che tenevo nascoste. Tutti e due eravamo stati bravi
a sopravvivere a noi stessi e ad arrivare dov eravamo adesso. Dissi ad Aura
che non riuscivo a capire una madre, ma neanche una matrigna, che caccia
di casa una diciannovenne con tanta determinazione, e rifiuta per sempre
qualunque riavvicinamento. Certo neanche Katia aveva mai cercato di
perdonare, n di farsi perdonare. Tutto questo accadeva prima che io scoprissi
la sua crudelt nei confronti di Aura quando erano bambine; prima
che Fabis me la raccontasse in seguito, e prima di leggerla nei diari di Aura.
Ma non avrei potuto fare a meno di notare, nell'allegria appena contenuta
di Katia, quanta soddisfazione le avesse procurato quel nostro primo
incontro. L'avevamo cercata noi, per chiederle di aiutarci a salvare il matrimonio
di Juanita. Katia ci fece sapere che non aveva obiezioni di principio.
Guard Aura seduta di fronte a lei e disse che la sua sorellina le era
mancata; Aura le restitu il sorriso e disse che anche lei aveva sentito la sua
mancanza, e sprofond un po' di pi sulla sedia. Circostanze permettendo,
disse Katia, si poteva gi pensare a una rimpatriata natalizia, per...,
per... Per incoraggiarla mi lanciai in un appassionato monologo sull'importanza
della famiglia, descrivendomi come uno che metteva la famiglia
prima di tutto. Rodrigo e Aura mi fecero tanto d'occhi e Aura disse, con
una risatina: Cos' che sei tu? Mi sentii avvampare. Loro lo sapevano, che
non ero uno che mette la famiglia prima di tutto, che non cerano miei familiari
neanche al mio matrimonio e che non me ne poteva fregare di meno.
Senti, ora sto cercando di fare il diplomatico, avrei potuto rispondere,
mica il Mos o il Ges. Quel che intendevo, dissi invece ad Aura,  che per
quanto riguarda te e la tua famiglia e la famiglia che noi metteremo su insieme,
adesso sono uno che mette la famiglia al primo posto, e lo rester
per sempre. Katia si illumin: Aura, state per avere un bambino? Nooo, fece
lei, non ancora. Ma prima o poi s, intervenni io, e Aura annu mentre
Rodrigo ci sorrideva con affetto compiaciuto e disse, rale.
Fu il marito di Katia a opporsi apertamente alla proposta. Sembrava un
tipo perbene, saldo, forse un po' ombroso, ma se aveva qualcosa da dire
non aveva peli sulla lingua. Perch dovevano rischiare?, chiese. Sapeva che
Juanita era una donna difficile. Perch mai doveva esporre la moglie, i figli
e la tranquillit della sua famiglia, e a Natale per giunta, a una situazione
cos difficile, a una donna cos difficile. No, davvero, era troppo tardi, e
di molto, per una cosa del genere. Katia non aveva alcun interesse nel tentar
di salvare il matrimonio del padre, e semmai tutte le ragioni di volerne
vedere la fine. L'espressione vagamente nauseata di Aura - come se si fosse
ingozzata un'altra volta di panino al pastrami - raccontava bene la sua
sensazione di tradire la madre gi per il fatto di essere l. E dire che lei era
quella che avrebbe potuto concedersi di esultare un po' tra s: lei che adesso
abitava a New York, faceva il dottorato, era sulla buona strada per diventare
scrittrice come aveva sempre sognato. Ma dubito che Katia pensasse di
essere messa peggio, con la sua regolare vita medio-borghese e una casetta
nei sobborghi. Aveva dei bei bambini, un marito giovane e affezionato, un
suo lavoro part-time da analista di dati per una societ di ricerche di mercato.
Al successivo incontro suo marito disse che doveva essere Juanita a
fare il primo gesto di riconciliazione e a chiedere scusa; e probabilmente lo
riteneva un buon compromesso. E magari lo sarebbe anche stato, se la proposta
fosse stata tutta sua.
Aura disse, Io sono qui per un'unica ragione, per aiutare mia madre. Se
Papi la lascia ora che  cos vulnerabile, la distrugger. Se c' un modo per
aggiustare la situazione e che aiuti Papi a restare, allora  giusto che io venga
a chiedervi aiuto. Ma se conoscete un minimo mia madre - guard dritta in
faccia Katia - allora sapete anche che lei non chieder mai scusa per prima.
Katia e il marito acconsentirono a proseguire nelle trattative quando noi
fossimo tornati da New York l'estate seguente; ma alla fine non serv a nulla.
In primavera, circa un mese prima del trentesimo compleanno di Aura,
Rodrigo se ne and. Una tarda mattinata, mentre Juanita era al lavoro e
avrebbe dovuto esserci anche lui, Rodrigo torn invece a casa, raccolse in
fretta tutta la sua roba in scatoloni, li mise in macchina e part.  scappato
come un sorcio, disse Ursula, la domestica, al telefono con Aura. E l'auto
con cui era fuggito non era neppure sua; si era preso la Chevrolet rossa
di Aura, che ultimamente lui usava come fosse sua. E dove pensa di andare
a vivere, disse Aura beffarda, sotto un ponte? Quella battuta divenne il suo
modo di alleviare la perdita. Spero che Rodrigo dorma bene stanotte, sotto
il suo ponte. Non sapevamo dove fosse andato a stare; probabilmente da
Katia, ci dicevamo. All'inizio fui sorpreso che quel secondo abbandono paterno
non turbasse Aura come avevo temuto, facendo tornare a galla vecchi
traumi, ma il fatto su cui Aura aveva sempre insistito si rivel vero: nella
sua vita si era narrato un unico pap. Per lei Rodrigo era sempre stato prima
e soprattutto il marito, e adesso non lo era pi. Qualche giorno dopo
che lui se ne era andato noi andammo gi in Messico, il primo di due viaggi
simili in quell'ultima primavera, partendo il venerd pomeriggio dopo l'ultima
lezione di Aura. In quei due weekend invece di andare a casa nostra a
Escandn, restammo con Juanita. Io dormivo da solo sul divano letto nello
studio e Aura dormiva con la mamma nel lettone.
Bench in teoria nessuno fosse pi stato nella nostra casa di Escandn da
quando Juanita e i suoi avvocati mi avevano costretto a sgomberare, Fabis,
che abitava dirimpetto, mi aveva scritto per e-mail che certe sere aveva visto
la luce accesa in camera nostra. Rincasando tardi dopo una serata con
Juanca, il suo ragazzo, si era fermata davanti alla porta a grattare malinconicamente
il pannello d'acciaio con la chiave - Aura e Fabis si convocavano
a vicenda in quel modo - e a chiamare Aura per nome, e a quel punto
le luci, cos disse, si erano accese e rispente. Gli spiriti nella linea elettrica,
che mandavano segnali spegnendo e accendendo la luce, non erano forse
uno stereotipo delle storie di fantasmi? Quell'ultima estate io e Aura avevamo
preso un volo il 3 luglio. Un anno pi tardi, quando tornai in Messico
da solo per il primo anniversario, io partii di nuovo il 3 luglio, con lo stesso
volo serale da Newark, e andai direttamente a casa di Fabis.
A casa nostra cera una lunga finestra orizzontale con il vetro smerigliato
che dava sul corridoio e di sopra, sul soppalco, una finestra verticale coperta
da una tenda. Le luci erano spente quando arrivai, ma mi misi davanti alla
porta, ad accarezzarla con una mano e a sussurrare ad Aura. Non si accese
nessuna luce. Fabis mi disse di aver visto l'ultima volta le luci accese circa
un mese prima. Era difficile credere che Juanita fosse venuta a dormire
l, nel nostro letto, che io avevo lasciato in camera. Per nel corso delle ultime
settimane qualcuno aveva staccato la segreteria telefonica. Da Brooklyn
io avevo chiamato per mesi, solo per sentire il rauco ed euforico saluto
di Aura, finch un giorno la macchinetta smise di rispondere e non lo fece
mai pi. Ma Fabis aveva gi saputo, da una delle tas, cos era successo: la segreteria
telefonica l'aveva presa Rodrigo per usarla nel nuovo appartamento
che aveva affittato in citt. E continuava ad andare in giro con la Chevrolet
rossa di Aura, anche. Nelle settimane seguenti alla morte di Aura, Rodrigo
era rimasto accanto a Juanita; si era messo a sua disposizione, per quanto gli
era possibile, ma la cosa non aveva portato a una riconciliazione. Prima di
trovare casa per conto suo, si era forse intrufolato nella nostra per dormire?
C'era una parete di cemento grezzo alta circa due metri e
mezzo che separava il retro del garage dal nostro giardinetto: si vedevano i bamb che
svettavano ancor pi alti, nascondendo la fiancata del vecchio capannone
industriale l accanto. I bamb erano cresciuti fino a raggiungere l'appartamento
sopra il nostro, anch'esso dotato di una parete di vetro da quel lato,
ma non di patio. Quindi la casa guardava sui nostri bamb, sul denso
e delicato fogliame di quegli enormi pennacchi verdi, luccicanti o strattonati
dal vento e dalla pioggia, lunghi e teneri virgulti tesi come mantidi religiose
che agitavano le zampette in aria. Non conoscevo i vicini del piano
di sopra, ma sono certo che tutti, in quel condominio, sapessero della ragazza
morta al pianterreno. Mi chiedo se pensassero mai ad Aura mentre
contemplavano i nostri bamb.
Alla messa funebre di Aura, nella cappella dell'agenzia di pompe funebri,
Katia assunse con determinazione il ruolo della sorella, quanto meno ai
miei occhi. Ci aggrappammo praticamente l'uno all'altra; o meglio, lei lasci
che mi aggrappassi a lei. Mentre il prete davanti alla bara bianca coperta
di fiori ci diceva meccanicamente quanta pace e felicit aveva trovato
Aura ora che la sua sofferenza  finita e lei  finalmente accanto al Signore,
Katia rimase in piedi accanto a me, il suo braccio ben stretto al mio. Poi
mi accompagn nella fila di quelli che facevano la comunione e io mi inginocchiai,
aprii la bocca e lasciai che il prete mi posasse sulla lingua la cialda
scipita e leggera per la prima volta in decenni. Pi tardi mi sono sentito
un idiota, ma da parte mia non era certo stato un atto volontario; ero stato
guidato, volevo essere guidato, e mi sarei tranquillamente lasciato guidare
anche gi da un dirupo. Quando anche mia madre, al telefono, mi disse
che adesso Aura aveva trovato pace e felicit accanto al Signore, mi arrabbiai
al punto che non le parlai per mesi.
Due anni prima, quando mia madre si era rotta l'anca, le mie sorelle
avevano venduto la casa di Namoset e mia madre si era trasferita in una
residenza protetta in Florida, dove aveva un appartamentino privato.
Quando andavamo a trovarla, mia madre infilava le dita fragili nella
chioma di Aura - era il periodo che si era fatta crescere i capelli - e diceva,
Ma perch non ti pettini mai, Aura? Ti piace avere sempre i capelli negli
occhi? Dammi una spazzola, va'. Poi le faceva abbassare la testa e, con l'aria
quasi perplessa per lo sforzo e la concentrazione, le passava lentamente la
spazzola tra i capelli. Ma dopo qualche colpo si fermava, come esausta, e
la restituiva ad Aura dicendo con un risolino, Be', puoi anche pettinarti da
sola, no? Oppure diceva, Ma perch ti vesti cos, Aura? Non si  mai sentito
che i jeans si mettono sotto il vestito.
Pi tardi Aura mi diceva, Ay, Francisco, tua madre non  certo la dama
squisita che dicono tutti. Oooh, le piace joder! - prendermi per il culo, pi
o meno. E la chiamava sempre Senora; io le dicevo di smetterla, che cos
sembrava che mia madre fosse il suo capo. Io non chiamo tua madre Senora,
no? Chiamala Yolanda, o Yoly. Aura prometteva e poi, quando parlava
con lei la volta dopo, riecco subito quel Senora.
Quand' che Aura aveva i capelli lunghi? E corti, invece? Perch non riesco
a ricordarmelo?  una cosa che dovrei poter ricostruire a memoria cos
come seguo i suoi viaggi scorrendo i timbri sul passaporto: giugno 2005,
corti; febbraio 2007, lunghi...
Secondo i miei progetti sarei andato a Mazunte per il primo anniversario
e poi, il pomeriggio stesso del ventiquattro, sarei tornato a Citt del Messico;
avevo pagato per una messa di suffragio da dirsi la mattina dopo in
una chiesa della Condesa. Quando Juanita e Leopoldo avevano cominciato
a minacciarmi tramite avvocati, subito dopo la morte di Aura, alcuni
amici avevano trovato un avvocato anche a me. Si chiamava Saul Libnic e
aveva uno studio, con un socio, vicino alla sede dell'ambasciata degli Stati
Uniti. Di norma si occupavano di reati societari e finanziari, ma seguivano
anche clienti statunitensi che avevano problemi legali in Messico. Per
quell'estate del primo anniversario avevo subaffittato un monolocale nella
Condesa; anche Libnic viveva da quelle parti, e quando voleva parlarmi
ci incontravamo per fare colazione in un bar sull'avenida Amsterdam. Lui
era sui trentacinque, alto come me, snello, con la testa rasata e uno sguardo
slavato e zelante. Quel mattino mi spieg che, dato che cera un procedimento
aperto e io mi stavo comunque recando sulla costa, era bene che
prendessi un appuntamento con il procuratore distrettuale di Puerto ngel. Il procedimento era stato aperto a Citt del Messico, disse, ma poi era
passato laggi. Cosa voleva dire, gli chiesi, che c'era un procedimento aperto?
Significava, mi rispose, che al procuratore distrettuale di Puerto ngel
era toccato aprire un'indagine sulla morte di Aura. Naturalmente era lecito
ipotizzare che non fosse emersa alcuna prova contro di me: non c'era
alcun mandato di comparizione. Formalmente, per, era meglio che testimoniassi,
perch non l'avevo ancora fatto. Invece s, gli ricordai, solo che la
mia dichiarazione non  stata accettata perch ero senza passaporto. D'accordo,
fece lui, ma per l'archiviazione del procedimento dovevo testimoniare.
Tenendo conto del comportamento dello zio e della madre di Aura,
insistette, era meglio puntare all'archiviazione. Anzi consigli che ci andassimo
insieme, a Puerto ngel: io avrei dovuto pagargli tutte le spese, oltre
gli onorari legali. Quando mi disse quanto sarebbe costato, gli chiesi se era
proprio necessario che venisse anche lui, e lui rispose, No, proprio necessario
no. Aggiunsi che non potevo permettermi di portarlo. Allora Libnic
disse che mi avrebbe fissato lui l'appuntamento e avrebbe sondato il procuratore
per capire a che punto era il procedimento. Ah, e poi doveva essere
pagato per il lavoro fatto fino a quel momento, in contanti. Ma certo, gli dissi.
Saul, chiesi,  possibile che io cada in una trappola? Lo stato dell'Oaxaca
era governato dal Pri. Tramite lo zio di Aura o gli avvocati dell'universit
di cui parlava Juanita, qualcuno avrebbe potuto plagiare o corrompere il
procuratore affinch mi arrestasse? Potevano organizzare delle false testimonianze?
Libnic disse che ne dubitava, ma che considerata la realt della
giustizia in Messico non lo riteneva impossibile; per quello aveva suggerito
di accompagnarmi, per precauzione. Ci penser su, gli dissi, ma davvero
non posso permettermelo. Lui mi disse di non preoccuparmi pi di tanto;
in effetti sembrava che il peggio fosse passato. E forse mi sarei anche potuto
permettere la spesa del viaggio in due, ma per il primo anniversario della
morte di Aura non volevo trovarmi a Mazunte con un avvocato.
I genitori di Fabis organizzarono una cena a casa loro e invitarono me e
Rodrigo insieme. Io e lui non ci vedevamo dal giorno del funerale, anche
se ci eravamo tenuti un po' in contatto via e-mail; e andammo nello studio
del padre di Fabis per parlare in privato. S, mi disse Rodrigo, Juanita
continuava a incolparmi della morte di Aura. Per, aggiunse, non sosteneva
pi che io avessi effettivamente commesso un crimine: secondo lei, non
ero riuscito a proteggere Aura dalla sua impulsivit. Ci di cui mi accusava
adesso era un'irresponsabilit fatale.
Mi limitai ad annuire. Sapevo che Rodrigo non voleva mettersi a discutere
con me se la cosa fosse vera o meno. E in ogni caso, pensavo, non c'
modo di dire che invece l'avevo protetta.  certo che non
l'avevo protetta. Per tutta la vita di Aura, sua madre si era
preoccupata e aveva cercato
di proteggerla da quella sua impulsivit. Io avevo mai ritenuto Aura una
persona particolarmente impulsiva? L'avrei mai descritta come impulsiva?
Juanita non era pi in contatto n con le tas n con Vicky. Il motivo,
mi aveva spiegato la stessa Vicky in un'e-mail, era che Juanita aveva tagliato
i ponti con chiunque dissentisse dall'idea che Aura fosse morta per colpa
mia oppure osasse insinuare, come disse Vicky, che per Aura io fossi
l'amore vero. Ma  ovvio, pensavo io, che Juanita abbia bisogno di considerare
il nostro matrimonio come un episodio insignificante nella vita di
Aura; tipo una porta di servizio lasciata incautamente aperta, dalla quale
era entrato l'assassino. Juanita serbava oltre ventanni di ricordi di Aura in
cui loro due erano state luna al centro della vita dell'altra. Che cos'erano in
confronto i quattro anni della figlia con me? Da una vecchia amica di Aura
che era ancora all'Unam, avevo sentito che Juanita andava dicendo in giro
che Aura - ma semmai il fantasma o lo spirito, suppongo - viveva con lei a
casa sua. Niente di strano: per diverse settimane almeno io stesso ero stato
convinto che Aura abitasse nell'albero in fondo al nostro isolato e da allora
non ero pi riuscito a oltrepassare quell'albero senza sentirmi in colpa,
come se avessi tradito Aura per non essermi impegnato abbastanza a tener
viva quella convinzione e per aver smesso di fermarmi a baciare quel tronco
o a sussurrargli qualcosa.
Per quanto ne sapeva Rodrigo, Juanita non ne aveva ancora fatto nulla
delle ceneri di Aura.
Io gli dissi che se a suo avviso un mio colloquio con Juanita potesse esserle
di aiuto, le avrei parlato volentieri.
Rispose che era certo che Juanita non volesse parlare con me. Se invece
ero io ad aver bisogno di parlare con lei, potevo mandarle un'e-mail e chiederglielo,
sugger. Mi diede il suo nuovo indirizzo di posta elettronica: era
il nome di Aura seguito da alcuni numeri. Anch'io stavo usando un nuovo
indirizzo, aufra, con dei numeri. Quanto siamo simili, pensai; per certi
versi pateticamente, totalmente simili.
No, non ho bisogno di parlare con Juanita, dissi. Se potesse esserle d'aiuto
parlare con me, sono disponibile, tutto l, perch  quel che Aura vorrebbe.
Ma cosa le avrei detto se mai l'avessi risentita? Non ho ucciso tua figlia.
Non  certo quel che vuole sentire. L'ho uccisa io tua figlia, mi spiace.  colpa
mia. Fai bene ad accusarmi. Questo avrebbe lenito il suo dolore?
C' qualcosa che posso dirti, Juanita, che ti liberi dall'obbligo di pensare
a me, e dal biasimo che ti consuma, ammesso che sia quel che stai facendo
e che davvero ti consumi, e che in effetti tu voglia liberartene? Forse non 
cos. Certe persone hanno bisogno di dare la colpa agli altri, come se fosse
l'unico modo per non uscire di senno, o un incentivo a rimanere in vita.
Ma allo stesso modo, Juanita, c' qualcosa che posso dire e che mi liberi
dall'obbligo di pensare sempre a te, che impedisca a te e al tuo biasimo di
mettersi fra me e Aura e invadere ogni angolo del mio lutto?
Ogni sera vado a letto sperando che sia una di quelle notti in cui sogno
Aura, ma a volte invece sono incubi su Juanita.
A cena Rodrigo fece girare il cellulare con le foto della sua nuova fidanzata.
Era bionda, forse tinta, e sembrava parecchio pi giovane di lui; in uno
scatto era avvolta tra le lenzuola, le spalle nude. Ci guardava con solennit
sacerdotale mentre ci passavamo il telefono. Buon per lui, pensai. Cos
deve fare uno dopo il divorzio. Aveva passato allo scanner e caricato anche
alcune foto di Aura da piccola, su quel telefonino, e il giorno dopo me
le mand per e-mail.
Per tre anni di fila io e Aura avevamo organizzato un barbecue sul patio
a casa nostra per familiari e amici. Circa cento hamburger ogni volta, pi
salsicce, costine e hot dog per i bambini. Io mi occupavo della griglia, mentre
Fabis e Aura facevano tutto il resto, le insalate e il fideo seco. Tre estati
di fila: abbastanza per dar vita a una nostra tradizione di famiglia, credo.
Adesso, quell'estate, l'avrei fatto nel patio di Fabis dopo la funzione commemorativa.
Invitai Rodrigo e Katia. Anzi a dire la verit gli dissi di invitare
anche Juanita, sapendo che non sarebbe assolutamente venuta. Mi disse
che per quelle giornate Leopoldo l'avrebbe portata fuori citt.
Alla funzione commemorativa io, Fabis e sua madre ci sedemmo in un
banco dietro a Rodrigo, Katia, suo marito e i tre bambini. La piccola con la
coda di cavallo continuava ad allontanarsi dalla madre per gattonare sulla
panca, andare in braccio a Rodrigo e poi di l afferrargli le guance con le manine.
Lui rifulgeva dell'orgoglio di giovane nonno. Il marito di Katia le cercava
in continuazione la mano e le dava rapidi bacetti sulle guance. Lei era
bella. Anche se vedo Katia di rado, pensavo, provo ogni volta pi affetto per
lei. Mi commuove. La gente cambia, cresce, e anche avere un bravo marito
che ti adora aiuta.
...
.
...
Capitolo 27.
...
.
...
L'estate precedente l'ultima io e Aura avevamo trascorso qualche giorno
con Jaime, Isabel e i loro bambini a San Agustinillo, la spiaggia accanto a
Mazunte. Loro, insieme a un'altra coppia - un docente di poesia e la moglie
- e ad alcuni amici madrileni, avevano affittato una fila di bungalow
sul mare. Aura aveva seguito qualche corso con quel professore all'Unam;
era un tipo mite e galante al tempo stesso, e credo non fosse un segreto che
dieci anni prima si era preso una cotta per lei, quando era stata sua allieva.
Aura, per lo meno, lo sapeva. Lo colsi a sbirciarla con un'espressione indugiante
e lievemente stordita, e capii che stava pensando qualcosa tipo, Sembra
appena ieri. Pi tardi, mentre ce ne stavamo tutti l muti ad ascoltare
la risacca, il professore ci raccont del suo amico poeta Manuel Ulacia, che
era annegato una notte di qualche anno prima in un altro punto della costa
del Pacifico.
A un'estremit della spiaggia, massi e faraglioni si protendevano a uncinare
aguzzi l'oceano, stringendo le onde in una barriera che creava, vicino
alla riva, una pozza bassa in cui i bambini potevano giocare.
Ma al capo pi ripido e frastagliato del promontorio le correnti formavano
vortici. L era andato il giorno dopo il professore a farsi il bagno, quando
ne udimmo le grida spaventate di Auxilio, auxilio! Io e Jaime ci inerpicammo
sugli scogli e poi ci buttammo goffamente in acqua, troppo lontani dal
professore per poterlo aiutare; invece Aura schizz in cima a un alto faraglione,
si lanci in aria, ammar come un raggio dal cielo proprio accanto
a lui e lo port in salvo a nuoto, cingendogli il torace con un braccio. Che
il professore non avesse corso alcun pericolo di venir trascinato al largo e
si fosse soltanto lasciato prendere dal panico per la spinta della corrente, e
che poi fosse molto imbarazzato per l'accaduto, non sminu certo l'eroismo
di mia moglie. Aura mi ha salvato la vita, continuava a ripetere lo studioso
con aria confusa, come se volesse buttarla sul ridere ma non ci riuscisse.
Aura ti ha salvato la vita!, facevamo eco noi. Mi amor, ma cosa ti  venuto
in mente? L'ho sentito che gridava aiuto e ho reagito! D'impulso, certo,
senza dar tempo a fantasie n riflessioni. La rapida e intrepida impulsivit
di un essere superiore, pensai francamente. La mia Aura! Che madre sar!
Ci furono anche grasse risate, a spese mie e di Jaime: il professore sarebbe
affogato, se fosse toccato a noi salvarlo. E rimasi deluso accorgendomi che
nessuno, nel giro di poche ore, dopo pranzo e siesta, voleva pi parlare di
Aura che aveva salvato la vita al professore, come se a quel punto fosse pi
importante non urtarne i sentimenti, o magari quelli della moglie e dei figli,
evitando di tornare sull'accaduto.
Ma se davvero fosse stata una corrente di ritorno, e avesse trascinato al
largo il professore e anche Aura, annegandoli entrambi? Che cosa diremmo
ora dell'impulsivit di Aura?
Impulsivit: eccesso ingovernabile che gorgoglia dal di dentro.
All'inizio pensavamo di andare in Messico a fine maggio o inizio giugno, ma
poi Aura decise di tenere un corso estivo di spagnolo alla Columbia. Aveva ripreso
in mano il curriculum, i soldi in pi ci avrebbero fatto comodo, e lei non
aveva fretta di andare in Messico. Ma dovevamo fare dei lavori nella nostra casa
di l, perci decidemmo che io sarei andato gi ai primi di giugno, per una
settimana circa, a preparare tutto. Aura mi scrisse una lista di cose da fare: dovevo
trovare un falegname per le librerie; installare altre luci; poi mancava un
po' di attrezzatura da cucina, e le serviva una scrivania. Non vedevo l'ora di trovarmi
in Messico da solo come ai vecchi tempi. Ma qualche dissoluta sera nelle
cantinas e qualche tremendo doposbornia dopo, mi ritrovai sconcertato da me
stesso. Che cosa speravo, in effetti? Aura mi mancava, io le mancavo. Stavamo
spendendo un patrimonio in ricariche dei cellulari e io me ne lamentai in una
e-mail. Lei mi rispose,  per questo che lavoriamo e guadagniamo, Francisco.
Le comprai un tavolo-scrivania, in una tinta rosso scuro; rintracciai il falegname
pi quotato sulla piazza, per le librerie, e tornai a casa.
Il 3 luglio del 2007, intorno alle due e mezza del pomeriggio, Aura usc dalla
porta di casa nostra a Brooklyn per l'ultima volta, e io portai gi le valigie
per caricarle sul taxi. La nuova trapunta multicolore era rimasta a casa,
ripiegata nella cabina armadio; la bici senza sellino era legata col lucchetto
alla ringhiera di ferro. Alle quattro eravamo in sala d'aspetto all'aeroporto
di Newark, dopo aver ottenuto lo scatto alla classe superiore per una persona
grazie alle miglia che avevo accumulato in decenni di voli. Dissi ad Aura
che in prima ci poteva andare lei, naturalmente; io sarei rimasto in economica.
Brindammo all'estate con un bicchiere di champagne.
Verso la fine della nostra prima settimana in Messico, Aura cominci
a sentirsi pi libera e a godersi la vacanza. Uscivamo, vedevamo gli amici.
Lei stava leggendo La vita breve di Juan Carlos Onetti: aveva divorato gli
scritti dell'uruguaiano per tutta la primavera. Mentre il racconto che stava
scrivendo, in spagnolo, parlava di un giovane che abbandona il corso
di dottorato negli Stati Uniti per mettersi a insegnare in una scuola media
della profonda provincia messicana; la scuola e il corpo docente sembrano
immaginati da un Kafka messicano - un recensore scrisse in seguito esattamente
cos, dopo la pubblicazione - e cos anche le tese conversazioni notturne
del protagonista con il padre a Citt del Messico. Il racconto si intitola
La vida est en otra parte. Aura lavorava alla nuova scrivania al piano di
sotto, accanto alla porta scorrevole che dava sul patio. Adorava quella casa:
a quel punto era certa che in un futuro prossimo vi avremmo trascorso pi
tempo che nelle sole vacanze scolastiche ed estive, e per me andava bene.
Se la sua carriera di scrittrice doveva svolgersi soprattutto in spagnolo, come
ormai aveva deciso, abitare per un po' in Messico era una cosa sensata,
e se dovevamo avere un figlio voleva stare vicino a sua madre.
Appena girato l'angolo della nostra via, sull'avenida Patriotismo, c'era
un centro commerciale nuovo di zecca. Il nostro quartiere stava a circa una
mezz'ora a piedi dalla Condesa, e prima, vicino a casa, non avevamo n un
alimentari, n un locale per mangiare, salvo i chioschi e qualche modesta
tavola calda con la comida corrida, ma soprattutto non cera un posto dove
bere un caff decente: adesso avevamo Starbucks, Sanborns, Italianni's
e anche altre insegne di catena per cui Aura provava un'infantile nostalgia,
tutti sotto lo stesso tetto, insieme ai soliti negozi da centro commerciale.
Qualche volta andammo a pranzo l, raggiungendo la zona ristoro con
la scala mobile, e una volta ci fermammo a vedere un pezzo del film di arti
marziali con il povero Brandon Lee che passava sul vidiwall gigante. Una
sera Aura compr da Sanborns un tubo di bastoncini da shanghai, che poi
ci portammo da T.G.I. Friday's mettendoci a giocare tra birre e tequila:
davvero appassionante, ci voleva destrezza e mano ferma da borseggiatori.
Ma tanto vinceva sempre Aura, con ampio margine. Quel tubo di cartone
con dentro gli shanghai adesso  sull'altarino. Ma quando ho riversato
gli stecchini sul tavolo da pranzo, anzich il magico bagliore che a quanto
pare mi aspettavo, come un residuo scintillio di quell'ora dolcissima o
una traccia delle risa e del tocco di piuma di Aura, dal contenitore aperto
non  uscito niente. Ero solo con un mucchietto di bastoncini di plastica.
Forse sopravvalutiamo i ricordi. Forse  meglio dimenticare. (Portatemi
il Proust dell'oblio e mi metto a leggerlo immediatamente.) Certe volte
 come voler tenere in aria centomila sfere di cristallo tutte insieme, cercare
di preservare tutti questi ricordi. Per ognuna che cade a terra e si polverizza,
dentro di me si squarcia un crepaccio nel quale va a scomparire per
sempre un altro pezzo di come eravamo. Non venderei quel tubo di stecchini
neanche per mille dollari.
Da Starbucks Aura si ferm davanti agli scaffali dove tenevano la merce
in vendita, prese in mano una caffettiera turchese e mi fece quel sorriso, a
sopracciglia supplichevolmente levate, che usava ogni volta che voleva costringermi
a un acquisto non particolarmente furbo. A casa avevamo gi
una caffettiera, solo che era nera. Le chiesi quanto costava quella. Lei me
lo disse. Quindi ora dovevamo spendere quaranta dollari solo per dare alla
nostra cucina quel tocco di turchese lucido?
Ne abbiamo gi una uguale, dissi.
Lei fece la faccia delusa e rimise a posto la caffettiera. Che adesso incombe
su di me come l'ennesimo segno o indizio arcano che ho mancato e non
riesco a decifrare. Dato il ruolo che la vecchia caffettiera doveva poi avere
nel nostro viaggio a Mazunte, mi sembra pi un indizio, o una prova, bench
non nel senso giudiziario del termine.
Se le avessi comprato la caffettiera turchese...?
3 luglio 2008, un anno esatto dal giorno in cui io e Aura partimmo dall'aeroporto
di Newark per il Messico, e sono di nuovo qui: stesso volo serale,
stesso scatto di classe gratuito. Sul volo per Citt del
Messico devo compilare il questionario dell'immigrazione, il
quale mi richiede di indicare
se sono coniugato o celibe. Segno coniugato, come faccio sempre su questi
moduli. Tre settimane pi tardi, il 22 luglio, prendo un altro aereo per
Puerto Escondido e il giorno seguente vado in taxi alla procura distrettuale
di Puerto ngel, in una via secondaria dietro il fetore del porto.
C' un cartello su una porta chiusa in fondo a un breve corridoio di lato
all'ingresso, con scritto ofiCina de investigacin criminal. Ma il procuratore
distrettuale mi porta in un ufficetto senza finestre sulla sinistra,
dove c' una scrivania con il solito vecchio computer ingombrante. La luce
nella stanza ha un che di tremolante, frammentario, come se l'aria stessa
lampeggiasse rapida. C' un motivo: le pale di plastica del ventilatore
sono state fissate e ruotano sotto le due lampadine accese. Il procuratore 
un giovanotto dinoccolato con il viso bruno e scolpito e lucidi capelli neri,
pettinati all'indietro. Gli racconter la mia storia di quel giorno come non
l'ho pi raccontata a nessuno da quelle poche ore dopo la morte di Aura,
quando la raccontai alla donna nella delegacin che la trascrisse tutta e poi
non pot usarla come deposizione testimoniale perch ero senza passaporto.
Quella storia mi si dipana dentro in silenzio da allora, ma  anche cambiata,
cercando e trovando un suo percorso come un torrente impetuoso
che si riduce in ruscello: una storia in cui io mi assumo direi la giusta quota
di colpa e responsabilit, non quanta me ne hanno attribuita Juanita e Leopoldo,
probabilmente non quanta ne serve a mandarmi in galera se non in
circostanze corrotte, ma in misura sufficiente a far s che io non abbia mai
una tregua dall'autocondanna, l'orrore e la vergogna. Ma ci che mi dir
quel giorno il procuratore distrettuale di Puerto ngel, quando io avr finito,
modificher ancora quel racconto.
La casa che avevamo affittato a Mazunte era abbastanza grande da alloggiare
i vari amici che speravamo sarebbero venuti a trascorrere almeno
una parte di quelle due settimane con me, Aura, sua cugina Fabiola e il suo
ragazzo. All'inizio doveva venire anche Mariana, un'altra amica di Aura.
Mariana lavorava in casa, era una massaggiatrice e guaritrice mistica della
tradizione ind; si era iscritta all'universit per diventare una psicanalista
lacaniana ma un giorno, a sentir lei, aveva confessato a se stessa che anzich
sublimare il proprio ego, lei voleva liberarsene. Eravamo a Pata Negra
quando ci disse che non ce la faceva a raggiungerci: faticava
a sbarcare il lunario e non poteva permettersi una vacanza. E
aggiunse che non voleva comunque
venire a Mazunte, perch le onde erano troppo grosse.
Eh? Ma Mazunte  una spiaggia tranquillissima! Cos le rispondemmo
tutti - io e Aura, Fabis e Juanca - all'unisono. Poich Mazunte  notoriamente
situata in una cala ricurva che ostacola le onde provenienti dall'oceano
quanto basta a ridurne dimensioni, impeto e forza, per fare il bagno 
considerata una spiaggia tranquilla. Ventanilla, e perfino San Agustinillo,
aperte sull'oceano, sono quelle pericolose. Se ti fai il bagno a Ventanilla rischi
la vita, per non parlare di Puerto Escondido oppure, ancora pi gi, di
Zipolite, famigerata per le correnti di ritorno e nota come
Playa de la muerte perch ci annegano in tantissimi ogni anno, anche se la gente continua
ad andarci, trattandosi ancora della spiaggia preferita da hippy, fattoni vagabondi,
nudisti europei e simili.
Lo so che Mazunte pu sembrare pi tranquilla rispetto ad altri posti,
disse Mariana. Ma non ci si pu fare un bagno in pace, e basta. O forse sono
io che invecchio, ma farmi sbatacchiare dappertutto dalle onde e ritrovarmi
sempre col costume, i capelli e perfino i denti pieni di sabbia non mi piace.
Aura disse che se ti spingi oltre il punto in cui si rompono le onde, dopo
l'acqua  calma. Lei si faceva sempre il bagno l. Mariana rispose che lei
preferiva decisamente il mar dei Caraibi, e in particolare Tulum con il suo
mare placido e i centri yoga. S, Tulum piace anche a me, dissi io. Tulum piaceva
a tutti. Ma chi se la poteva permettere una casa in affitto a Tulum per
due settimane? E anche il volo costava di pi, sia da New York, sia da Citt
del Messico. E comunque adoravamo Mazunte. Le onde potevano anche
essere grosse, ma non mi spaventavano. Quando entravo in acqua l non
sentivo quel nodo trepidante alla bocca dello stomaco, come mi succedeva
sempre al solo pensiero di farmi il bagno a Puerto Escondido. Le onde di
Mazunte mi sembravano all'incirca come quelle di Wellfleet, a Cape Cod,
dove avevo imparato da ragazzino a fare il bodysurf.
Le prime volte che eravamo stati su quella costa io e Aura eravamo andati a
Puerto Escondido per via degli alberghi, ma la mattina prendevamo la navetta
per la spiaggia di Mazunte, circa tre quarti d'ora di tragitto, e poi un taxi
per tornare la sera. Qualche anno prima di conoscere Aura avevo passato
il Capodanno del millennio a Puerto Escondido con Jaime e Isabel; al nostro
arrivo la gente parlava dell'onda solitaria che il giorno
prima aveva scaraventato tre surfisti contro le rocce
all'estremit della spiaggia, uccidendoli.
Il primo mattino andai a farmi il bagno e poi direttamente a fare colazione
in un bar sulla spiaggia dove il cameriere, un italiano malconcio, mi disse
che l'ultima volta che era entrato in acqua laggi era uscito che perdeva
sangue da tutte e due le orecchie. E Isabel mi raccont di un suo professore
delle superiori che era in vacanza a Puerto Escondido e una sera, mentre
passeggiava in spiaggia, era stato ghermito e trascinato in acqua da un'onda
assurdamente grossa ed era annegato. La sera, nella mia stanza d'albergo,
mi sdraiai a letto ad ascoltare quelle onde che adesso mi pareva facessero
un rumore di ossa macinate. Non rifeci il bagno a Puerto Escondido per
pi di quattro anni, finch io e Aura prendemmo una lezione di surf laggi
nel corso del weekend lungo in cui le avevo chiesto di sposarmi. Un'onda
che mi.colse di sorpresa mentre tentavo di issarmi sulla tavola con le ginocchia
mi spinse gi dall'altra parte, e picchiai la testa sul fondo sabbioso
con forza tale che mi riverber per tutta la spina dorsale; scosso e barcollante,
andai a sedermi sulla spiaggia. L'istruttore rise, poi dichiar che Aura
era molto pi portata di me per il surf; lei stava aggrappata su una tavola
a gambe e braccia divaricate e lui, con l'acqua fino alla vita, la tirava di qua
e di l come un bimbo su una slitta e poi la mollava per farla scivolare sulla
spuma delle onde che si rompevano pi avanti. Si scopr poi che non era
un istruttore autorizzato: aveva raccontato una balla a noi e preso le tavole
senza permesso nel negozio di un amico che gestiva una vera scuola di
surf. La nostra lezione termin quando la madre dell'amico arriv di corsa
in spiaggia, urlandogli che cos ci faceva ammazzare e di riportare subito
le tavole al loro posto.
Eravamo scesi al Santa Fe, fra gli hotel pi belli della spiaggia. Nel giardino
interno una noce di cocco matura precipit gi dalla sua bella palma e
atterr con un gran tonfo viscido giusto quindici centimetri dietro di me. Ci
ridemmo su, ma se mi avesse preso in testa mi avrebbe ammazzato davvero.
Dirimpetto all'albergo c'era un mirador in pietra, un belvedere, che guardava
proprio sull'oceano, e io avevo pensato di fare l la famosa proposta,
anche se l'effetto cartolina era un po' eccessivo. Ma d'altro canto il mirador
non era poi cos adatto, dato che guardava anche su una formazione rocciosa
coronata da una cupa scultura che rappresentava la mano di un annegato
affiorante dall'acqua. La scultura era stata apposta dalle famiglie di bagnanti
e surfisti, messicani e stranieri, che erano morti fra quelle onde.
Avevo nascosto l'anello di fidanzamento con il brillante nella cassaforte
della nostra camera: a Puerto Escondido non avevo trovato n il luogo n
il momento giusto per sfoderarlo, e pensai che potevo provarci di giorno a
Mazunte. Dove potevo nascondere l'anello, per, per farmi il bagno tranquillo?
Mi preoccupavo sempre dei ladruncoli tossici in spiaggia. Ormai era
la nostra ultima sera a Puerto Escondido e ancora non mi ero dichiarato.
Avevo il collo rigido e dolente per la botta presa durante la lezione di surf,
mi era venuto il raffreddore e, peggio ancora, avevo lo stomaco in disordine
per i gamberetti non freschissimi della sera prima: a cena presi soltanto
un brodino di pollo e un unico margarita. Per dovevo farlo. Non potevo
tornare a Citt del Messico senza chiedere ad Aura di sposarmi. Chiesi permesso
un attimo e tornai in camera. Cadeva una pioggia lievissima, uno
di quei tiepidi rovesci tropicali che sembrano aria satura di umidit dentro
una nuvola, soffici come seta contro il viso. Magari  ancora pi romantico,
pensai, se glielo chiedo in spiaggia sotto questa pioggerella. Andai in
bagno e uscendo tolsi dalla cassaforte la scatolina con l'anello e me la misi
in tasca. In quel momento entr Aura. Andiamo in spiaggia, le dissi. Perch?,
chiese lei. Non mi va di andare in spiaggia, piove.  uno scroscio da
niente, feci io, dai, dobbiamo andare in spiaggia. Devo chiederti una cosa.
Lei mi guard la mano nella tasca e sorrise. Chiedimela qui, disse ridendo.
Ay, mi amor, che cos'hai in tasca?  una cosa seria, risposi, poi tirai fuori la
scatolina e mi buttai in ginocchio.
Dunque, col senno di poi sembrerebbe che Puerto Escondido, dove ci
fidanzammo, ci stesse mandando un avvertimento che rimase inascoltato.
Ma cos non . A parte la famosa lezione di surf, non ci siamo mai fatti
il bagno l: ce lo facevamo a Mazunte, che ritenevamo tranquilla. E che dire
di Mazunte: ci furono anche l episodi e segni premonitori? Il rapporto
tra i segni premonitori e le prove... come si stabilisce cosa non fu correttamente
interpretato o ascoltato e doveva esserlo? Una catena di indizi come
orme sulla neve soffice.
Una di quelle mattine in cui io e Aura prendemmo la navetta
per Mazunte facemmo conoscenza con altri due passeggeri saliti
come noi a Puerto
Escondido. Lui era un messicano che aveva studiato in Svezia e si era
stabilito l, ma era tornato per una vacanza con la moglie svedese; faceva il
programmatore o il tecnico informatico, una cosa del genere. Si sedette di
fronte ad Aura e, per la mezz'ora circa di tragitto verso
Mazunte, sostenne un effervescente monologo sul Messico e le
sue spiagge. La Svezia aveva
molto da dare, ma nessuna spiaggia come Mazunte! Il tipo salmodi addirittura
un lungo elenco di frutti tropicali che crescevano su quella costa,
comprese, sottoline, cinque diverse variet di banane. Per a Mazunte non
c'era mai stato; lui e la moglie indossavano entrambi cappelli di paglia stile
western che sembravano nuovi di zecca. Noi scendevamo all'incrocio dove
si prendeva un'altra camioneta per Mazunte, San Agustinillo o
Ventanilla; loro invece scesero un po' prima di noi per
visitare il piccolo museo e
sito riproduttivo delle tartarughe marine di Mazunte prima di scendere in
spiaggia. Aura era rimasta deliziata dalla goffaggine euforica del cervellone
messicano: Le spiagge pi belle del mondo! Cinque diverse variet di banane!
Diverse stradine sterrate fra la giungla portavano dall'abitato alla cala
ricurva della spiaggia; sul fondo stavano allineati i ristoranti, le palapas con
il tetto di paglia, gli alberghetti spartani a basso prezzo e i posti che affittavano
le amache, mentre pi avanti c erano le sedie a sdraio e i tavolini con
ombrellone a nolo per la giornata. L ci trovavamo io e Aura quando scoppi
tutto un trambusto, grida di aiuto e bagnanti che correvano in soccorso
di qualcuno che aveva avuto un incidente. Andammo anche noi, e vedemmo
il messicano di Svezia sdraiato poco prima della riva, a faccia in gi in
una pozza di pochi centimetri d'acqua, che scalciava e si dimenava come
se stesse affogando. Venne portato sulla spiaggia e posato sulla sabbia, dove
rimase a tossire, boccheggiare e sputacchiare, con la moglie accovacciata
vicino. Qualcuno aveva visto cos'era successo: un'onda l'aveva travolto,
lui era rimasto chiaramente disorientato dall'afflusso d'acqua, aveva bevuto
un po' ed era stato preso dal panico, mentre gi l'onda si allontanava dopo
averlo praticamente depositato a riva. Stava bene. Tornammo alle sdraio.
Pi tardi vedemmo lui e la moglie che arrancavano davanti a noi, i cappelli
in testa e la loro roba in mano. Li salutammo ma solo lei rispose al saluto;
lui tenne lo sguardo imbronciato sulla sabbia. Negli anni successivi rievocavamo
talvolta il messicano di Svezia - una tragicomica storiella sul pericolo
insito in certi entusiasmi ingenui e commoventi, pi che sul pericolo
in s - e ogni volta ne ridevamo.
Avevamo prenotato e pagato i biglietti per la sera di luned 23 luglio sul
pullman notturno di prima classe per Puerto Escondido, con i sedili che
diventavano quasi dei letti. Avevamo scartato l'aereo perch Fabis doveva
risparmiare, e comunque lei e Aura erano sempre andate al mare in corriera.
Per me questo far piani frugali a lunga scadenza era una novit, ma
ero contento di risparmiarmi il biglietto aereo. La prima settimana Juanca
doveva lavorare, ci avrebbe raggiunti il weekend successivo. Circa una settimana
prima della partenza andai dal medico di famiglia di Aura per un
controllo generale e per la prima volta nella vita mi feci le analisi del sangue
per il colesterolo e simili. Aura mi dava il tormento da un anno, ma io
avevo sempre detto che non avevo tempo. Dovevo ritirare il referto il sabato
e portarlo al dottore il luned seguente. Nel frattempo tenevamo d'occhio
via Internet il meteo di Puerto Escondido - quello di Mazunte non era disponibile
- e ogni giorno vedevamo nubi e pioggia. Quel mattino Aura mi
diede da leggere una bozza del suo racconto sull'insegnante ribelle, La vida
est en otra parte; c'era molto da elogiare, ma le dissi anche che a parer
mio il finale era affrettato. Il giorno successivo, sabato ventuno, poco dopo
luna stavo uscendo dalla palestra dov'ero andato a fare spinning quando
ricevetti un messaggio da Aura sul BlackBerry:
c' qui fabiola che telefona e le ho fatto uova e caff per colazione. Sto bevendo
anch'io il caff e rivedo il racconto che  gi cambiato parecchio. Eri
serio ieri sera quando hai detto che sono un'artista? O stavi solo facendo il
piacione per caricarmi???? ... quando torni devi andare a prendere i risultati
delle analisi.
Io risposi: Claro que eres una artista, mi amor, de maxima
sensibilidad e inteligencia. (Ma certo che sei un'artista,
amore, di grande sensibilit e intelligenza.)
Lei rispose: Gracias mi amor, pero a qu ora regresas? (... a che ora torni,
per?)
Io risposi: Ya en un ratito, mi amor (Fra un attimo...)
All'1,29 lei scrisse ancora: Ya ven estamos viendo de irnos hoy! (Forza, che stiamo
guardando se possiamo andare oggi!) Ci stiamo perdendo tutto il bel tempo.
 l'ultima e-mail che ho ricevuto da Aura.
Tornando a casa trovai Aura e Fabis in preda all'eccitazione. Fabis aveva
parlato al telefono con un'amica che era appena tornata da Mazunte e diceva
che il tempo era splendido: le previsioni su Internet erano tutte sbagliate.
Ma era meglio partire quel giorno perch, sempre secondo l'amica, verso la
fine della settimana sarebbe piovuto davvero. La nostra prenotazione non
si poteva cambiare perch i pullman erano tutti pieni, ma Aura e Fabis avevano
concepito una tortuosa alternativa: in pullman avremmo raggiunto
Oaxaca e pernottato l, per poi prendere un volo per Puerto Escondido, giusto
un saltino sopra la cordigliera, la mattina dopo, con una piccola compagnia
di nome Aerovega. I biglietti gi pagati erano persi, ma dovevamo
arrivare al mare prima che il tempo peggiorasse: dal dottore con i referti ci
potevo andare al ritorno. Corri a fare i bagagli!
Mi sarei dovuto opporre a questo nuovo programma? No, Oo-ra, i biglietti
del pullman sono gi pagati, dobbiamo smetterla di buttare i soldi! E
l'appuntamento dal dottore? Avrei potuto e dovuto dirlo; anzi lo dissi, ma
senza grande convinzione. (Juanita mi criticava sempre perch con Aura
cedevo subito.) La proprietaria della casa in affitto mi aveva gi dato le chiavi;
eravamo gi con un piede fuori dalla porta quando Aura si ricord che
non aveva preso la caffettiera. Ci serviva, no? Ma in valigia non ci stava,
perci la mise in una busta nera di plastica e andammo a prendere il taxi.
A El Tapo, la stazione dei pullman, prima della partenza ci fu il tempo
di pranzare nella tavola calda al pianterreno, tortas bisunte e deliziose. Per
raggiungere Oaxaca in teoria ci volevano cinque ore di pullman; una volta
l avremmo avuto ancora il tempo di andare a bere qualcosa a El Central.
Ma il viaggio dur ben pi di cinque ore: quando finalmente arrivammo a
Oaxaca le strade e le piazze erano buie e deserte, e noi dovevamo essere in
piedi alle cinque e mezzo per andare all'aeroporto. Stavamo scaricando le
valigie dal taxi per andare all'ostello quando Aura si rese conto che aveva
lasciato la caffettiera sul pullman. A El Tapo, quando l'aveva messa sulla
reticella sopra il sedile dov'era poi rapidamente finita dietro a tutte le altre
borse, avevo pensato che l sarebbe stato facile dimenticarla e mi ero ripromesso
di ricordarmene; poi me l'ero scordata.
Be', adesso possiamo comprare quella turchese, dissi.
Ma quella ce l'avevo dai tempi di Austin, sospir Aura tristemente.
Non ero molto contento di dormire in un ostello. Nella mia camerata
maschile c'era gi qualche viaggiatore che dormiva sulla branda, e io mi
mossi pi piano che potevo senza accendere nessuna luce. Ma quello era un
ostello e basta, mi chiesi, o un ostello della giovent? Mi avevano dato solo
una copertina, e mi tenni jeans e maglietta addosso; stavo sdraiato su quel
letto duro e angusto ed ero arrabbiato con me stesso per aver acconsentito
tanto facilmente a quella corsa assurda e dispendiosa verso il mare. Perch
era cos impaziente, Aura?
Quella notte, mentre noi dormivamo, a che punto era l'onda di Aura nel
suo lungo viaggio verso Mazunte? Poich da allora ho fatto qualche ricerca
in proposito, sono convinto che quell'onda esistesse gi. Gran parte delle
onde di superfcie con dimensioni apprezzabili, anche quelle non altissime
che arrivano a Mazunte ogni giorno, hanno fatto migliaia di chilometri.
Il vento increspa il mare calmo e quelle stesse increspature, offrendo al
vento una superfcie di trazione, diventano onde che, man mano che s'innalzano,
il vento sospinge sempre pi forte e fa ancor pi veloci e pi alte.
Ovviamente non  l'acqua a spostarsi, ma l'energia del vento; al confine turbolento
fra aria e oceano le particelle d'acqua ruotano un po' come i pedali
di una bicicletta trasferendo di continuo la propria energia in avanti, dal
ventre alla cresta e poi gi ancora nel cavo e avanti da capo. Le onde corte
e crespe, come quelle che si vedono sui laghi, vengono da vicino. Ma quelle
grandi avanzano di carriera su venti molto veloci che hanno percorso l'oceano
aperto per migliaia di chilometri e per giorni, e sono le onde che si
vedono dalle spiagge del Pacifico, e formano frangenti che vicino a riva si
alzano in grandi creste ricurve che infine culminano e si frangono.  possibilissimo
che l'onda di Aura fosse nata una settimana prima e anche di
pi, durante una tempesta nei mari tiepidi dell'oceano Indiano, dove soffiano
forti venti costanti. Pi l'onda  vecchia, pi  pericolosa; la sua statura
e ripidit, ho letto, sono collegate con l'et: Man mano che un'onda invecchia,
si fa pi alta e lunga, e quindi veloce. Dov'era l'onda di Aura quella
notte, mentre noi dormivamo nelle cuccette dell'ostello di Oaxaca? Era gi
una vecchia onda assassina, o era ancora relativamente giovane, nata solo
la notte prima da una tempesta tropicale magari solo mille, mille e cinquecento
chilometri al largo? C' una poesia di Borges che termina con i versi:
Quin es el mar, quin soy? Lo sabr el dia
Ulterior que sucede a la agonia.
Chi  il mare, io chi sono? Lo sapr il giorno che tien dietro all'agonia:(*)
e agonia, in questo contesto, si potrebbe pi precisamente tradurre come
spasmo mortale.
Sono io l'onda?
Raggiungemmo la casa di Mazunte il mattino dopo verso mezzogiorno. Io
avevo una cartina disegnata a mano che il tassista decifr con qualche difficolt,
ma finalmente trovammo il callejn che stavamo cercando: un vicolo
che correva tra la giungla sotto un ristorante appollaiato sul ripido
pendio soprastante; in fondo c'era un cancello che aprimmo, e poi salimmo
diverse serie di gradini per raggiungere la casa che, annidata com'era
tra le ampie fronde della foresta tropicale, sembrava la casa sull'albero della
famiglia Robinson. C'era un patio con diverse porzioni coperte e Aura
scelse subito la pi grande, mettendosi a spingere mobili di qua e di l per
crearsi una zona appartata dove scrivere. Io me ne presi un'altra, pi piccola
e in ombra, un livello pi sotto; Fabis, che faceva la grafica, era categoricamente
in vacanza e una zona lavoro non la voleva. Poi cerano diverse
camere, con zanzariere alle finestre e sopra i letti, e amache dappertutto,
ma il posto migliore per dormire era proprio sul tetto, con vista che superava
la giungla fino alla baia e all'oceano. Trascinammo a fatica due sottili
futon su per la scaletta; anche Fabis avrebbe dormito lass con noi finch
non fosse arrivato Juanca. ,
Quel pomeriggio andammo a farci il bagno nell'oceano. Il cielo era coperto
e la notte precedente c'era stato un temporale, la prima pioggia da settimane
a quella parte. A sentire in giro non se ne prevedeva altra nei giorni
successivi, ma a causa di quel temporale l'acqua era torbida e piena di detriti
vegetali, grappolini di erba e rametti. Bench frequentasse da tempo
quelle spiagge e adorasse stare in acqua, Aura aveva sempre paura delle onde;
quel giorno non erano molto grosse. Per lei mi si attaccava al braccio
e mi costringeva ad aspettare a riva mentre esaminava le formazioni ondose
e ne stimava i tempi, poi ci buttavamo insieme di corsa. In acqua mi
gettava le braccia al collo e si teneva a me finch non si sentiva pronta per
andare al largo, nuotando al di sotto delle onde fin oltre il punto in cui si
frangevano, dove l'acqua era pi calma e i flutti la cullavano dolcemente al
passaggio, prima di formare la cresta. Aura adorava starsene l a nuotare
incessantemente avanti e indietro, pensavo sempre, come un'otaria allegra.
El agua estpicada hoy, disse Aura. Tra i frangenti cerano molte altre
ondine, uno sciabordio di spruzzi, come se cascassero sassi dal cielo tutto
intorno a noi. E tra le onde cerano altri bagnanti che facevano bodysurf,
soprattutto giovani maschi, adolescenti e ragazzi. Io tornai un po' indietro
per beccare un'onda. Ne mancai diverse ma poi ne calcolai una proprio
bene: mi buttai in avanti e mi misi a nuotare forte davanti alla curva increspata,
lasciando che l'onda mi prendesse e mi trasportasse, membra distese
e testa sollevata fuori dall'acqua appena sopra il boato della frattura,
e infine mi avvolgesse tutto, euforico per la forza e la velocit con la quale
mi scaravent quasi fin sulla spiaggia. Tornando a nuoto verso Aura sfoggiavo
un sorriso fiero.
 pericoloso?, chiese lei. S, Aura me lo chiese. La sua curiosit nei confronti
del bodysurf si era destata, e lei nuotava molto meglio del marito cinquantenne;
se lui poteva fare il bodysurf, perch lei no?
 pericoloso, dissi io, se la testa ti finisce sotto la sabbia. Devi sempre tenere
su la testa. Cos risposi alla domanda di Aura, ne sono certo, niente di
meno ma neanche niente di pi.
Lei si aggrappava a me anche per uscire dall'acqua, finch non veniva
sospinta in avanti dall'onda pi piccola che stava aspettando per poi sgattaiolare
su per la battigia nella spuma che ribolliva: certe volte era una lotta,
uscire dall'acqua che rifluiva indietro, ti ributtava gi, ma allora ti facevi
riscagliare avanti dall'onda successiva.
Quella sera cenammo all'Armadillo, il ristorante appollaiato appena sopra
il callejn che portava a casa nostra. Avendo dormito poco o niente la
notte prima andammo a letto presto, arrampicandoci fin sul tetto e coprendoci
di repellente per insetti; la brezza dell'oceano frusciava nelle foglie degli
alberi tutto intorno a noi, facendo un rumore di giovane mare inquieto.
La mattina ci svegliammo in una cacofonia di strida e canti di uccelli e con
la vista sull'arco sfondato della cala - racchiusa tra Punta Cometa a un capo
e la lontana curva, all'altro, delle alture che separano Mazunte da San
Agustinillo - e sull'oceano Pacifico disteso pi oltre, a fondersi con la bruma
azzurra del cielo. Si vedeva qualche peschereccio e un cargo. Scendemmo,
lasciando Fabis che dormiva ancora; Aura non vedeva l'ora di mettersi
al computer. In cucina c'era una caffettiera e il pomeriggio precedente, facendo
un po' di spesa, avevamo comprato il caff. Aura affett una papaya.
Quando ripenso a quel giorno, l'unico giorno intero che avremmo passato
al mare, mi sembrano due, o addirittura tre, perch parve durare cos a
lungo e trascorrere cos lento, proprio come dovrebbe fare il tempo al mare.
A cosa lavorai quel mattino? Non me lo ricordo. Forse al romanzo che
tentavo di avviare. Poi avevo un libro da recensire, una nuova traduzione
dal portoghese delle seicento pagine di romanzone ottocentesco di Eqa de
Queirs, I Maia. L'avevo letto fino al punto in cui il giovane Carlos Maia,
pigro ma intelligente, allaccia la relazione amorosa con Madame Gomes
in una Lisbona decadente e snervata. Mi sedetti all'ombra dietro la grezza
scrivania di legno ad ascoltare gli uccelli, a guardare i colibr che ronzavano
attorno ai fiori, ma poi continuai ad alzarmi: facevo un giro e tornavo a sedermi,
con una punta di invidia per la concentrazione che invece sfoggiava
Aura, e per il fatto che la zona lavoro che si era allestita fosse molto pi accogliente
della mia. Verso le dieci e mezza andammo tutti a fare colazione
all'Armadillo; poi scendemmo in spiaggia. A Mazunte c'era un ex ragazzo
di Aura, J., che adesso gestiva un locale molto frequentato dove spesso la sera
si suonava dal vivo. Per me questo ex ragazzo era un'oscura leggenda: sapevo
solo che quando Aura era sui diciotto o diciannove anni, lui le aveva
spezzato il cuore. Poi aveva lasciato gli studi all'Unam ed era venuto a fare
l'hippy a Mazunte. L'estate precedente avevamo visto la finale Francia-Italia
dei mondiali di calcio sul maxischermo del suo bar e lo avevo conosciuto,
un giovanotto dalla corporatura solida, i capelli corti e un portamento militaresco,
che in tutta evidenza aveva messo la testa a posto: adesso era sposato
e aveva un figlio. Quel pomeriggio lui e Aura si erano riparlati per la
prima volta dopo anni.
A un certo punto, mentre me ne stavo a leggere I Maia, Aura and a fare
una passeggiata in paese con Fabis, probabilmente all'internet caf; ma
torn con un'espressione sconvolta.  da non credere, disse, lasciandosi cadere
sul telo da spiaggia. Questa proprio non ci voleva. Mi raccont che lei
e Fabis erano passate a salutare J. al bar, ma ci avevano trovato la moglie:
J. era a Citt del Messico. E indovina cosa c' andato a fare?, mi chiese Aura.
Io risposi che non ne avevo la pi pallida idea, e lei disse che era andato
nella capitale a vedere delle bozze per la copertina del suo libro. J. stava per
pubblicare un libro. Una raccolta di racconti su Mazunte.
Quindi persino il mio ex ragazzo hippy che ha mollato l'universit e
adesso ha un bar, concluse, pubblicher un libro prima di me.
E va be', feci io, ma non  in lizza per il premio Juan Rulfo o roba cos,
su. Storie di hippy italiani e fattoni vari a Mazunte, chi vuoi che voglia
leggerle?
Non  quello il punto, disse Aura. E magari il libro  bellissimo, che ne
sai, non importa di cosa parla.  che io sono una fallita.
Ma dai, Aura, ti prego, non sei una fallita. Stai giusto scrivendo un racconto
bellissimo - e via con la mia solita tiritera d'incoraggiamento, che
per cominciava a irritarmi. Non farti rovinare la giornata, pensavo, dopo
aver atteso questa vacanza tanto a lungo. Certo come coincidenza era
sfigata, l'ex ragazzo che pubblicava un libro e lei che lo scopriva al suo primo
giorno di mare; e ovviamente da allora riguardo a quel libro ho tenuto
gli occhi aperti, ma non l'ho mai visto in libreria e non ne ho sentito parlare
da nessuna parte.
Una cosa per va detta, Aura si riprendeva sempre molto rapidamente
da queste piccole crisi e delusioni. Andammo a farci il bagno: lei non stava
mai molto fuori dall'acqua. Poco dopo eravamo l a giocare e a baciarci in
mezzo all'oceano. Non ricordo di aver fatto bodysurf quel giorno; se l'ho
fatto, non mi ero divertito. La spiaggia di Mazunte non era proprio da surfisti,
ma di gente che faceva bodysurf o andava sulle tavolette ce n'era sempre;
i pochi surfisti veri e propri di solito uscivano verso sera. La bandiera
rossa che sconsigliava la balneazione di certo era issata, dato che veniva issata
ogni giorno. Ma nemmeno il bagnino, a cui chiesi poi, seppe dirmi
perch e neanche chi se ne occupasse.
Quella sera cenammo in spiaggia. Tirai fuori il BlackBerry per abitudine;
era stato fuori uso tutto il giorno ma adesso, sul tardi, avevo un po' di
campo. C'era un'e-mail di Barbara, una mia amica che lavora in una casa
editrice. Mi scriveva per dirmi che il mio saggio inchiesta sullomicidio aveva
avuto una buona recensione preventiva. Sii, grande! La serata era magnifica:
il crepuscolo blu fosforescente, le vivide luci a festoni che scintillavano
intorno ai ristoranti all'aperto, le torce a butano che ardevano di arancio
incandescente. La notte imbrun di viola e infine nascose l'oceano. La musica
rock dalle casse del ristorante si mescolava con la percussione costante
delle onde, ben pi morbida l che a Puerto Escondido. Ci dividemmo due
pizze mediocri, due caraffe di margarita annacquato, ed
eravamo molto felici. Era come se possedessimo una specie di
ricchezza, un piccolo patrimonio
di sere al mare come quella messo gelosamente da parte.
La mattina dopo Fabis usc per qualche commissione, lasciandoci soli per
un po', cos io e Aura riuscimmo a fare l'amore, bench non a lungo, con
dolcezza ma anche ansia: Aura temeva il rientro di Fabis. Una volta vestiti,
scesi gi dalla scaletta ed entrati in cucina lei mi afferr il pacco, mi mise
le labbra all'orecchio e mi disse che presto avremmo dovuto fare l'amore
continuamente per fare un bambino. Ay, ya quiero un beb, esclam. Il che
mi fece sentire molto carico e ottimista: presto, per la prima volta nella vita
di entrambi, ci saremmo messi a fare sesso per procreare!
Quel mattino Aura lavorava bene. Salii di sopra e la vidi che diteggiava
sul computer, cuffie alle orecchie. Pi tardi, verso le dieci, tornammo all'Armadillo
per colazione, sedendoci a un tavolo coperto da una tovaglia a quadretti
bianchi e blu davanti a una statua di legno dipinto della Vergine di
Guadalupe e a un'altra, al naturale, con la testa di un grifone. Io mi presi le
enchiladas con una bella salsa rosso acceso, uova fritte e fagioli neri; Aura
ordin frutta e yogurt, come il giorno prima, e fece a met di un'altra porzione
di enchiladas con Fabis. Bevemmo tutti quanti un bicchierone del
succo d'arancia mescolato a succo di carota e barbabietola che servivano l,
diverse tazze di caff forte e poi ci dividemmo anche, siccome era buonissimo,
un pane tostato fatto in casa con miele della zona.
Mentre andavamo in spiaggia Aura disse, Sto scrivendo un racconto veramente
bello.
Certo non era da lei, e forse era senza precedenti, parlare cos, ma lo aveva
detto con timida convinzione. E magari il giorno dopo si sarebbe potuta
scoraggiare di nuovo. Per le stava proprio accadendo qualcosa. Che
mi risult ovvio in seguito, quando mi resi conto quanto fosse cambiato e
migliorato in quei pochi giorni il suo racconto sull'insegnante; quell'ultimo
mattino lo lasci quasi compiuto, al punto tale che in effetti poi venne
pubblicato, con un minimo di editing. Aveva lavorato davvero sodo per
tutto l'anno, perch non sarebbe dovuto scattare proprio allora: quel clic, la
sensazione che una porta sin l chiusa a chiave si sia aperta, e parole e frasi
d'improvviso sembrino esistere in una nuova dimensione a met strada
fra il cervello e lo schermo o la pagina, e ti accompagnino per una casa infinita
dove le stanze hanno strane forme geometriche che non hai mai
visto prima eppure chiss come sai sempre dove sei. Avevamo da poco avuto
una goffa conversazione in merito, cercando di descrivere proprio quello.
E pensa, ancora due settimane di quelle splendide, lunghissime giornate
di mare a disposizione! Forse, disse, certi giorni avrebbe passato anche il
pomeriggio a scrivere, anzich in spiaggia.
Mi sembra giusto, dissi. Alla fin fine ero contento che avessimo deciso
di venire qualche giorno prima. Se avessimo preso il pullman serale luned
staremmo arrivando a Mazunte solo adesso, stravolti e con la voglia solo di una birra fredda e un sonnellino.
Un aspetto indimenticabile di quel giorno soleggiato, quasi senza nubi,
era il sorprendente numero di persone in spiaggia di cui una gran quantit
in acqua, bambini piccoli compresi, a nuotare ma anche a fare bodysurf.
Ne deduco che quel giorno le onde dovevano sembrare invitanti; onde moderate,
forse non poi cos vecchie. Ma le onde percorrono l'oceano in batterie,
o treni, e non  mai un unico treno a raggiungere una data spiaggia,
perch lungo il percorso i diversi treni si incontrano, o convergono, o si superano
a vicenda mescolando onde vecchie e giovani. E comunque anche
un'onda moderata, ho appreso da allora, si frange e si gonfia verso la costa
con la forza di un'utilitaria a tutto gas.
Guardavamo dalle sdraio quelli che facevano bodysurf. Soprattutto Aura
sembrava interessata, e commentava senza sosta i vari livelli di abilit.
In particolare ricordo due ragazzi giovani, chiari di pelle e ben fatti, che
secondo me erano fratelli ed erano i migliori di tutti: scivolavano sulla superficie
dell'oceano sospesi sull'orlo delle rispettive onde da veri esperti,
braccia tese all'infuori con l'aria di supereroi volanti. Noi eravamo gi stati
in acqua almeno due volte e ogni volta avevamo tutti provato a prendere
qualche onda, ma non credo che Aura e Fabis ce l'avessero fatta; pi che
altro avevano cercato di mettersi in posizione e poi, quando l'onda era arrivata,
ci si erano infilate sotto. Io me ne feci una corta; di rado azzeccavo
i tempi.
Il tipo che era venuto a sedersi proprio accanto a noi - giovane, capelli
lunghi, magro come un chiodo, con tatuaggi grossolani e un piercing sotto
il labbro inferiore - era repellente. Perch cos vicino? Poi arriv il suo
amico e stese un telo di fronte a lui. Aura disse che voleva tornare in acqua.
Un'altra volta? Ma era la terza! Io volevo leggere. I Maia diventava interessante,
col lettore che si rende conto, ben prima dei personaggi, che Carlos
Maia  preso d'amore adulterino per la sorella da tempo perduta, Madame
Gomes: un'ottima lettura da spiaggia, alla fin fine. Aura aveva terminato il
giorno prima di leggere una raccolta di racconti di Fabio Morabito - le era
piaciuta da matti - e adesso saltava inquieta tra Silvina Ocampo e Bruno
Schulz, e chiacchierava con Fabis.
Ma guarda quanta gente c' in acqua, dissi. E sono ancora sorpreso che
lei non fosse schifata da tutta quella folla: l'acqua era letteralmente farcita
da teste di bagnanti e in quei casi Aura era sempre, e curiosamente, ipersensibile:
di rado riusciva anche solo a guardare una superficie tanto variegata,
punteggiata, tratteggiata, striata, senza provare un brivido di ripulsa
e coprirsi tutta di pelle d'oca che poi mi mostrava con una smorfia. Cos
mi sembrava l'acqua quel giorno, proprio il genere di superficie pustolosa
che Aura non sopportava!
Le sussurrai che non volevo entrare in acqua lasciando tutte le nostre
cose alla merc dei due brutti ceffi l accanto. Lei mi sussurr di rimando
che non avrebbero rubato niente, ne era certa. Erano solo due hippy da
spiaggia.
Andate voi due, dissi.
Ma dai, mi pregarono Aura e Fabis insieme. Oggi l'acqua  bellissima.
Vieni anche tu!
No, io stavolta passo. Voglio leggere.
Aura indossava i calzari di gomma comprati per quella vacanza, che le
davano un'andatura lievemente a papera e le rendevano difficoltoso star
dietro alla ben pi alta e formosa Fabis mentre scendevano a riva; Aura
sventolava un po' le braccia per accelerare e teneva la testa su nel chiacchierare,
felice ed euforica, con la cugina. Da dietro, il costume intero azzurro
le dava una silhouette un po' ovale, pi marcata di quanto fosse in realt;
com' bella, buffa, adorabile la mia Aura, pensai tra me. Questo  il momento
che decise tutto: se sono io l'onda, questo  il momento in cui mi alzo
in cresta, con un impeto amoroso nel petto da far male; se anche fosse
stato solo il preludio a un bagno senza conseguenze, sono certo che lo ricorderei
ancora. Pensai: prometto di smetterla di irritarmi con Aura, per
le sue insicurezze, il suo costante bisogno di rassicurazione, oddio, chi cazzo
se ne frega, voglio amarla pi che mai e ovviamente adesso vado a fare il
bagno con lei. Poi mi dedicai a mettere la mia roba al riparo da furti senza
averne l'aria o risultare offensivo. Riposi il portafoglio, la
maglietta, i sandali, e quel libro che non avrei aperto (non
aprir) mai pi nella borsa di
tela della libreria Gandhi e poi ne infilai le maniglie nella gamba di una sedia
a sdraio sollevandola e ripiantandola saldamente nella sabbia. Vedevo
Aura e Fabis in acqua fino alle spalle, una di fronte all'altra, chiacchieravano
ancora, s'infilavano sotto un'onda, tornavano su. Mi alzai, corsi gi per
la spiaggia sulla sabbia rovente, mi buttai nell'oceano.
Se andate su YouTube e digitate Mazunte e onde trovate un gran numero
di brevi filmati di quella spiaggia. Le onde in quei video amatoriali
non sono molto diverse da quelle in cui noi ci stavamo facendo il bagno,
bench le nostre fossero, dato il numero di bagnanti in acqua quel giorno,
forse un po' pi calme. Se invece digitate Zipolite vi renderete conto che
le onde di l sono molto pi feroci, minacciose. Prima non sapevo niente,
di come si classificassero le onde: che ci fossero cosiddette onde di scivolamento,
che sono considerate le pi sicure per surfare e si trovano in zone
relativamente riparate; onde a tuffo oppure a cascata, che si hanno quando
il fondo oceanico presenta un rialzo proprio di fronte alla spiaggia, o con il
vento molto forte, e sono ritenute pi pericolose rispetto a quelle di scivolamento;
e poi ci sono i frangenti di rigonfiamento, i pi micidiali. Ma una
volta imparato questo, non ero comunque sicuro del tipo di onde che arrivavano
a Mazunte: come baia era relativamente riparata, ma c'era anche un
rialzo di fondale che arrivava fino al pendio della spiaggia. C' un sito web
gestito dal Seafriends Marine Conservation Centre, in Nuova Zelanda, che
d molte informazioni sulle onde, perci mandai loro un'e-mail con il link
a due filmati delle onde di Mazunte su YouTube, chiedendo un'opinione su
che tipo fossero. Mi rispose il direttore del centro:
Nei due video si vedono senz'altro delle cascate, bench il mare sia ragionevolmente
calmo. I frangenti a cascata sono pericolosi, in effetti, perch
creano un arenile molto ripido di sabbia smossa, dalla quale  difficile uscire;
inoltre dissipano tutta la propria energia in una distanza molto breve, con
una violenta miscela di velocit dell'acqua. Credo che Aura sia stata molto
sfortunata, e possa essere atterrata di testa. Pu aver cercato in ogni modo
di uscire e aver ceduto alla disperazione. Chi lo sa? Mi dispiace per quest'esito
cos triste. Ma possiamo ancora informare il pubblico sulla natura infida
dei frangenti a cascata.
A quanto pare il direttore pensava che Aura fosse annegata, ma non  questo
che accadde. Le onde erano ragionevolmente calme. I bagnanti, anche
i bambini piccoli, non avevano alcuna difficolt visibile a uscire dall'acqua
quel giorno, o almeno io non la vidi. Ma la dissipazione violenta, quella mi
sembrava proprio centrata. Come anche atterrata di testa.
Non appena raggiunte Aura e Fabis in acqua, fu come se tutti decidessimo
d'un tratto di provare a fare bodysurf. Io presi rapidamente un'onda quasi
al meglio delle mie possibilit e riemersi quindici o venti metri pi avanti,
esaltatissimo, le braccia tese in aria. Per spavalda e giocosa energia non
ero forse alla pari, o quasi, di qualsiasi altro giovanotto su quella spiaggia?
Fabis prov a beccare l'onda successiva ma non ci riusc. Quella dopo ancora
si alz davanti a noi come sospinta da un bulldozer invisibile, e io sentii
Aura gridare:
Esta es mia!, Questa  mia!
Esta es mia!, la sua voce coraggiosa e allegra soffusa dal suo ultimo impeto
di gioia per sempre.
Io non ero in posizione di prenderla, ma vidi lei che si lanciava e pensai,
buttandomici sotto, che quell'onda sembrava pi grossa, pi pesante,
in qualche modo pi inerte delle altre, e provai una fitta di paura (o  soloun'illusione della memoria?). Riemersi in un'ampia distesa di spuma furibonda,
l'acqua pareva ribollire. Accanto a me c'era Fabis. L'hai presa?, le
domandai, e lei disse, No, e tu?, ma io stavo gi cercando Aura. Dov' Aura?
Non la vedevo. Passai in rassegna la superficie brulicante in attesa di
vederla sbucare fuori con la testa, boccheggiante, a togliersi i capelli e l'acqua
dagli occhi. Una straordinaria perplessit, e paura... Aura non era in
acqua. Poi la vidi. La spuma che arretrava la scopr come se venisse scostata
lentamente una coperta bianca: la schiena e le spalle lisce e arrotondate
che galleggiavano; Aura galleggiava, totalmente immobile, a faccia in gi.
La raggiunsi un istante prima di tre o quattro altri bagnanti, la sollevammo
e la portammo sulla spiaggia. Era pesantissima. La posammo sulla sabbia.
Era priva di conoscenza, un rivolo d'acqua dalle narici. Ma poi apr gli
occhi. La gente si mise a urlare, Non spostatela! Lei ansim che non riusciva
a respirare. Qualcun altro url, Fatele la respirazione bocca a bocca, e
io posai le labbra sulle sue. Soffiai dentro e sentii l'alito caldo tornare lentamente
a me. Mi sorprese la pendenza della battigia: sembrava di stare in
un burrone. (Era cos anche prima? Centrava qualcosa la marea?) Arriv
un'altra onda che quasi ricopr Aura. Diverse paia di mani la tirarono su, e
lei scivol dalla presa di tutti, e allora la riprendemmo e la portammo sulla
sabbia calda e asciutta. Un dottore, un'ambulanza, supplicavo. Io dovevo
stare l con lei. Lei disse, aiutami a respirare, e misi le labbra contro le sue.
Lei sussurr, cos  troppo forte, e all'alito successivo, Cos. Qualcuno, forse
Fabis, disse che era il susto, lo spavento, che le rendeva difficoltoso il respiro,
che una volta che si fosse calmata avrebbe ripreso, e io glielo ripetei,
Aura, hai preso uno spavento enorme, per quello non riesci a respirare, appena
ti calmi ce la fai. Pensavo che Fabis fosse andata a chiamare un'ambulanza
ma scoprii in seguito che in realt era partita in cerca di un medico.
Appena prima che lei si muovesse fu quando Aura mi disse, Quireme mucho,
mi amor. Amami tanto, amor mio. Non riusciva a muovere gli arti, e
non se li sentiva. Me lo disse con la massima compostezza, come fosse convinta
che mantenendosi ferma e tranquilla quell'orrore potesse decidersi
ad abbandonarla e passare a un'altra preda. Le dissi che era una cosa temporanea,
che presto avrebbe ricominciato a sentire tutto. Le tenevo la mano,
gliela stringevo, ma lei non percepiva la stretta. Era incrostata di sabbia.
Un'altra persona inginocchiata vicino a lei le tast una gamba e le chiese se
sentiva. Dove cazzo era l'ambulanza? Qualcuno, che dall'accento pareva un
tedesco, continuava ad affermare con grande autorit che non bisognava
spostarla. Aire, diceva Aura, quando aveva bisogno che la aiutassi a respirare.
La parola le usciva dalle labbra come una bolla che scoppiava adagio.
No quiero morir, disse. Non voglio morire.
Ma certo che non morirai, amore, non dire sciocchezze. Tenendole la
mano, scostandole i capelli dalla fronte. Le labbra sulle sue, dentro, fuori,
pausa, dentro, fuori, pausa...
Fabis non trov nessun medico. Chiss come ci trov prima lui, un giovane
messicano atletico che sembrava un surfista. Forse era uno studente di
medicina, non un dottore. A quel punto Fabis stava tentando di chiamare
un'ambulanza ma aveva dei problemi. All'inizio i titolari del ristorante non
volevano farle usare il telefono, o non seppero dirle a chi doveva rivolgersi
per l'ambulanza; alla fine torn con la notizia che l'ambulanza non c'era.
Cio ce nera una sola su tutto il litorale, rifer, e al momento era a due ore
di distanza. Quindi non c'era.
Aire, mormor Aura.
Il giovane medico prese il comando. Non potevamo permetterci di
aspettare due ore, dovevamo raggiungere l'ospedale pi vicino,
a Pochutla, una trentina di chilometri nell'entroterra.
Qualcuno si offr di portarcela
con un SUV. Potevamo usare una tavola da surf come barella e caricarla
dietro. Quando il medico chiese una mano, qualche giovanotto l attorno
fece un salto indietro come se gli avessero buttato un petardo sui piedi, ma
qualche altro si fece avanti per inginocchiarsi accanto ad Aura e insieme la
issarono delicatamente sulla tavola che intanto veniva fatta scivolare sotto
di lei e poi la portammo fino al SUV. Io tenevo la tavola dalla parte della
testa. Sul retro del SUV mi accovacciai dietro di lei e le sorressi il capo con
tutte e due le mani cercando di impedire che testa e collo si muovessero e
continuando intanto a chinarmi in avanti per darle respiro. Il SUV sbandava
lento da un ciglio all'altro dello sterrato, ogni solco pareva una montagna
o una fossa ed era impossibile tenere Aura completamente ferma. All'altro
capo della tavola stava inginocchiato un altro ragazzo, un po' per impedire
che Aura scivolasse in strada e un po' per tenerle ferme le gambe.
Chiss come, tir fuori una piuma verde, gliela pass sulle piante dei piedi
e le chiese se sentiva qualcosa. Lei mormor di s e io presi a ripeterle che
se sentiva la piuma voleva dire che tutto sarebbe andato a posto. Intanto il
giovane con la piuma si era messo a pregare. Sei un angelo, gli dissi. Finalmente
arrivammo sulla strada asfaltata. Pi o meno tre quarti d'ora dopo
aver lasciato la spiaggia raggiungemmo l'ospedale di Pochutla. Erano circa
le tre del pomeriggio.
Pochutla  una piccola e animata cittadina commerciale. L'ospedale era
in periferia, un fabbricato a un solo piano dall'aria inconsistente che somigliava
a una scuola di campagna. Mi fecero passare con Aura in un'astanteria,
piccola e decisamente spartana. Non la spostarono dalla tavola da surf,
che posarono su un letto. Le misero un collare cervicale. Ma non avevano
neanche un respiratore meccanico. Dovevo ancora aiutarla io.
Il primo dottore che venne a visitarla era senza dubbio un alcolista:
scarmigliato, assonnato e del tutto indifferente. Fuori del pronto soccorso
c'era una piccola sala d'attesa con le zanzariere alle finestre e le seggioline
di plastica. Fabis era l, a fare le ultime telefonate col cellulare prima che
si scaricasse. Cerc di chiamare la madre di Aura ma trov la segreteria.
Non riusc a parlare neanche con Rodrigo. Alla fine di quella lunga giornata
avrebbe contato quarantun chiamate non risposte a lui e a Juanita. Il
suo caricabatterie era rimasto nella casa di Mazunte. Chiese al proprietario
del SUV se poteva andare a prenderglielo, e lui disse di s. Lei gli disegn
una cartina e gli diede le chiavi. Lui and e torn col caricabatterie in un'ora.
Aveva corso molto pi di quanto avesse potuto con Aura nel bagagliaio.
Aura mi chiese, Sto per morire?
No, amore mio, certo che no. Andr tutto bene, te lo prometto.  una
cosa che certe volte capita anche ai giocatori di football, le dissi. Li portano
fuori dal campo proprio come noi abbiamo portato te e poi, poco a poco,
ricominciano a sentire le gambe e le braccia. Tu non cominci a risentire
qualcosina?
S, mi amor.
Finalmente portarono un respiratore manuale e un'infermiera sistem
la maschera sulle labbra di Aura mentre io premevo ritmicamente con tutte
e due le mani il pallone ovoidale di gomma bianca che pompava l'aria.
Quando mi dissero che cerano dei moduli da compilare passai il pallone a
un'altra infermiera e mi portarono in una cabina minuscola con dentro una
scrivania e una macchina per scrivere ad aspettare il dottore. Tirai fuori il
BlackBerry e trovai un po' di campo. Chiamai Juanita e non ebbi risposta,
perci le scrissi un'e-mail dicendole che Aura aveva avuto un incidente in
acqua, che era all'ospedale e per piacere di chiamare subito me o Fabiola.
Anche la mia batteria era quasi andata. Scrissi a Silverman, alla mia editor
a New York, a Gus, a Saqui e non so pi a chi altro chiedendo aiuto perch
Aura venisse aviotrasportata negli Stati Uniti. Ero in costume e maglietta
ed ero scalzo. La maglietta me l'aveva ridata Fabis. Aveva avuto la presenza
di spirito di correre a prendere tutta la nostra roba rimasta in spiaggia.
Il medico che finalmente comparve nella cabina in cui aspettavo era un
vecchio canuto con i baffi. Avrebbe emesso la diagnosi che Aura non aveva
acqua nei polmoni: una bella notizia, se non che poi si scopr che aveva
torto. Mi fece delle domande per i moduli e trascrisse lentamente a macchina
le risposte; la procedura mi parve interminabile. A un certo punto
mi sembr di sentire Aura che mi chiamava, mi alzai e me ne andai di botto.
Tornato dov'era lei ci trovai un altro medico, un bel giovane robusto con
le guance paffute e un'aria di benevola intelligenza. Adesso era lui a premere
con calma il pallone, facendo passare lo sguardo assorto dal viso di
Aura al monitor a cui l'avevano attaccata. Domandai se lei mi aveva chiamato
e le infermiere dissero di no, che era tranquila. Il medico
giovane affid il pallone a un'infermiera e insieme andammo in corridoio; quindi io,
lui e Fabiola ci mettemmo a discutere sul da farsi. Decidemmo di portarla
al pi presto possibile, via aeroambulanza, in un ospedale di Citt del Messico,
e non all'ospedale di Oaxaca che pure era stato preso in considerazione.
Aura doveva partire subito, ci disse il medico giovane. Quando tornai
di l le infermiere mi chiesero di togliere ad Aura il costume azzurro, come
se si trattasse di un'azione, perfino in un ospedale, che solo un marito
poteva compiere. Loro la sollevarono un poco e io le sfilai il costume dalle
spalle, dal tronco e dalle gambe, e loro la coprirono con un lenzuolo. Poi
le tolsero dal polso con una pinza il vecchio braccialetto a ciondoli di Juanita.
Io ripresi in mano il respiratore e la baciai sulla fronte e sulle guance
e lei apr gli occhi e li richiuse. Il medico giovane mi disse che il battito
cardiaco aveva rallentato considerevolmente, ma le avevano fatto un'iniezione
di epinefrina, riportandolo quasi alla normalit. Mi fu detto di tenere
d'occhio il monitor e di avvisare se la frequenza cardiaca scendeva sotto
i quaranta. Il medico anziano prese la mano di Aura, la lasci andare, e la
mano croll mollemente. Quando le batt il martelletto sotto le ginocchia
vi fu un minimo riflesso. Le fece scorrere il martelletto anche sotto le piante
dei piedi chiedendole se aveva sentito qualcosa, e lei disse di s. Io e le infermiere
ci scambiammo un sorriso.
Il medico finse di farlo di nuovo, facendo scorrere il martelletto ma senza
sfiorarle veramente la pelle, e quando chiese ad Aura se aveva sentito
qualcosa, lei ripet di s.
I miei ricordi di ci che accadde in quel giorno interminabile saranno
sempre nebulosi e incerti. So per certo che Fabiola era sempre al telefono.
Le tas cercavano di rintracciare Juanita e Rodrigo, ma ci sarebbero riuscite
solo molte ore pi tardi, trovando lui per primo. Adesso il piano era far venire
un'aeroambulanza per riportare Aura nella capitale da Puerto
Escondido oppure da Huatulco, ma ci serviva anche un'ambulanza
per portarla
in uno di questi due aeroporti. Entrambi i compiti si stavano rivelando ardui.
Andai in corridoio, dove sotto una sedia avevo lasciato la mia borsa
dei libri, per prendere i sandali e il portafoglio, e allora scoprii che qualcuno,
forse ancora alla spiaggia, mi aveva rubato tutto il contante e poi aveva
rimesso il portafoglio nella borsa. Avevo solo una carta di credito, che
il ladro aveva lasciato perdere, ma era un'AmEx che per prelevare ai bancomat
messicani era totalmente inservibile. Le altre carte erano nella casa
di Mazunte. Sentii Fabiola al cellulare che diceva in tono supplichevole ma
incalzante, Ma mamma, pensa se fossi io: Odette le aveva chiesto se non si
poteva aspettare il giorno dopo per l'aeroambulanza. Fabis disse, Ma mamma,
forse non ci arriva a domani, il dottore dice che deve partire oggi. Proprio
allora un'infermiera fece capolino e mi disse che Aura chiedeva di me,
cos tornai dentro.
Odette e la sorella di Fabis trovarono un servizio di aeroambulanza a
Toluca, appena fuori Citt del Messico, disponibile per Huatulco. Il tempo
era poco, era gi tardo pomeriggio, e tutte e due si stavano precipitando a
cercare una banca ancora aperta per prelevare i dodicimila dollari in contanti
che il servizio pretendeva.
Dentro, Aura mi disse che le facevano male le nalgas, il sedere, a stare
l distesa sulla tavola da surf: significava in tutta evidenza che non sarebbe
rimasta paralizzata. Le mormorai appassionatamente all'orecchio che sarebbe
andato tutto bene e le baciai il viso finch un'infermiera non mi disse
di farmi da parte. Faceva un effetto strano, guardare le infermiere chine su
Aura che pompavano il respiratore, controllavano il monitor, chiacchieravano
tra loro della vita di ogni giorno. Ma adesso eravamo tutti pi allegri,
perch se Aura si lamentava che le faceva male il sedere, di certo stava recuperando
sensibilit agli arti; era impensabile che non si riprendesse. L'aeroambulanza
era disponibile. Era gi passato l'imbrunire. A quanto pareva
era in arrivo anche un'ambulanza della Croce Rossa. A Citt del Messico
la sorella di Fabiola aveva trovato un neurochirurgo specialista della colonna,
padre di un amico, che era il migliore della capitale e aspettava Aura
all'Hospital Angeles di Pedregal, uno dei quartieri pi ricchi della citt.
Ma adesso c'era un altro problema: l'aeroambulanza non poteva decollare
da Toluca perch l'aeroporto di Huatulco negava il permesso all'atterraggio,
stavano chiudendo.
Il medico giovane disse che se Aura avesse passato la notte a Pochutla
non sarebbe sopravvissuta.
Anche la funzionaria dell'aeroporto di Huatulco si chiamava Fabiola.
Al telefono Fabis le disse, Se mia cugina muore lei ce l'avr sulla coscienza
per il resto della vita. Anche Johnny Silverman, il mio amico avvocato
di New York, stava facendo pressioni. Il suo studio aveva collaborato a cause
societarie con uno degli avvocati pi potenti e conosciuti del Messico, e
lui lo convinse a chiamare l'aeroporto di Huatulco. Dopo la
sua telefonata, la Fabiola di Huatulco cedette e disse che
avrebbero tenuto aperto fino
a mezzanotte.
L'ambulanza arriv alle nove circa, con due ore di ritardo sul pattuito.
L'ospedale di Pochutla non poteva privarsi del suo unico collare perci
io e Fabiola schizzammo in farmacia per comprarne un altro. Neanche
sulL'ambulanza della Croce Rossa c'era un respiratore funzionante. Il medico
giovane, che di fatto era un interno di Guadalajara da poco trasferito
l, si offr di accompagnarci con quello manuale. Finalmente Aura, avvolta
in un lenzuolo, fu spostata dalla tavola da surf e sistemata sulla barella
dell'ambulanza. Chiunque fosse il proprietario di quella tavola, vi aveva
evidentemente rinunciato per lei.
L'aeroporto di Huatulco distava una trentina abbondante di chilometri
e la strada era lenta e tortuosa. Ci mettemmo quasi un'ora. Entrammo
in aeroporto da un ingresso posteriore, tra lampade a vapore e umida aria
tropicale, e io udii il sibilo di un motore d'aereo al minimo. Eravamo tornati
nel nostro secolo, o forse eravamo addirittura saltati al successivo, perch
l'aeroambulanza mi sembr un qualcosa di fantascientifico; nella mia
memoria l'equipaggio di giovani paramedici porta scintillanti tute spaziali,
ma dubito che fosse vero. Il medico responsabile era una bellissima ragazza
con le maniere allegre e rassicuranti della Strega Buona del Nord. Il
medico giovane non accett da Fabis nemmeno i soldi per il ritorno in taxi;
se ne and e basta, dopo un giro di saluti speranzosi e sinceri, portandosi
dietro il respiratore manuale, diretto a casa di un amico. Aura venne trasferita
su un'altra barella e ben rimboccata sotto una termocoperta argentea.
La dottoressa bellissima disse che i parametri vitali erano buoni e che
era certa sarebbe andato tutto bene. Una volta decollati disse che ad Aura
non serviva neanche pi il respiratore: ed era vero, riusciva a respirare da
sola. Allora Aura mi guard e disse:
Mi amor, jme puedo dormir un poquito? Posso dormire un pochino?
Questa potrebbe essere l'ultimissima frase che mi ha rivolto; non ne ricordo
altre. Dorm un poco. Per non svegliarla, mi trattenni dal riversarle
sussurri d'amore e rassicurazione nell'orecchio.
L'ultima ambulanza ci port da Tuluca attraverso tutta Citt del Messico
fino a Pedregal, a sud. Io feci il viaggio dietro con Aura, e Fabis si sedette
davanti accanto all'autista. L'ultima ambulanza era spartana e austera,
con l'interno metallico. Aura era di nuovo attaccata al respiratore. Dietro
con noi c'era un dottore che dimostrava a stento ventanni, rapido e sicuro
nei movimenti; mi sembrava vigile, serio e capace, pallido, con lineamenti
aguzzi e delicati e gli occhiali, probabilmente ebreo. Era assorto davanti
al monitor, a leggere i segni vitali di Aura. Poi disse, in un tono brusco e
teso, Non mi piace. L'ottimismo dell'aeroambulanza - per me ora un vero
mistero - era scomparso. Ora non so pi dire se sono grato per quegli ultimi
momenti di sollievo e speranza, o convinto che fummo crudelmente
ingannati. N l'uno n l'altro, immagino.
Juanita e Rodrigo ci aspettavano in ospedale fuori dall'ingresso delle
ambulanze. C'era anche qualche ta. Erano circa le due di notte. Juanita,
braccia conserte, sguardo truce, pronunci la sua accusa. Era cos che le
avevo riportato la figlia, la figlia che lei mi aveva dato perch la proteggessi
nel matrimonio, come avevo promesso di fare. Cos avevo restituito Aura
alla madre.
Aura era sveglia. Era come se avesse risparmiato tutta l'energia per poter
regalare a sua madre quell'ultima coraggiosa e allegra affermazione: Fue
una tontera, Mami.  stata una scemenza, mamma.
Credo che il rinomato neurochirurgo e la sua quipe abbiano capito
quasi immediatamente. Non ricordo quanto ci volle prima che uscissero a
parlare con noi in sala d'attesa. Lo specialista era un uomo alto e massiccio.
Ci disse che Aura si era fratturata e lussata la seconda, terza e quarta vertebra
cervicale, le quali avevano compresso il midollo spinale e reciso i nervi
che controllavano il respiro, il torace e gli arti. Rischiava di rimanere completamente
paralizzata a vita. Stavano cercando di stabilizzarle la colonna
vertebrale in modo da ridurre l'edema. Poi avrebbero deciso se c'era modo
di operare. Inoltre aveva inalato acqua di mare, e stavano cercando di vuotarle
i polmoni. Io mi misi a supplicare il medico. Gli dissi che la sensibilit
degli arti era andata e tornata per tutto il giorno, che in aeroambulanza
i parametri vitali erano buoni e che Aura aveva perfino respirato da sola.
Dissi al dottore che si sarebbe ripresa, che doveva credermi, e ne ricordo lo
sguardo affranto che osservava impotente questo tizio in maglietta sporca
e sudata e costume da bagno.
In terapia intensiva non fecero passare nessuno: i sanitari dovevano poter
lavorare senza interruzioni. Fabis and a casa a dormire con Juanca. A
parte Juanita e Rodrigo non ricordo nessun altro in sala d'aspetto. E loro
non mi rivolgevano la parola. Sedevano sui divanetti di
plastica da una parte della saletta, e io sedevo solo
dall'altra parte. La luce era molto fioca. Ci
trovavamo a un piano alto. Non potevo chiamare nessuno perch ero senza
caricabatterie. Juanca mi aveva promesso di portarmene uno il mattino dopo.
A un certo punto uscii, mi misi a camminare per i lunghi corridoi vuoti
e mi fermai a pregare in una cappelletta. Giurai che se Aura fosse guarita
avrei vissuto un'esistenza devota mostrando ogni giorno la mia gratitudine
a Dio. A parte averlo notato, non ricordo di aver riflettuto sul fatto che
Juanita e Rodrigo mi tenevano a distanza. Pensavo solo ad Aura. Se fosse
rimasta paralizzata per un po' avrei trovato il modo di farla ricoverare nel
miglior istituto di riabilitazione degli Stati Uniti. Le avrei letto ad alta voce
tutti i giorni e l'avrei convinta a dettarmi i suoi scritti; i miei pensieri erano
di questo genere. Ogni tanto mi alzavo, andavo alla porta chiusa della terapia
intensiva, alzavo la cornetta del citofono, premevo il bottone e chiedevo
se potevo entrare a vedere mia moglie, e ogni volta mi dicevano che le
visite non erano permesse fino al mattino.

Note.
* Da Jorge Luis Borges, Tutte le opere, a cura di D. Porzio, I Meridiani Mondadori,
Milano 1996, voi. n, p. 190. [N.d.T.]
317
...
.
...
Capitolo 28.
...
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...
A cos'hai pensato in quella lunga notte, amor mio, sdraiata l morente, con
le ferite mostruose di un soldato in guerra, e sola?
Hai dato la colpa a me? Hai pensato a me con amore anche una volta sola?
Hai visto, udito, sentito me che ti amavo?
...
.
...
Capitolo 29.
...
.
...
Solo la mattina seguente, con Aura ormai in coma, mi fu finalmente permesso
di vederla. L'assistente del luminare, una tipa con la faccia da bulldog,
mi rifer che durante la notte Aura aveva avuto due arresti cardiaci. L
ebbi finalmente la possibilit di posarle le labbra sul bellissimo orecchio,
ringraziarla per gli anni pi felici della mia vita e dirle che non avrei mai
smesso di amarla. Poi l'assistente mi ordin bruscamente di uscire. Dieci
minuti o un quarto d'ora pi tardi, superando di nuovo la tenda bianca,
percepii immediatamente un'immobilit come sottovuoto intorno al letto
di Aura, la luminosit di un'esplosione nucleare, e l'assistente mi disse che
Aura era morta pochi minuti prima. Andai da lei. Gli occhi senza luce. La
baciai sulle guance che erano gi creta fredda. Penso che mi abbiano sentito
singhiozzare in tutto l'ospedale.
...
.
...
Capitolo 30.
...
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...
Juanca manc al funerale perch and con un amico a Mazunte per riportare
indietro la nostra roba. Trovarono la casa come noi l'avevamo lasciata.
Misero in valigia tutto quanto, anche lo shampoo di Aura. Quando finiva
di lavorare si limitava ad abbassare il coperchio del
portatile, perci riaprendolo in seguito trovai lo schermo
come lo aveva lasciato. C'erano due
documenti aperti, l'ultima versione del suo racconto sull'insegnante e una
cosa nuova, forse l'inizio di un altro racconto, dal titolo Hay senales en la
vida? ovvero La vita ci manda segnali?.
...
.
...
Capitolo 31.
...
.
...
All'inizio il procuratore distrettuale sembra fraintendere perch sono venuto
e perch il mio avvocato ha preso questo appuntamento. Sembra deciso
a difendersi, mi rendo conto, dall'accusa di negligenza o di errata
gestione dell'inchiesta. L nel so ufficetto, sotto la luce stridente di un
ventilatore maldestramente appeso al soffitto, insiste che lui e i suoi aggiunti
hanno fatto tutte le indagini del caso, sull'incidente che a
Mazunte  costato la vita ad Aura. Hanno interrogato i testimoni - proprietari e
dipendenti dei ristoranti sulla spiaggia, il personale medico all'ospedale
di Pochutla - e non hanno scoperto nulla che contraddicesse l'ipotesi del
semplice incidente. Gli dico che lo so che  stato un incidente, e che sono
l per rilasciare la necessaria deposizione testimoniale. Voglio raccontargli
la mia storia, quella che nel corso dell'ultimo anno ho incessantemente
affinato sino a farne un racconto in cui tutte le mie azioni e omissioni,
troppo passive, troppo assertive, troppo intrinseche al mio carattere, pesano
come prova. C' anche molto che non gli dico: i segni premonitori, le
fissazioni di morte adolescenziali, ma anche posteriori, nei diari di Aura,
il misterioso richiamo che quell'infilata di spiagge sulla costa dello stato '
dell'Oaxaca esercitava su di lei come se in quella geografia fosse gi scritto
in anticipo il suo destino. Cosa mi era saltato in mente, alla mia et, di
fare bodysurf tra quelle onde? Avrei dovuto sapere quanto era pericoloso.
Conoscevo anche la relativa controargomentazione: se fossi stato uno che
si comporta da persona della sua et allora sarei stato un uomo diverso,
di cui Aura non si sarebbe mai innamorata. Verissimo: infatti si era rotta
l'osso del collo fra le onde come diretto risultato del mio essere me stesso.
In quel senso, io ero l'onda.
Ma il libero arbitrio? Aura nuotava meglio di me, aveva deciso lei di fare
bodysurf, aveva deciso lei di provare a prendere quell'onda; l'impulso era
stato suo. Per tutta la sua vita adulta e anche prima aveva lottato contro gli
altrui tentativi di controllarla e definirla. Abbiamo quindi, io o voi, il diritto
di controllarla in morte?  tutto vero, ma resta il fatto che se io allora
non l'avessi raggiunta in acqua, se non avessi preso un'onda per primo, se
non fossi stato l a essere me stesso, lei in quell'onda non si sarebbe buttata.
Su questa costa ci sono spiagge pericolose, dice il procuratore distrettuale.
Zipolite la chiamano Playa de la muerte perch ogni anno ci sono
moltissimi incidenti fatali. Pu esserci pericolo anche a
Puerto Escondido, Ventanilla e San Agustinillo. Ma non a Mazunte. S, certo, un'onda pu
afferrarti e sbatterti qua e l e farti del male. Per Aura  il primo caso di
incidente mortale a Mazunte da anni. Sua moglie ha avuto una sfortuna
veramente incredibile, dice il procuratore, be', almeno per come la vedo io.
Ha delle cifre. Il procuratore distrettuale scorre un elenco di spiagge e
riferisce quante persone sono morte su ognuna negli ultimi anni: ora non
ricordo i numeri esatti, ma a Zipolite cerano stati un bel po' di morti, e almeno
un paio anche in tutte le altre spiagge, tranne Mazunte, dove non ce
nera stato nessuno fino ad Aura.
Un incidente cos assurdo che  successo solo a una persona, ad Aura, e a
nessun altro degli innumerevoli bagnanti che da anni e anni, per giorni e
giorni fanno bodysurf a Mazunte. Aura  stata davvero sfortunata.  morta
perch io ero me stesso, un eterno adolescente, un ninote.  morta perch
io scoppiavo d'amore e ho deciso di raggiungerla in acqua. Ma tutto
questo  anche un'elusione dalla verit, davanti alla quale il mio racconto
cos ben costruito collassa come un'enorme onda di niente. Il mio essere
me stesso non doveva poter bastare a uccidere Aura. E neppure l'essere se
stessa di Aura, nel lanciarsi dentro a quell'onda per qualsiasi motivo, doveva
poter bastare a ucciderla. La totale assurdit e insensatezza della cosa: l
sta la verit. Quel giorno, uscendo dall'ufficio del procuratore distrettuale,
questo fatto mi sembra anche pi difficile da sopportare della mia stessa
responsabilit.
Trasforma la morte di Aura in qualcosa che non smetter mai di
accadere, come se il ridicolo ventilatore dell'ufficio del procuratore distrettuale
soffiasse costantemente quella morte nell'universo, come se il sole e la luce
del mondo fossero ora come la luce di quell'ufficio, a stridere senza sosta
dinanzi alla terra, alla notte, alla mia vista, che io abbia gli occhi aperti
o chiusi.
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Capitolo 32.
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I gradini d'ingresso del nostro palazzo a Brooklyn erano pi ripidi del normale,
e siccome ho un ginocchio malconcio per via di un vecchio infortunio
di football alle superiori, li scendevo mettendo sempre avanti per prima
quella gamba, che irrigidivo e abbassavo come una stampella. Scendendo
al mio fianco Aura mi imitava, esagerata, barcollando come uno storpio, il
viso verso di me con una buffa espressione concentrata e tesa. Nelle giornate
umide e fredde, quando il ginocchio mi faceva male, zoppicavo anche
un po', e lei, camminandomi a fianco, imitava la mia andatura claudicante,
affiancando esattamente i propri passi ai miei. A chiunque ci stesse dietro
dovevamo sembrare piuttosto comici.
Sono sempre stato uno che inciampa dappertutto. Frank, alza quei piedi
quando cammini, non trascinarli: da bambino mio padre non faceva altro
che riprendermi. Ma Aura lo trovava molto divertente, ogni volta che
inciampavo su un cordolo o su una crepa del marciapiede; rideva neanche
avessi inscenato un numero da clown apposta per lei. Uno dei motivi per
cui trovava la cosa tanto buffa era che lei non inciampava mai. Aveva un'andatura
lievissima. I marciapiedi ghiacciati, quelli s le davano qualche problema,
e allora toccava a me sghignazzare. Io inciampavo dappertutto per
non cadevo mai: riguadagnavo l'equilibrio sempre molto in fretta, come un
halfback che sopravvive a un placcaggio in una partita di football. Per fortuna
ero ancora abbastanza agile.
Rientrato a Brooklyn dopo la morte di Aura, solo una settimana o due
dopo quel primo ritorno senza di lei, salendo le scale di
quella fetida fornace estiva che  la stazione della metro
Broadway-Lafayette, inciampai e
caddi come non mi era mai successo prima, a faccia in gi, con un impatto
incredibile. Finii lungo disteso sulle scale e scivolai gi per qualche gradino,
con le ginocchia, il torso e le mani che sbattevano contro il ferro duro
e sudicio. La gente continu per lo pi a salire e scendere ignorandomi, ma
qualcuno si chin per aiutarmi, tendevano le mani e chiedevano se stavo
bene. Un tizio in giacca e cravatta mi si inginocchi accanto, mi poggi una
mano sulla spalla e mi chiese, Si  fatto male? Vuole che chiamiamo qualcuno?
No, sto bene, dissi, Per favore, grazie, mi lasci stare, sto bene. Mi rimisi
in piedi e ripresi a salire le scale. Mani e ginocchia mi facevano male
come se avessi preso delle martellate, e mi sentivo colare del sangue lungo
uno stinco: i jeans si erano strappati un po', appena sopra il ginocchio.
Avevo il viso in fiamme e gli occhi gonfi di lacrime, un po' per l'umiliazione
e un po' per tutto il resto.
Cosa significava? Quella brutta caduta sulle scale segnava, infine, l'inizio
della vecchiaia? Forse, ma non era la lezione che ho deciso di trarne.
Pi avanti mi  parsa una lezione sul dolore. Fra le lamentele e i clich pi
ricorrenti, nei testi sul lutto che avevo consultato, c' la solitudine del dolente,
perch la gente e la societ sembrano incapaci, per diverse ragioni
anch'esse elencate nei libri, di far spazio a quel suo dolore profondissimo.
Ma cosa mai potrebbe fare o dire, la gente, per essere d'aiuto? Inconsolabile
non significa che per qualche volta sei consolabile. Che sia cos mi 
sempre sembrato giusto; tutto  andato come deve andare, o come se non
potesse andare altrimenti. Sono addirittura grato per alcune delle cose rivoltanti
che mi sono state dette - Perch non torni a essere quello che eri
prima di conoscere Aura, e basta? - perch segnano nettamente un confine,
mostrandoti una verit sul tuo stato attuale, laddove invece un commento
pieno di sensibilit potrebbe magari ammorbidire un po' quel confine,
ma non certo renderlo meno invalicabile. Questa cosa devi, e puoi soltanto,
viverla per conto tuo.
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Capitolo 33.
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Quando parlai con Rodrigo a casa di Fabiola dopo la funzione commemorativa
un anno dopo, venni a sapere per la prima volta che lui e Juanita
erano in effetti potuti entrare nel reparto di terapia intensiva per vedere
Aura quell'ultima notte. A quel punto Rodrigo mi ringrazi. Mi ringrazi
per tutto quello che io e Fabiola avevamo fatto, quell'ultimo giorno e ultima
notte, per riportare Aura a Citt del Messico cos che sua madre potesse
dirle addio.
Quando li avevano fatti passare per vedere Aura, lei era ancora cosciente.
Che cos'ha detto?, gli chiesi.
Rodrigo rispose:
Aura ha detto, Non voglio morire. Ha detto, Ci sono cos tante cose che
vorrei fare. No quiero morir.
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Capitolo 34.
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Non so come fa Juanita a resistere. Sono preoccupato per lei, e non lo dico
per sembrare meno freddo. Cerco di immaginarmela nel suo appartamento,
dove vive con le ceneri di Aura, cerco di seguirla nella sua giornata e
mi prende la paura. Mi preoccupa l'idea di dover portare la colpa di un'altra
morte. Lei non parla pi nemmeno con le tas. Se vivesse il suo dolore
in un altro modo, un modo che sembri pi positivo quanto meno agli occhi
degli altri, cambierebbe qualcosa in quello che prova? Forse sopravvive
con una forza sovrumana. Crede che riabbraccer la figlia nell'aldil. Spero
che abbia trovato una nuova, intima amicizia, una persona con cui parlare
come non ha mai fatto neppure con le tas, che riesca magari anche a
farla ridere, che la faccia sentire amata e perdonata oppure capita, e che le
stia accanto nonostante tutto, che sappia sempre come ritrarla dall'abisso.
Ovviamente era con Aura, solo con Aura, che Juanita aveva un rapporto
del genere.
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Capitolo 35.
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Una mia amica - un po' pi vecchia di me e madre di una ragazza sposatasi
da poco - mi ha detto che Aura apparteneva ancora pi a sua madre che a
me, che Juanita era ancora il suo legittimo tutore. Non voleva essere scortese
e mi stava solo dicendo una cosa che a lei pareva ovvia.
Non hai avuto tempo di fare Aura tutta tua, mi ha detto. La metamorfosi
sarebbe stata completa una volta che aveste avuto un figlio e messo su
famiglia per conto vostro.
Ma le amiche pi care di Aura, soprattutto Lola e Fabiola, attente osservatrici
del rapporto di Aura con la madre nel corso degli anni e anch'esse
figlie di madri con forti personalit e carriere proprie - madri messicane,
se la cosa  rilevante - non erano d'accordo.
Aura non vedeva pi la madre come sua tutrice, disse Lola. Semmai era
il contrario. Aura si era gi allontanata e aveva preso le sue decisioni e aveva
gi messo su una famiglia sua, con te.
Lola la penser ancora cos fra qualche anno quando sua figlia, la piccola
Aura, far i suoi primi passi, apparentemente decisivi ma forse solo ribelli,
per allontanarsi?
Se volesse, Juanita vincerebbe questa diatriba?
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Capitolo 36.
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Per quanto si cerchi di giustificarlo, pensavo, privare un marito dei resti
mortali di sua moglie  iniquo. Di certo la maggior parte delle religioni lo
proibirebbe. Ma anche lasciando perdere la religione, un marito ha il sacro
diritto e dovere di seppellire il corpo, le ossa, le ceneri di sua moglie. Sarei
dovuto andarmele a prendere, quelle ceneri, proprio come Juanita temeva
che facessi. Cosa c' che non va in me, perch non l'ho fatto, perch
sono cos codardo?
Ma pensavo anche quel che penso di solito: Povera donna, si tenga pure
le ceneri, Aura non  quelle ceneri, io mi terr l'Aura che ho.
Confusione. Non so come risolvere il dilemma e non sono certo di cosa
sia giusto e cosa sbagliato, ma cerco le risposte dove le cerco di solito, nei
libri. La prima moglie di Ralph Waldo Emerson mor in giovane et dopo
una lunga lotta contro la tubercolosi; lui ne fu molto abbattuto per due anni,
al punto che si temette per la sua salute e sanit mentale. Alla fine aveva
fatto dissotterrare la bara della moglie e l'aveva aperta cos da affrontare
la realt fisica della sua morte e decomposizione. Poi era partito per l'Europa.
Io non ho potuto affrontare quella verit, ma ne ho bisogno? Di solito
mi immagino che raccolgo le ceneri di Aura con le mani e me le spargo
sulla faccia, negli occhi, nel naso, addirittura in bocca.
Anch'io sono andato in Europa, con i soldi dell'assicurazione per il mio
incidente. E in una chiesa ho avuto una specie di rivelazione. La chiesa si
trovava in una piccola citt-fortezza medievale a circa due ore di treno da
Parigi. Nella parte pi antica della navata, alte sulle pareti, cerano due vetrate del XIV secolo ancora intatte. Durante la Seconda guerra mondiale i
cittadini le avevano staccate, poi smontate con attenzione e riposte in un
luogo sicuro, ed  cos che le vetrate sono sopravvissute alle bombe che pi
tardi distrussero gran parte della chiesa. La messa era finita e io gironzolavo
per la navata restaurata, leggendo il dpliant che raccontava la storia
delle vetrate in inglese e rievocando le occasioni in cui io e Aura avevamo
visitato vecchie chiese e cattedrali parigine. Aura si definiva una cattolica
credente, anche se non andava mai a messa e non praticava alcunch nella
vita quotidiana. Visitando queste chiese per accendeva sempre delle candele,
si faceva il segno della croce e a volte pregava in silenzio. Anch'io mi
sono fermato davanti a una cappellina laterale dedicata alla Madonna, ho
infilato un euro nella cassetta di latta, ho acceso una candela e ho formulato
la mia preghiera silenziosa, Vergine santa, se esisti, ti prego prenditi
cura di Aura, mentre in contemporanea e all'unisono un'altra voce interna
mi prendeva in giro.
Poi mi sono fermato sotto una di quelle antiche vetrate e ho provato a
immaginare gli abitanti della citt che tenevano in mano quei pezzi di vetro
colorato vecchi di seicento anni, tanto fragili e preziosi, e li sistemavano
con cura dentro a... dentro a cosa? Per un attimo mi sono bloccato su
quello. Giornali vecchi? Abiti vecchi, tovaglie, stracci, magari anche paramenti
sacri e roba del genere? Viola, rosso, blu, giallo, verde, la vetrata era
un cerchio traslucido di questi colori inseriti in un complesso schema geometrico
che per dava anche l'impressione di una gioiosa semplicit. Sei o
anche settecento anni, sembrava dire la vetrata, non sono niente, probabilmente
tra mille sar ancora qui, con lo stesso aspetto di adesso. Nella vastit
di tempo suggerita da quelle vetrate e da quell'interno oscuro io non ero
che un puntino, l'ennesimo umano che aveva perso qualcuno tra le migliaia
e migliaia di umani che in oltre settecento anni si erano seduti o erano rimasti
in piedi in quella chiesa a guardare quelle stesse vetrate mentre pensavano
ai loro cari perduti. Non mi resta troppo tempo, ho pensato. In un
baleno sar tutto finito. Ho pensato a Juanita e Leopoldo e al loro odio nei
miei confronti, alla loro determinazione nel voler cancellare il nostro amore
e matrimonio dalla storia di Aura. In un certo senso, pensavo,  come se
avessero tirato gi loro le vetrate, ma anzich metterle al sicuro le avessero
rubate e nascoste. Poi mi sono venute in mente queste parole: Il vostro odio
mi pu salvare. Il vostro odio mi pu addirittura liberare. Perch si lascia
dietro un vuoto che per Aura e per me io ho l'obbligo di riempire. Queste
parole, mi sono venute in mente in quella chiesa.
Mi sono avvicinato all'altra vetrata. Da quel lato della chiesa il cielo doveva
essere un po' pi sgombro, perch era come se un dito avesse pigiato
il tasto con il disegnino del sole sulla tastiera di un computer, infondendo
la vetrata colorata di una quantit appena maggiore di luce. Era pi facile
distinguere gli antichi disegni caleidoscopici, i cerchi colorati dentro altri
cerchi e forme diverse, immagini di piante e minute fgurette di uomini e
animali. Quella forma gialla e allungata gi in basso, ho pensato, sembra
una coscia di pollo.
Sono uscito dalla chiesa e mi sono incamminato lungo le stradine verso
il fiume, scandendo i passi con fronda, anelli, naufraga, rotta di collo, lasciva,
matassa, strillo, grotta, coscia di pollo... nel 2009 Aura Estrada compie
trentadue anni. Al suo compleanno mancava poco pi di un mese. Avevo
addosso il piumino e un nuovo berretto da aviatore preso a Chinatown,
con i copriorecchie di pelo finto tirati gi. Cerano dei gradini che portavano
dal marciapiede al fiume. Lungo l'argine cresceva alta l'erba selvatica
e io ho fatto qualche passo su grandi pietre lisce, tra le canne, e sono rimasto
l con l'acqua bassa che mi scorreva tutto intorno. I ponti che attraversavano
il fiume, la lunga fila uniforme di tetre case dai tetti neri sulla riva
opposta, fumo dai comignoli, cielo grigio, anatre.
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Capitolo 37.
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Ero arrivato a Parigi. Volevo tornare davanti al terrario degli anfbi al Jardin
de Plantes, andare alla Citt universitaria dove io e Aura una volta avevamo
alloggiato in una stanza seminterrata senza finestre della Maison du
Mexique e al 15 di rue Violet, dove avevamo subaffittato un appartamentino
per un mese durante le vacanze natalizie del 2004-05. Volevo tornare nel
mercato rionale dove avevamo comprato il cappone che Aura aveva cucinato
per la cena di Natale e nella piccola lavanderia automatica dove avevamo
lavato, asciugato e ripiegato da soli i nostri panni, cosa che non avevamo
mai fatto n a New York n a Citt del Messico perch mandavamo sempre
tutto a lavare fuori. Ripercorsi la lunga passeggiata - descritta da Aura
in uno dei capitoli ultimati del suo romanzo - che Marcelo Diaz Michaux,
futuro psicanalista ma allora solo studente messicano alla Sorbona, fa nel
nevoso pomeriggio del 1972 quando riceve la lettera in cui Julieta, la sua innamorata
e futura madre di Alicia, lo informa che sta per sposare un altro
uomo: parte da rue du Bac, scende verso il boulevard Saint-Germain, attraversa
la Senna al Pont de Sully, risale per place des Vosges e prosegue fino
al boulevard Voltaire nei pressi di rue Oberkampf, dove si ferma al club
Bataclan a comprare il biglietto per il concerto dei Velvet Underground in
programma quella sera.
Volevo tornare in uno di quei cinemini ammuffiti dove andavamo a vedere
film in lingue che nessuno dei due parlava, tipo l'arabo e il thailandese,
bench Aura non avesse problemi a seguire i sottotitoli francesi. Adoravo
stare seduto vicino a lei al buio, senza capire cosa dicessero i personaggi ma
cercando di decifrare la trama e ricomporla come un qualcosa da regalare
ad Aura pi tardi, fatto con le mie mani. Uno di quei film parlava di una
famiglia libanese nella Beirut straziata dalla guerra. Fuori dal cinema dissi:
Be', certo che i genitori e i fratelli di quella ragazza erano veramente
cattivi, non la lasciavano neanche uscire di casa. Per forza che  finita cos,
poverina.
Frank, quella era una schiava!, disse Aura.  quello il punto!  una
schiava cristiana, mentre i suoi padroni sono musulmani. Ay, mi amor!
Andai in uno di quei cinema senza Aura, a vedere un film in finlandese,
noioso da piangere, e mi addormentai dopo la prima mezz'ora. Ero
sceso da solo nello stesso alberghetto infimo dalle parti dei Gobelins dov'eravamo
stati una volta io e Aura: un amico ci aveva consigliato il Jeanne
d'Arc, ma poi avevamo scoperto che di hotel con quel nome ce n'erano diversi,
e noi non eravamo finiti in quello che intendeva il mio amico. Stavamo
per riprendere l'aereo per tornare a New York quando alla biglietteria
informarono Aura che il suo visto per motivi di studio era scaduto. Nel
freddo glaciale, vicino all'Arc de Triomphe, avevo atteso fuori del consolato
statunitense mentre Aura era dentro. I poliziotti francesi continuavano
a ripetermi che non potevo stare l con il nostro bagaglio potenzialmente
esplosivo, ma io continuavo a rifiutare di spostarmi. Non potevo portare da
solo tutte le valigie, e poi come avrebbe fatto Aura a ritrovarmi? A un certo
punto dissi, Forza, arrestatemi, tutto accalorato, io non mi muovo, sto
aspettando mia moglie - estrassi il passaporto americano e glielo sventolai
in faccia - e nessuno pu dirmi che non posso aspettare mia moglie davanti
al consolato del mio paese! E dissi moglie malgrado Aura non fosse ancora
mia moglie. Ma da quel momento mi lasciarono in pace. Per via del casino
col visto ci fermammo a Parigi altri tre giorni, che trascorremmo al Jeanne
d'Arc che ci aveva consigliato il nostro amico, nel Marais.
Ovviamente c' una Parigi bella e una sommamente sgradevole; ci si ritrova
confinati nell'una o nell'altra, e quella si conosce. O almeno cos pareva
a me, ma andare a Parigi con Aura fu come entrare nello specchio di
Alice: un posto dove i camerieri stavano accanto al nostro tavolo a fare il
ripiglino con le dita e a districarsi con il loro spagnolo terrificante cercando
di tradurre oscure voci di menu per Aura. Se chiedevamo indicazioni,
i francesi si trasformavano praticamente in messicani cordiali, Paris es tu
casa, e ci scattavano volentieri delle foto con la nostra
macchina. Insomma i francesi adoravano Aura, bench un numero sconcertante di loro trovasse
che somigliava ad Amlie, la graziosa ma irritante protagonista di un
film parigino.
Adesso ero tornato nella Parigi pre-Aura: alcuni teppistelli francesi in
tuta da ginnastica mi seguirono gi da un treno della metropolitana, provocandomi
con un'imitazione stereotipata di musica egiziana, d-d-d.
Eccetera. Il mondo, non solo Parigi,  troppo cretino e odioso per viverci da
soli. Mi torna in mente un matrimonio newyorkese a cui andammo e dove
Aura si ritrov seduta accanto a un ricco e fascinoso scrittore bianco. Nel
bel mezzo di una conversazione lui esclam, Ah, ma sei messicana? E allora
com' che parli inglese? Aura inizi a rendersi conto di cosa avrebbe significato
essere una scrittrice messicana negli Stati Uniti; fu una delle ragioni
per cui si decise a tentare la carriera soprattutto in spagnolo.
Proprio come era successo a New York per tutto l'inverno, continuavo a
ritrovarmi intrappolato in un film muto, ogni cosa tremolante in bianco e
nero. Andai in un bar che si chiamava Le Sully, frequentato da alcuni messicani
che conoscevo a Parigi, ma non riconobbi nessuno e mi sedetti solo
in un angolo e ordinai un drink, e poi un altro. Ogni cosa barbagliante. La
pelle, il viso e le mani di tutti come bastoncini di zucchero con le strisce leccate
via. Occhi radioattivi. Macchinazioni da sorci in ogni sguardo. Gente
che si sfregava le mani giunte sotto il mento, faceva smorfie e si scambiava
occhiate. Un uomo che piangeva col volto tra le mani come una scultura
di Rodin. Lingue di fiamma negli specchi, e sembra che tutto il locale si
stia sciogliendo o che sia una pellicola di celluloide che sta per fondere, cos
pagai e uscii a camminare.
La ragione principale di quel viaggio a Parigi, comunque, era che volevo
visitare La Ferte, la casa di cura psichiatrica presa a modello per quella
del romanzo incompiuto di Aura. Per consentirle di fare alcune ricerche
sul posto, avevamo pensato di andarci nella primavera del 2008; adesso era
passato quasi un anno e io avevo il dovere, ne ero convinto, di portare a termine
quella missione per Aura. Quel che avevo gi appreso da lei sull'istituto,
lo avevo poi rimpolpato con qualche ricerca mia. Sapevo che era una
casa di cura sperimentale, utopistica e molto francese in cui, nel romanzo
di Aura, Marcelo Diaz Michaux avrebbe lavorato. La Ferte occupa uno
chteau seicentesco dove in teoria i pazienti, gli esperti di salute mentale,
gli infermieri e altri addetti vivono fianco a fianco, tutti alla pari, e gestiscono
la clinica insieme. In cucina, psicanalisti tritano il prezzemolo accanto
a psicotici che affettano cipolle; e sempre in teoria, i ricoverati della Ferte
possono anche non sapere chi fra gli altri pazienti  il medico. Gli stessi
medici, avevo letto da qualche parte, potrebbero non sapere sempre con
certezza se stanno parlando con un paziente o con un collega in incognito.
Al termine di quell'ultimo autunno, nel primo semestre al suo master
di scrittura, Aura scrisse una lettera alla Ferte indirizzata allo storico direttore,
l'ottantasettenne dottor Olivier Arnaux, per chiedergli se poteva
visitare l'istituto. Circa due mesi dopo ricevette la risposta: una normalissima
busta avana con il nostro indirizzo di Brooklyn scritto a mano con
l'inchiostro verde e, dentro, su un foglio di carta non intestata, poche righe
nel medesimo colore e nella medesima calligrafia con l'invito ad Aura
a visitare la clinica. Ma anzich provenire dal dottor Arnaux, la lettera era
firmata da Sophie Deonarine. Era la segretaria? Non era identificata da alcun
titolo, professionale o di altra natura; e la calligrafia dava l'impressione
che una stretta tremolante avesse coscienziosamente vergato ciascuna
lettera in un rozzo alfabeto sagomato con il fildiferro. E se
Sophie Deonarine fosse stata solo una paziente che, con o senza permesso, rispondeva alla
posta del dottor Arnaux? Quella possibilit ci aveva vagamente elettrizzati.
La volta che io e Aura avevamo alloggiato alla Citt universitaria era stato
perch il mio amico Juan Rios mi aveva invitato a parlare al laboratorio
serale di scrittura che gestiva presso l'istituto di cultura del Messico. Fra gli
allievi c'era una ragazza francese, Pauline, che aveva vissuto alcuni anni in
Ecuador lavorando per un'associazione che tentava di salvare una particolare
specie di orso andino dall'estinzione. Faceva anche un dottorato, ma
si era iscritta al laboratorio per tenersi in esercizio con lo spagnolo scritto.
Dopo la conferenza andammo tutti fuori a cena, e mentre Aura e Pauline
chiacchieravano si verific una di quelle coincidenze che a uno scrittore,
specie uno scrittore giovane come Aura, possono dare la sensazione che il
cosmo si allinei solo per aiutarlo a dare alla luce il suo libro: salt fuori che
quando Pauline era piccolissima, almeno venticinque anni prima, sua madre
aveva lavorato alla Ferte. Alcuni fra i suoi primi ricordi riguardavano
proprio la sua infanzia in quel luogo.
In seguito trovai in un taccuino di Aura alcune note su quella conversazione
con Pauline. Gli psicotici sembrano anche normali, aveva scritto, fin
quando non lo sembrano pi. Come il paziente che dava sempre alla madre
di Pauline, quando andava in paese, una lista di cose che gli servivano.
La signora ne aveva conservata una per ricordo, e Pauline l'aveva vista: Le
Monde, tabacco da pipa, batterie, confettura di ciliegia, sperma...
Una domenica mattina presi il treno per la citt pi vicina alla Ferte. Di
fronte a me era seduto un ragazzino in costume da Uomo Ragno, che viaggiava
con i genitori. Dovrei vestirmi cos anch'io, pensai. E magari domani
lo faccio. Per un istante mi parve talmente plausibile, e perfino ragionevole,
che all'indomani mi potessi vestire da Uomo Ragno, che mi spaventai
anche un pochino.
Alla stazione mi fermai all'edicola e con il mio francese da terza elementare
tentai di chiedere all'anziana signora che ci lavorava dove potevo trovare
un taxi per raggiungere la clinica. La sua risposta fu inverosimilmente
lunga, e io non la compresi. Ma si gir un alto giovanotto nero che comprava
un giornale e disse, nell'inglese dei Caraibi, Dice che per andare alla
Ferte il taxi non serve. C' un pulmino che mandano loro. Bisogna solo
telefonare. Deve andare alla clinica, giusto?
La signora dell'edicola aveva un bigliettino con su il numero di telefono,
e dopo che il giovane caraibico mi ebbe fatto il favore di chiamare La Ferte
usando il mio telefonino mi disse, Vengono a prenderla alluna. Deve farsi
trovare davanti alla stazione.  un pulmino azzurro.
Mancava poco alle undici. Feci un giro per la cittadina, mi fermai nella
chiesa, poi scesi gi al fiume.
Uno psicanalista seduto in poltrona vede un nuovo paziente entrare per la
prima volta nel suo studio, lo osserva per un istante e poi dice, Ah, ma lei
non  qui, vero?  ancora fuori in giardino.
Avevo letto questo aneddoto in un saggio del dottor Arnaux che era stato
pubblicato in inglese. Gran parte delle personalit, scriveva Arnaux, sono
organizzate attorno a un unico nucleo identitario che tiene insieme l'io.
Gli schizofrenici per possiedono una molteplicit di nuclei, e per questo
le loro personalit non sono circoscritte ai loro corpi e nemmeno allo spazio
chiuso in cui i loro corpi di volta in volta si trovano. Gli psichiatri e
psicanalisti della Ferte, con il loro famoso metodo della Diagnosi intuitiva
poetica, vengono preparati a riconoscere queste condizioni a prima vista;
perci quel medico aveva capito che, sebbene il paziente si trovasse nel
suo studio, egli era in realt nel giardino, o in spiaggia o altrove, un secolo o solo pochi anni prima.
Il metodo, alla Ferte,  trattare psicotici, schizofrenici e depressi gravi
come persone normali che, per quanto assumano farmaci, possono comunque
rispondere ai colloqui terapeutici, vivere in una comunit, svolgere
dei compiti, frequentare lezioni e cos via. L'obiettivo, avevo letto,  riuscire
a innestare a sufficienza nel paziente uno di quei punti di ancoraggio in
modo che, nel caos di tutti gli altri nuclei, il paziente riesca a raggiungere
quello ancorato, o almeno ne abbia la possibilit. Non  una cura, ma pu
ridurre la sofferenza e fornire al paziente un momento di quiete e persino
di contatto umano che, per quanto effmero,  senza precedenti. Fine come
una tela di ragno, me la figuravo, o lieve come un timpano: una protesi
d'anima pacifica innestata ad arte al centro del vortice del delirio, della
sofferenza, dello sperdimento e del terrore. L'idea mi piaceva, aveva un che
di favola: gli gnomi ciabattini che escono la notte per confezionare, anzich
un paio di scarpe magiche, un io per un'anima. Che cosa aveva pensato
Aura, di quell'idea, quando vi si era imbattuta? Quando Marcelo Diaz
Michaux aveva visto Irma - la domestica di Julieta e della piccola Alicia -
per la prima volta, cosa aveva visto in lei da fargli decidere di riportarla in
Francia e farla ricoverare alla Ferte? Era possibile che un illusorio facsimile
dell'anima o dell'io di Aura si innestasse sulla mia? O magari cera gi, e
loro l'avrebbero visto?
Ecco arrivare un grosso pulmino azzurro. Cerano due persone sedute
davanti e qualche passeggero sparso per le tre file di sedili dietro, fra cui
un uomo proprio in fondo che mi fissava dal finestrino, una lunga faccia
pallida, bocca sottile, cappello di feltro nero, una somiglianza con William
Burroughs. Pazienti in gita domenicale, pensai. Ma forse quello col cappello floscio non  un paziente.
Un finestrino anteriore si abbass. Una donna con folti capelli ricci e
scuri, sopracciglia vivide e carnagione bruna, una bella donna sui trentacinque
con un gil di piumino sopra a un maglione, mi chiam per nome.
Le strinsi la mano delicata al di qua del finestrino, poi feci scorrere lo
sportello e salii sul pulmino. Accanto a me c'era una donna anziana con
un cappotto di lana gualcito, buttata in avanti sul sedile, che guardava risoluta
fuori dal finestrino; e tra noi c'era un sacchetto di plastica con dentro
alcuni oggetti. L'autista, un tipo rubicondo in berretto di lana, mi chiese
qualcosa, e fu istantaneamente chiaro a tutti che non parlavo francese; la
donna seduta davanti, tuttavia, si rivel una dottoressa tirocinante brasiliana
che parlava spagnolo. Si chiamava Luiza. Mentre uscivamo dall'abitato
mi chiese, Allora, che paziente  venuto a trovare? Risposi che non ero
venuto a trovare un paziente. Lei tradusse per l'autista, che le rispose con
un'occhiata interrogativa, ma nessuno dei due fece commenti. Procedevamo
lungo una strada fiancheggiata da boschi, lampi di alberi scarni e nudi
che sembravano obelischi. Ero certo che Luiza stesse cercando in silenzio
il modo di dirmi che non mi sarebbe stato consentito di entrare in clinica;
speriamo almeno di riuscire a vederla, pensai. Poi mi voltai e guardai il tizio
pallido con il cappello di feltro, il quale mi restitu lo sguardo triste e
tremante di un cane sotto la pioggia.
E qual  il motivo della sua visita?, mi domand Luiza.
Le raccontai di Aura, del romanzo incompiuto e della nostra corrispondenza
con il dottor Arnaux. Mia moglie era stata invitata, dissi, dalla segretaria
del dottor Arnaux.
Ma il dottor Arnaux la domenica non lavora, disse Luiza, e neanche la
sua segretaria. Oggi non c' praticamente nessuno del personale.
Mi basterebbe dare un'occhiata, dissi. Poi m'interruppi e aggiunsi, Cos
quando avr in effetti la possibilit di parlare con il dottor Arnaux, mi sar
fatto un'idea pi precisa di cosa chiedergli.
Lo chteau era un maniero nella foresta, con mura d'arenaria, timpani,
tegole d'ardesia scura, un portico colonnato, lunghe file di finestre e una
torretta da ciascun lato con sopra un tetto conico.
Quella domenica la responsabile, mi disse Luiza, era Catherine, e dovevo
parlare con lei. Catherine era un donnino con i capelli grigio-giallastri
e il viso rugoso; portava jeans, maglione e un rossetto piuttosto scuro.
La trovammo che si fumava una sigaretta in fondo al salone principale, davanti
a un bovindo dal quale intravidi altri fabbricati della tenuta, qualcuno
con del fumo che usciva dal comignolo, e poi i boschi spogli e i campi
pi oltre. Catherine, che parlava inglese, mi interrog riguardo alla visita.
Le ripetei quel che avevo detto a Luiza sul pulmino, e per tutto il tempo
mi sentii i suoi occhietti azzurri addosso. Che cosa vedeva? Tanto tremendo
non poteva essere, no? Mi diede il permesso di trascorrere l la giornata.
La sera, disse, il pulmino mi avrebbe riaccompagnato in tempo per l'ultimo
treno per Parigi.
E cos, amor mio, sono riuscito a farci entrare alla Ferte. Quel che ho visto
laggi  quel che immagino ti aspettassi o sperassi di vedere tu; e penso sarebbe
stato all'altezza delle tue aspettative. C' una piccola panetteria interna,
dove i pazienti si affollano per stringersi gli uni agli altri nel tepore del
forno a legna e nell'odore umido di lievito, cantando canzoncine infantili mentre aspettano che i filoni coperti di tela a quadretti si gonfino; poi c'
un ovile di capre, e ci sono i cavalli, e nella vecchia cappella si tengono corsi
di ogni genere: arte, musica e perfino scrittura creativa. Sai lo chteau che
cosa mi ha ricordato? La Mohonk Mountain House, per senza i trofei di
caccia alle pareti e un po' pi trasandata, con la mobilia pi sciupata, visto
che  una clinica psichiatrica, ovviamente, e non un centro benessere. Per
nel caminetto di pietra cera il fuoco acceso. E c' un bar - con il perlinato
di legno scuro alle pareti e una volta affrescata che invece a Mohonk proprio
non c' - che serve bibite gassate, succhi di frutta, biscotti e caramelle
e dove ogni sabato, mi ha raccontato Luiza, viene Marie, una cantante folk
del paese, a esibirsi dalle due di notte fino a poco prima dell'alba. Sono stati
i pazienti a scegliere l'orario, perch quello  il momento in cui sono svegli
e alzati e in vena di ascoltare e di cantare anche loro. Se chiedessi a Marie
di cantare Stephanie Says, me la farebbe? Ho provato un forte desiderio di
trovarmi anch'io l a cantare con loro, pensando che magari avrei scoperto
qualcosa, qualcosa di importante, se solo ne fossi stato capace. I pazienti,
ovviamente, non somigliavano nemmeno un po' agli ospiti di Mohonk,
ma le colorite descrizioni dei matti te le risparmio.
Luiza, nella prima stanza in cui mi ha portato, ha aperto un armadietto
chiuso a chiave e ha cominciato a distribuire farmaci alle orde di pazienti
accalcati dentro. Fra questi cera un uomo che non voleva alzarsi da terra.
Stava sdraiato sulla pancia con la testa voltata di lato, ogni tanto conversava
anche, ma appena appena e in tono tormentato, con gli altri che lo scansavano
oppure gli giravano intorno.
Tutto sommato io non sono come lui, ho pensato. Sono venuto fin qui
per te, e per me stesso.
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Ma alla fine, che avrebbe pensato Aura della Ferte? Perch Marcelo Diaz Michaux era deciso a portare Irma qui con s?
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Mentre salivo lo scalone di legno ricurvo che porta al secondo piano dello chteau, ho notato che c'era polvere su tutti gli scalini, e ragnatele negli angoli e sul corrimano. Che peccato che Irma non sia pi qui, ho pensato, lei non lascerebbe accumulare tutta questa sporcizia. Ma non era la mia voce: era Marcelo a parlare. Io ero Marcelo, lo psicanalista, e salivo le scale per mettermi al lavoro con alcuni pazienti. Ma a casa non mi aspetta forse la mia mogliettina? Che mi ama, no? E allora perch mi sento cos desolato?  perch alla Ferte non c' pi Irma? Per vive ancora in Francia, giusto? E dov' Alicia? Non c' pi neanche lei, vero? E dov' andata? O sont les axolotls?
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Come potr mai sapere o immaginare cos'avrebbe pensato Aura della Ferte? Fanne quello che vuoi della Ferte, amor mio. So che sar grandioso.
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Io ho mantenuto la promessa, e ti ci ho portata.
...
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...
FINE.